Solo l’export rallenta la caduta del PIL italiano

Secondo i dati prodotti da Istat, le esportazioni stanno contribuendo in maniera decisiva nel rallentare la caduta del PIL italiano che dura oramai da sette trimestri consecutivi, un nuovo record per l’economia italiana.

Schermata 05-2456434 alle 10.38.53Impressiona particolarmente, nella composizione della riduzione del PIL, il contributo negativo portato dai consumi delle famiglie, che si assesta su livelli decisamente peggiori rispetto a quelli segnati tra il 2008 e il 2009, a seguito del fallimento di Lehman Brothers. Si riducono anche gli investimenti e, come dicevamo, solo l’export tiene. La bilancia commerciale, infatti, mostra valori positivi sia per il calo delle importazioni ma anche grazie a un aumento netto delle esportazioni che nel gennaio 2013 ha recuperato le dimensioni del gennaio 2008.

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«I dati più recenti – scrive l’ISTAT – mostrano come molte imprese, precedentemente orientate al mercato nazionale, abbiano cercato nella domanda estera una compensazione, almeno parziale, alla forte caduta manifestata dalla domanda interna di consumi e investimenti. Tale tendenza appare di particolare rilievo, visto che, a parità di altre condizioni (settore, dimensione, ecc.), le imprese esportatrici presentano una performance superiore rispetto a quelle non presenti sui mercati internazionali». Tra le maggiori difficoltà che le imprese segnalano nell’espansione internazionale troviamo, su tutte, la difficoltà nel comprimere i costi. Ma a questa causa, interna all’azienda, si aggiungono cause esterne quali l’accesso al credito e l’offerta di servizi all’estero.

 

 

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Quanto è internazionale la Lombardia dei piccoli

Ai tempi della crisi del debitoe di bilancia commerciale – che sta colpendo l’eurozona, le esportazioni lombarde, nel 2011, sono cresciute dell’8,4%, toccando il livello record, negli utlimi dieci anni, di 104 miliardi di euro. Ciò è quanto risulta dal rapporto annuale sull’internazionalizzazione delle imprese lombarde di Confindustria.

A farla da padrone sono le imprese industriali (77%) operanti soprattutto nel settore manifatturiero, della meccanica, dei trasporti, della moda ed elettronico. Il dato che – nonostante non sia una novità – stupisce sempre riguarda le dimensioni delle imprese che esportano: il 48,1% ha meno di 15 dipendenti e il 76,6% ha meno di 50 dipendenti. Sorprendente perché indicativo di una capacità di diversificazione dei mercati di sbocco e quindi di pensiero strategico nel lungo periodo, fondamentale per limitare i danni in un contesto – quello attuale – in cui il mercato interno non garantisce performance di livello.

Sorprendente perché per conquistare mercati esteri spesso sono necessari investimenti coraggiosi, effettuati o scegliendo «di andare nei grandi paesi dove ci sono piccoli margini», oppure di «prendere una valigia e partire per mercati sconosciuti e piccoli»: scelte coraggiose e alle volte vincenti, ma che potrebbero essere gestite meglio, prendendo spunto, ad esempio, da chi – scrive Dario Di Vico – si dice sia solo bravo a «sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare». Quel che abbiamo da imparare, da Ikea, non è di certo il Made in Italy, quanto la capacità di fare sistema: «se c’era un sistema  Paese – scrive sempre Di Vico – che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro. Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui».

Certo, chiedere a un’impresa con 15 dipendenti di fare la Decathlon è un po’ difficile, ma potrebbe essere perlomeno auspicabile che, al fine di evitare avventure in terra straniera troppo rischiose, o di trarne il maggiore profitto possibile e non margini risicati, le piccole imprese operassero secondo una logica cooperativa. Purtroppo, sempre dal rapporto di Confindustria emerge che solamente il 30% delle imprese interpellate sarebbe disposto a prendere in esame l’ipotesi di aggregarsi ad altre imprese per affrontare la sfida dell’internazionalizzazione. Il dato non è incoraggiante, soprattutto se pensiamo che sono solamente poco più di trecento, in tutta Italia, le reti di impresa.

I distretti italiani che battono la Germania

Dopo più di un anno e mezzo di crescita a doppia cifra, le esportazioni italiane segnano una prima battuta d’arresto. Rispetto a ottobre dell’anno scorso, infatti, le esportazioni sono aumentate del 4,5%, e per trovare un dato peggiore bisogna risalire a gennaio del 2010 (-0,4%). Ma allora l’economia stava uscendo dalla recessione e il trend era positivo. Nel confronto con settembre è andata ancora peggio: è tornato pesantemente il segno meno, come non accadeva dall’inizio del 2009: -3,2%.

Sono due i fattori che, dietro a questo dato, risultano particolarmente preoccupanti. In primo luogo le ragioni del calo delle esportazioni italiane, dovuto a una diminuzione della domanda estera. In secondo luogo le regioni colpite da calo della domanda di beni italiani, e cioè Paesi extraeuropei, che fino ad ora avevano alimentato la crescita.

D’altra parte, nonostante i continui richiami a un’imminente – se non addirittura già in atto – recessione, e nonostante lo spread dei titoli di Stato italiani rispetto ai titoli di Stato tedeschi (che, ricordiamolo, misura il cosiddetto “rischio Paese”, cioè di fallimento del Paese stesso) si mantenga su livelli preoccupanti, i distretti del made in Italy continuano a crescere nelle esportazioni più della Germania. Nel terzo trimestre dell’anno in corso il manifatturiero tricolore e glocal ha infatti fatto segnare un +8,2% rispetto al corrispondente periodo del 2010 mentre i celebratissimi tedeschi si sono fermati a +7,5%.

Tra i settori che fanno da traino troviamo al vertice il metalmeccanico, con i distretti di Brescia (metalli), Lumezzane (rubinetti e pentole), Lecco, Vicenza (meccanica strumentale) e Verona (caldaie). Guardando, poi, alla meccanica di processo spiccano Bologna (imballaggio), Varese (meccanica strumentale) e Brescia (macchine tessili e plastica).

Secondo settore, quello dell’abbigliamento e della moda, con i distretti fiorentino, di Arezzo, Biella, Carpi, Arzignano, Fermo e la Riviera del Brenta.

Terzo posto al settore agroalimentare, che vede ai vertici le specialità del Nord, dai vini ai prodotti dolciari di Alba e Cuneo.

Si preannunciano anni terribili, come se la caveranno imprese e lavoratori di tali distretti?

La parola a Dario Di Vico che, ricordiamo, sarà nostro ospite il 28 gennaio, a Varese.