Qualcuno ha detto IMU?

imuCome saprete, ieri, nel discorso con il quale Enrico Letta ha chiesto la fiducia per il Governo da lui guidato, si è parlato di IMU. Letta ne ha parlato precisamente, dichiarando:

E poi bisogna superare l’attuale sistema di tassazione della prima casa: intanto con lo stop ai pagamenti di giugno per dare il tempo a Governo e Parlamento di elaborare insieme e applicare rapidamente una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto quelle meno abbienti.

Quindi: stop ai pagamenti di giugno. Poi si apre all’interpretazione e alle prove di forza tra i gruppi parlamentari. Perché se ieri i berlusconiani già parlavano di abolizione dell’IMU e sua restituzione – così come annunciato in campagna elettorale -, già quest’oggi due ministri democratici hanno placato gli animi trionfalistici dei parlamentari PdL. «L’Imu non verrà tolta, ci sarà una proroga per la rata di giugno», ha dichiarato Dario Franceschini, al quale ha fatto eco Graziano Delrio: «L’Imu verrà sospesa per la rata di giugno con l’impegno ad alleggerirla soprattutto per i meno abbienti. Il lavoro sarà fatto con il Parlamento, non possiamo sapere il punto di approdo».

Silvio Berlusconi, quel tale che sembra ancora determinante per i destini del Paese, per il consenso popolare di cui gode – insieme al suo partito, di cui è proprietario – ha prontamente risposto: «Certo che sono fiducioso sia sull’abolizione che sulla restituzione. Non sosterremmo un governo che non attua queste misure né lo sosterremmo dall’esterno. Abbiamo preso un impegno con gli elettori e vogliamo mantenerlo».

Uno scontro prevedibilissimo, che muove dall’argomento più stupido possibile, lo stesso adottato da Berlusconi in campagna elettorale: «la tassa sulla prima casa è una tassa odiosa». Come se agli italiani interessi quali tasse pagare e non quanti Euro rimangono nelle loro tasche a fine mese – e forse agli italiani interessa proprio questo, ma è un altro discorso. In questo senso le critiche sono diverse:

  • come scrive nFA, «per rilanciare l’economia invece è meglio tagliare certe tasse piuttosto che altre. Da questo punto di vista prima di tagliare l’IMU sarebbbe meglio ridurre le tasse sul reddito, che disincentivano il lavoro, e l’IRAP, che disincentiva sia il lavoro che l’innovazione e l’impresa. Sarebbe possibile tagliare queste imposte con identiche consequenze sul portafoglio dei lavoratori del taglio dell’IMU, ma con benefici maggiori nel medio-lungo periodo». 
  • sempre come scrive nFA, «ci sono poi conseguenze distributive. L’IMU colpisce solo i proprietari di case, escludendo la fascia più povera della popolazione, che vive in affitto. […] Al contrario le imposte sul reddito sono progressive, ed è possibile modularle beneficiando diversamente i percettori di redditi bassi e alti. Ma ciò che è importante è che anche se  tagliando le imposte sui redditi si benificiassero di più i redditi alti, si favorirebbero le persone più produttive e innovative beneficiando indirettamente l’economia (e potenzialmente anche i percettori di redditi più bassi). Al contrario, abolendo l’IMU indiscriminatamente, si favorisce solo il possesso di case più grandi, senza alcun effetto per chi non le possiede».
  • e infine, con la scelta di bloccare il pagamento dell’IMU di giugno si rischia di mandare in crisi i bilanci di tanti comuni, soprattutto quelli piccoli, come spiega Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio.

Tutte cose che andiamo dicendo da tempo.

Partire dall’IMU per discutere di riforma fiscale è il primo grave errore di questo Governo. E la prima vittoria di Silvio Berlusconi.

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Corruzione: una priorità che non affronteremo

berlusconi-alfanoNella discussione sulla necessità di varare il Governo guidato da Enrico Letta c’è un tema che mi sta particolarmente caro, ma del quale non si discute più. E pensare che era addirittura uno dei famosi «otto punti di Bersani», più precisamente il quarto:

Legge sulla corruzione, sulla revisione della prescrizione, sul reato di autoriciclaggio; norme efficaci sul falso in bilancio, sul voto di scambio e sul voto di scambio mafioso; nuove norme sulle frodi fiscali.

Negli «otto punti» tali misure venivano messe sotto l’etichetta «voltare pagina sulla giustizia e sull’equità» ed avevano l’obiettivo di rendere più stringente la legge anticorruzione promossa dal Governo Monti nel 2012, da molti giudicata insufficiente e dall’attuazione incerta.

Una normativa che disciplini e punisca con maggiore efficacia i reati legati alla corruzione non può essere considerata, in un Paese come l’Italia, solamente come «voltare pagina sulla giustizia e sull’equità», perché la corruzione è un fatto economico, è l’energia che fa girare i meccanismi che mettono in relazione l’economia reale (quella dei piccoli imprenditori, per dire) con la criminalità organizzata e con chi compete sul mercato in maniera irregolare. La corruzione è una delle cause della crisi della piccola e media impresa italiana, strozzata dal vortice del malaffare, perché non ha conoscenze che contano, perché non vuole cedere alle logiche criminali, perché è dura competere con i colossi che fanno della corruzione una prassi. E’ sufficiente pensare che l’Italia è stata collocata, dal rapporto di Transparency International che fa riferimento all’anno 2012, al settantaduesimo posto nella classifica dei Paesi meno corrotti. Quarantadue punti su una scala da uno a cento, al livello della Tunisia, che di punti ne totalizza quarantuno.

Questo è uno dei dati da cui partire per cambiare il Paese, per dare ossigeno e lavoro. Una riforma a costo zero che sblocca risorse, risorse umane, quelle che hanno fatto e fanno dell’Italia il grande Paese che è. Un Paese dove il lavoro si crea. Sarebbe stata una fantastica «lenzuolata», per dirla alla Bersani: una di quelle azioni capaci di andare oltre la dicotomia classica liberalismo-socialismo, semplicemente perché fa bene a tutti coloro che creano ricchezza attraverso il lavoro.

Tutto questo lo sapevano, lo sanno, anche 195 parlamentari del Partito Democratico che durante la campagna elettorale hanno aderito all’iniziativa «Riparte il futuro», con la quale si proponeva di partire proprio da qui, dalla corruzione.

Tutto chiaro? Bene, ora cancellate tutto. Perché un Governo di cui fa parte il Popolo della Libertà non affronterà mai – mai! – con decisione e fermezza questo problema. Così come tanti altri.

In provincia di Varese si festeggia il compleanno di Hitler

hitlerNel giorno della nascita di Adolf Hitler si ritrovano in un capannone, per celebrare l’evento, inizialmente annunciato in una location differente. Succede nella periferia di Varese.

Episodi del genere, nel Varesotto, non sono una novità. Pochi giorni fa, infatti, si è svolta la seconda udienza del processo che vede coinvolte alcune persone che – precursori! – già nel 2007 si ritrovarono in una birreria di Buguggiate, per lo stesso motivo, intonando cori contro gli ebrei e contro Anna Frank. Tra questi, il consigliere comunale di Busto Arsizio Francesco Lattuada.

Cose che cambiano

Tira una brutta aria all’interno del Partito Democratico; lo schema sembra essere «Renzi contro tutti». Si segnalano, nel frattempo, due cose.

La prima è che alla guerra intestina si affianca l’iniziativa costruttiva di Pippo Civati che, ieri, a Parma, ha dialogato con il capogruppo del Movimento 5 Stelle in comune, Marco Bosi. Cose mai viste, eppure così semplici, soprattutto quando ci si trova a parlare di persona, personalmente, oltre i pregiudizi e gli schemi brutti e rigidi che ereditiamo dalla seconda Repubblica. La registrazione la trovate qui ed è fortemente consigliata, mentre di seguito il commento di Marco Bosi e di Mara Mucci, parlamentare del Movimento. Le cose, come diciamo da tempo, si cambiano cambiandole:

Le cose cambiano anche su altri lidi. Perché se nel PD si parla di scissione, nella Lega una piccola scissione è avvenuta oggi. Avevamo già parlato del clima teso all’interno del Carroccio, che oggi è sfociato nell’espulsione di cinque militanti su un totale di diciassette casi esaminati. Tra i cinque, Santino Bozza: consigliere regionale veneto e Bossiano di ferro. Che non l’ha presa bene: «Il problema non è Roberto Maroni o Umberto Bossi, l’unico problema è Flavio Tosi e quanti non hanno a cuore il Veneto» e ha così annunciato la costituzione di un nuovo gruppo in Consiglio regionale:

«Un gruppo – rileva – non per stare all’angolo ma per far entrare tutti gli altri leghisti, mettendo così in evidenza la solitudine di Tosi, unico vero artefice della sconfitta elettorale della Lega in Veneto». «Tosi da fascista qual è – sottolinea – per correre ai ripari ha sguinzagliato i suoi caporalini in giro per il Veneto, ha registrato il dissenso nei suoi confronti e ha cominciato a colpire. Ora tocca a noi aspettarlo al varco – aggiunge – quando caleranno i tesseramenti, quando si vedrà il voto delle amministrative senza il nostro appoggio».

Contro Tosi l’asse Treviso-Venezia-Vicenza.
 «Tosi non ha capito – dice Bozza – che contro di lui non ci sono solo quattro gatti, ma c’è addirittura un asse tra Treviso, Venezia e Vicenza. Tosi fa la voce grossa – conclude Bozza – perché sa di essere un uomo finito che trova la spalla solo di qualcuno che però sta in Lombardia, non nel Veneto».

Bossi: «Alla fine non resterò neppure io, se va avanti così»

Marco Reguzzoni e Umberto Bossi.

Marco Reguzzoni e Umberto Bossi.

Nella culla della Lega, la provincia di Varese, volano gli stracci, nonostante gli appelli all’unità sentiti pochi giorni fa a Pontida. Se Matteo Salvini dichiarava che «la battaglia si vince solo si si è uniti e la rivoluzione la si fa se le truppe sono compatte», Umberto Bossi rispondeva diplomaticamente: «I fischi riservateli a quei lecchini di regime che continuano a parlare di divisioni. […] Chi dice che tutto va bene esagera e si sbaglia e sono soprattutto dei leccaculo. Io però ho fatto la Lega non per romperla. Certo c’è qualche cosa da migliorare e la miglioreremo senza timore». Bossi aggiungeva, però, anche una precisazione: l’ultima parola sulle espulsioni spetta a lui, «Difficilmente riusciranno a espellere. Quelli che vengono espulsi faranno ricorso a me».

L’espulsione da un partito è, in sostanza, l’atto che decide chi detiene la sovranità all’interno dello stesso. Più di qualsiasi decisione politica e pubblica, le quali possono essere conseguenza di un qualche compromesso: un’espulsione è una scelta netta, che spesso non fa ricorso alle categorie del diritto, anche perché all’interno della maggior parte dei partiti italiani il diritto, di fatto, non viene applicato. Si configurano perciò degli «stati di eccezione», pregiuridici, e chi decide sull’eccezione è sovrano.

Bene, e cosa succede nelle province lombarde? Succede che Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, marito della figlia di Francesco Speroni, molto vicino a Bossi, è da poche ore oggetto di una proposta di espulsione. Con lui Monica Rizzi («la badante del Trota»), Marco Desiderati e Alberto Torazzi.

Questa mattina, a margine di un evento pubblico, Umberto Bossi, per rispondere alle richieste di espulsione, si lasciava sfuggire che «se si va  avanti così… per me sono un po’ matti […] Dopo tanti anni per mettere insieme un’organizzazione così, alla fine non resterò lì neppure io, se va avanti così». E a una cronista che poneva delle domande in merito all’ultima parola sulle espulsioni ha risposto: «Poi vedremo. Io comunque non ho mai messo fuori nessuno dalla Lega, tranne chi si è venduto visibilmente».

Crepe anche nella ritrovata alleanza tra PdL e Lega Nord, rinsaldata dal voto regionale, ma ancora a rischio nelle province. A Venegono Superiore (Varese) si andrà al voto anticipato a maggio proprio perché alcuni consiglieri di maggioranza del Popolo della Libertà hanno fatto venire meno l’appoggio alla Giunta leghista di Francesca Brianza a febbraio. Nonostante le prese di distanza della segreteria provinciale PdL da questo gruppo di consiglieri («Una scelta che li pone fuori dal partito – dichiarava Lara Comi -. Verso di loro verranno avviate automaticamente le consuete procedure disciplinari») e le reciproche assicurazioni delle segreterie provinciali, la Lega Nord ha annunciato che scenderà in campo da sola.

Un’alleanza da tempo agli sgoccioli, che si tiene insieme solo per scopi elettorali, faide interne a suon di espulsioni, un crollo dei consensi storico. Eppure la Lega governa Piemonte, Lombardia e Veneto.

Ci sono ancora i soldi per curarsi?

sanita_veneto_ticketLa sofferenza economica del Nord Est sembra si stia traducendo in una minore propensione ad affidarsi alle cure mediche, probabilmente proprio a causa delle gravi condizioni economiche in cui versano sempre più famiglie. In Veneto, in particolare, il costo del ticket sanitario è pari a 36,15 euro, cifra alla quale viene applicata una maggiorazione di 5 o 10 euro (a seconda che il reddito sia inferiore o superiore ai 29mila euro) per le prestazioni specialistiche. Ed è così che – sempre in Veneto – la Regione segnala una perdita di 2.276.236 prestazioni ambulatoriali, passate dalle 71.068.259 del 2011 alle 68.792.023 del 2012. Questa perdita va a sommarsi al calo del 3% già registrato tra il 2010 e il 2011.

«Tra i motivi del segno negativo – spiega Domenico Scibetta, direttore sanitario dell’Usl di Padova – c’è anche la riforma del nomenclatore, che ha accorpato alcuni esami: prima venivano conteggiati come 5 o più, oggi valgono 1, perciò riducono la massa complessiva», ma il problema non è riducibile a questo singolo argomento. E’ sufficiente pensare che se l’Usl 9 di Treviso registra un calo delle prestazioni pari al 15%-17%, questo è dovuto soprattutto alle branche non salvavita, «mentre tengono le specialità «traccianti» (cioè di riferimento) come Cardiologia, Oculistica e Gastroenterologia».

Prestazioni che sono passate dalle strutture pubbliche a quelle private? Non sembrerebbe, stando ai dati forniti da Anisap, sigla dei convenzionati: «le prestazioni di Radiologia sono calate a 318 mila da 377 mila; 2.522.000 quelle di fisiokinesiterapia contro i 2.793.000 del 2011; gli esami di laboratorio sono passati da 4.042.000 a 3.282.000».

Giuseppe Cicciù, presidente regionale del Tribunale del Malato, descrive una situazione disperata: «la gente non si cura più perché non ha i soldi oppure va a intasare gli ambulatori aperti dalle associazioni caritatevoli per i poveri e gli extracomunitari in difficoltà: gli accessi sono aumentati del 200%. Abbiamo chiesto una soluzione alla Regione, ma la priorità va al pareggio di bilancio, quindi non vediamo vie d’uscita».

L’assessore alla Sanità veneta, Luca Coletto, tiene assieme i due argomenti, sostenendo che in parte la diminuzione dell’incasso derivante dai ticket è dovuta a un trasferimento verso i privati («Io credo che il crollo di prestazioni sia dovuto anche all’aumento degli utenti del privato puro, come detto, e a una migliore appropriatezza prescrittiva»), ma ammettendo la difficoltà delle fasce più deboli: ««Eh sì. La situazione è seria, il non curarsi aggrava ulteriormente la crisi del Paese. Il governo dovrebbe garantire una sanità universalistica e tutelare i più deboli».

Pisapia regala 30.000 euro a ogni famiglia rom: non è vero

Da questa mattina Facebook è intasato da questa cartolina:

rom_pisapia_30mila_euroE anche questa (a occhio si tratta di un articolo di Libero):

rom2_pisapia_milanoUna storia talmente incredibile da non sembrare vera. E, infatti, non è vera.

In una nota su Facebook il Comune di Milano smentisce la ricostruzione che sta rimbalzando sul social network:

Il “Piano Rom” fu varato nel 2008 dal ministro dell’Interno Maroni (Governo Berlusconi) e riguardava anche Napoli e Roma. Per Milano furono stanziati 13,6 milioni di euro. Nel provvedimento fu previsto anche che i prefetti diventassero “commissari” per la realizzazione degli interventi.

La Giunta Moratti spese 8 milioni. Come? Principalmente chiuse il campo di via Triboniano. Progettò la riqualificazione dei campi di via Chiesa Rossa e Martirano ma senza finire i lavori. Diede 15mila euro alle famiglie Rom che dichiaravano di voler tornare nei paesi di origine.

A Milano ovviamente i campi non sono mai scomparsi e molti Rom dopo un breve passaggio nei paesi di origine sono tornati in città. Il 16 novembre 2011 il Consiglio di Stato bocciò il “Piano Rom” della Giunta Moratti contestando il fatto che la presenza di Rom fosse definibile come emergenza mentre è una presenza ordinaria.

Il mese scorso l’attuale Giunta, realizzando un nuovo progetto, è riuscita a farsi restituire i soldi non utilizzati che erano stati bloccati dalla Prefettura e restituiti al Governo. Sono 5 milioni di euro di fondi statali, ovviamente vincolati ad azioni per la gestione della presenza di Rom.

È quindi priva di ogni fondamento l’ipotesi che siano dati 30mila euro a famiglia Rom. Il “Piano Rom” non prevede affatto di destinare ai Rom alcuna somma di denaro. Saranno messe in atto azioni concordate con Governo e Prefettura senza utilizzare soldi del Comune.

Le tappe, tutte finanziate dallo Stato:

  • Allontanamenti programmati dai campi abusivi e messa in sicurezza dei terreni per impedire la rioccupazione (esempio: Bacula).
  • Per evitare che siano occupate altre aree il Comune offre ospitalità nei centri di emergenza sociale, dormitori gestiti da Protezione civile, Terzo settore e controllati dalla Polizia locale (es: via Barzaghi). Nelle prossime settimane ne verrà aperto un secondo, in un’area abbandonata al degrado e oggi soggetta a occupazioni di Rom.
  • Il percorso di integrazione proposto dal “Piano Rom” prevede, a fronte dell’assistenza, l’obbligo a mandare i figli a scuola, seguire un percorso di formazione professionale, disponibilità a collaborare con i servizi sociali.

Di soldi a pioggia non se ne vedono, anzi: emerge una chiara progettualità.