La storia di Basiglio e del neo sottosegretario all’Ambiente

Basiglio è il nome di un quello che era un piccolissimo comune della provincia di Milano, situato, per la precisione, a sud-ovest del capoluogo lombardo. Il passato è d’obbligo perché la storia di Basiglio coincide con la storia di Milano 3, area residenziale che insiste sul territorio comunale di Basiglio e i cui cantieri sono stati inaugurati negli anni ’70. La società che si occupò della sua progettazione e realizzazione è stata la «Edilnord Progetti Spa», appartenente al Gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi. E’ questa storia parallela che ha fatto sì che la popolazione residente nel piccolo comune dell’hinterland milanese passasse dalle 808 unità del 1981 alle 6552 del 1991.

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Dove c’è scritto «Basiglio», in realtà, è Milano 3.

Ma l’espansione edilizia non era ancora sufficiente, secondo gli amministratori di Basiglio:

Nel 1992 l’allora sindaco Alessandro Moneta, poi assessore regionale al territorio e oggi presidente della Fondazione Policlinico San Matteo di Pavia, presentò un’imponente variante targata Edilnord (sempre Paolo Berlusconi) che fu bocciata dal referendum svoltosi nell’anno successivo.

Il referendum era di natura consultiva, ma spinse comunque il sindaco di allora a bloccare la variante.

Perché questa lunga storia? Perché la storia, come ci hanno insegnato, si ripete e nel ripetersi aggiunge spesso gustosi particolari. Per cominciare è necessario specificare che non parliamo più di «Piano Regolatore Generale» ma di «Piano di Governo del Territorio», nuovo strumento urbanistico comunale introdotto dalla Regione Lombardia. Abbiamo quindi un nuovo sindaco, un nuovo strumento urbanistico, ma la stessa smania edificatoria.

Il nuovo PGT, adottato nel luglio 2012 e approvato dal Consiglio comunale nel successivo novembre, ha infatti attirato le dure critiche di diverse associazioni e di numerosi cittadini che si sono organizzati per la raccolta delle firme necessarie (sono già oltre le 1.400, pari al 20% del corpo elettorale) ad indire un nuovo referendum, a distanza di vent’anni dal primo. Le accuse riguardano le previsioni di espansione edilizia previste dal PGT:

In sintesi, sono di circa 300mila mq di aree oggi a prati e bosco, che andranno a essere cementificate con circa 600mila metri cubi di cemento (per chi conosce MI 3, corrispondono a circa 17/19 palazzi).
E in questi numeri non sono inclusi i terreni che saranno occupati da una ridondanza di inutili servizi (parcheggi, auditorium, piscina ecc). Un vero sfregio per la cosiddetta città giardino, dove il valore delle case non sta negli edifici, la cui qualità è appena al di sopra di un livello standard popolare, ma nella bellezza di abitare in un parco “privato”.

Le previsioni di crescita della popolazione sono del 36% (dagli attuali 7.927 a 10.767 gli abitanti).

Due le immobiliari coinvolte: Leonardo Srl (di Paolo Berlusconi) e Oasis (tra i cui soci anche Monteverdi, che ha già molto costruito a Basiglio).

A fronte di una vera e propria cementificazione del suolo, il sindaco risponde:

Interverremo su aree dismesse e degradate destinate già alla realizzazione di servizi. Senza considerare l’aspetto economico: il Pgt è l’unico strumento che ci permetterà di mantenere l’attuale livello di servizi a fronte di un taglio ai trasferimenti statali che l’anno prossimo arriverà a 2 milioni di euro, pari al 20% del bilancio.

Si possono fare un sacco di belle cose con gli oneri di urbanizzazione, peccato che questi prima o poi finiscano perché il suolo prima o poi finisce. E che il sogni di realizzare «smart cities» – così come dice il sindaco di Basiglio, rilanciato da Il Giornale (già, quel Giornale) – non può fondarsi sulla cementificazione selvaggia. Quanto potrà mai essere smart una città – no, anzi, un paese di ottomila abitanti – privo di suolo naturale?

Abbiamo tralasciato un piccolo particolare: il sindaco di Basiglio. Ebbene, il sindaco di Basiglio risponde al nome di Marco Flavio Cirillo, neo sottosegretario all’Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare. «Tutela del territorio», avete capito bene.

Ah, nonostante le accuse di terrorismo rivolte da Cirillo ai referendari, secondo le ultime notizie, il referendum si farà in seguito a un ricorso al TAR dei promotori.

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Diventare grandi, per evitare la polverizzazione

Il territorio, ve lo ricordate? E quelli che erano radicati sul territorio, ve li ricordate? Che ci facevano, radicati sul territorio, ancora non lo abbiamo ben capito. Lo consumavano, probabilmente, se pensiamo che in Lombardia, tra il 1999 e il 2007, la superficie urbanizzata è cresciuta di 27.849 ettari, pari a 3.481 ettari all’anno. Per farci un’idea possiamo pensare che un ettaro è pari a 2 campi da calcio a 11 giocatori. Quindi, ogni anno, in Lombardia, abbiamo consumato più di 1.700 campi da calcio.

Un recente articolo scritto da Paolo Pileri e Elena Granata, pubblicato su Agriregionieuropa, esamina il rapporto tra dimensioni dei Comuni (per dimensioni intendiamo il numero di abitanti) e consumo di suolo. L’immagine della metropoli onnivora, che si spande a macchia d’olio oltre i propri confini, è un’immagine sbagliata: i piccoli comuni, quelli con meno di 5.000 abitanti, hanno avuto responsabilità decisive, su questo fronte. Una fotografia ai Comuni italiani ci permette di capire da dove derivano queste responsabilità: «oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno». I Comuni italiani appaiono perciò divisi in due grandi famiglie, ed è interessante vedere «come ognuna di queste si comporta rispetto all’uso del suolo, che rappresenta la risorsa sulla quale, come abbiamo detto, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione».

In questo senso, «le compagini politiche si fanno carico delle aspettative pubbliche, delle esigenze sociali ma sono anche collettori di interessi privati che spingono per vedere di massimizzare la rendita fondiaria. In Italia, infatti, il sistema urbanistico è da sempre stato condizionato da tale rendita che è spesso sopravvissuta come motore degli accordi opachi a livello locale». E questo è un punto di debolezza delle amministrazioni locali, soprattutto se scarsamente attrezzate.

Esaminando i dati, Pileri e Granata rilevano che «tra il 1999 e il 2007 la superficie urbanizzata in Lombardia è cresciuta di 27.849 ettari (3.481 ha/anno). Il 40,8% di questo aumento è stato generato da quei 1.086 piccoli comuni. I comuni piccolissimi, quelli con meno di 2.000 abitanti (6,3% della popolazione), sono stati responsabili del 13,6% della nuova superficie urbanizzata. I dati ci mostrano soprattutto che il contributo da parte dei piccoli comuni al consumo di suolo è tra i più alti. Ciò viene dimostrato, ad esempio, dai valori assunti dall’indicatore di urbanizzazione procapite nelle diverse classi di ampiezza demografica dei comuni. Nei comuni con meno di 2.000 abitanti, per ogni nuovo residente si consumano 681 mq. di suolo, mentre in un comune con 50.000 abitanti lo stesso nuovo residente richiede minor suolo libero per insediarsi (332) e addirittura in una città con più di 100.000 abitanti, il consumo per ogni nuovo residente è di 191 metri quadri. […] Nei comuni con meno di 5.000 abitanti il costo insediativo, misurato in terre agricole perse, è molto più elevato rispetto ai comuni medio-grandi. Questa dissipazione procapite aumenta man mano che ci si sposta verso comuni più piccoli. Nel caso dei comuni con meno di 500 abitanti si registra addirittura la contraddizione per cui a una diminuzione di popolazione corrisponde una produzione edilizia e una perdita di suolo agricolo che non risponde ad alcuna domanda insediativa».

I rimedi a questa situazione stanno nell’incidere nel rapporto che si instaura tra portatori di interessi privati e chi, invece, deve garantire la tutela di beni comuni. E in questo senso, anche la dimensione dei Comuni è decisiva, come abbiamo detto sopra. Alcuni esempi, le «buone notizie», non mancano. Noi ne raccontiamo due.

Il primo caso è quello di Cernusco sul Naviglio, una città di 31.000 abitanti, alle porte di Milano. Ricadiamo, quindi, all’interno della famiglia dei «grandi Comuni» italiani e l’impronta che l’amministrazione di Eugenio Comincini è stata chiaramente a tutela del territorio, slegando il rapporto perverso che esiste tra oneri di urbanizzazione e spesa corrente:

Dalle porte di Milano, ci siamo spostati a Uggiate Trevano, che sta qui:

4.300 abitanti, Uggiate Trevano si trova a metà strada tra Varese e Como, in provincia di Como. Alle sue spalle, la Svizzera. Intorno, invece, l’Unione di Comuni «Terre di frontiera», costituita insieme a Bizzarone (1.500 abitanti), Ronago (1.600 abitanti) e Faloppio (3.900 abitanti). Secondo le nostre categorie, quattro piccoli comuni, che dieci anni fa hanno deciso di rinforzare la cooperazione nella gestione di alcuni servizi, per risparmiare e per migliorarne la qualità. All’appello manca solo l’Ufficio tecnico. E quindi, la gestione del territorio? Beh, questa storia ce la facciamo raccontare direttamente da Fortunato Turcato, sindaco di Uggiate Trevano:

Solbiate Olona, deeply on the Nord

Vi voglio raccontare di un piccolo borgo poco ridente della provincia di Varese, assediato da autostrade e centri commerciali. Abbiamo ormai capito che se mai c’è stato un tempo in cui l’equazione cemento uguale benessere ha avuto senso, quel tempo ormai è passato. Questo tipo di notizie però fa fatica ad arrivare ai confini dell’impero, in quegli angoli periferici in cui non cambiare mai niente è da sempre considerata una virtù. Nella Sicilia gattopardesca così come nel varesotto.

Capita però (persino in Italia) che ci sia ogni tanto un qualche progresso legislativo che obbliga le comunità, centrali o periferiche che siano, a farsi carico di precise responsabilità. Uno di questi è il Piano di Governo di Territorio. L’amministrazione del piccolo borgo ha però ritenuto che troppo progresso doveva per forza nascere da un difetto di fondo che non poteva essere tollerato, perciò le direttive della legge sono state deliberatamente ignorate. Con esse anche i pareri negativi sul Piano da parte di enti sovracomunali come ARPA e Provincia di Varese. “Non sono d’accordo? Si sbagliano loro, è ovvio”, questa l’inevitabile conclusione del nostro sindaco.

Vi risparmio la tristezza che sono stati i consigli comunali convocati per l’adozione del piano, pieni di conflitti di interesse, di numero legale non raggiunto, di rinvii e di silenzi da parte dei consiglieri di maggioranza, incapaci e impreparati ad affrontare qualsiasi tipo di discussione.

Solbiate Olona si ritroverà così vittima di un passato che non è mai riuscito a evolversi, a farsi nella storia. Piccola o grande che sia sempre storia è. Vittima di persone (amministratori?) che non riconoscono i propri concittadini come interlocutori, che invece sgomitano per farsi belli agli occhi di chi ha qualche interesse. Piccolo o grande che sia sempre interesse è. Vittima insomma della  pochezza umana, tutta tesa a carpire alla vita un poco di prestigio guardandosi bene dal dare fastidio a chi può fare la voce grossa. Piccolo paese, molta piccola umanità, in un profondo angolo del Nord.

Ivan Vaghi