Passaggio a Nord-Est (57) – CoLoR44, obiettivo referendum

Sabato 23 marzo in una sala riunioni dell’Hotel Admiral a Milano è avvenuta la presentazione di un nuovo movimento chiamato CoLoR44: Comitato Lombardo per la Risoluzione 44.

Il Comitato “è un’associazione apartitica, fondata da cittadini della Lombardia, favorevoli ad avviare un percorso referendario per decidere dello status istituzionale della nostra Regione, sul modello di quanto sta avvenendo in Veneto (e anche in Catalogna e Scozia, considerando l’intero ambito europeo comunitario, in quanto area giuridicamente integrata)

Il riferimento alla Risoluzione 44 ci porta al Consiglio Regionale del Veneto. In data 28 novembre 2012 è stato approvato un documento che:

“impegna il Presidente del Consiglio regionale del Veneto ed il Presidente della Giunta regionale del Veneto ad attivarsi ad attivarsi per avviare urgentemente con tutte le Istituzioni dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite le relazioni istituzionali che garantiscano l’indizione della consultazione referendaria (…) al fine di accertare la volontà del Popolo Veneto in ordine alla propria autodeterminazione avvalendosi a tale scopo del parere consultivo di un’apposita commissione di giuristi senza alcun onere a carico della Regione, oltre che a tutelare in ogni sede competente, nazionale ed internazionale, il diritto del Popolo Veneto all’autodeterminazione”

L’obiettivo è proporre e far approvare anche dal Consiglio Regionale Lombardo una risoluzione del tutto simile garantendo ai cittadini lombardi il diritto di scegliere se rimanere italiani o di rendere la Lombardia uno stato indipendente sulla scia di quanto sta avvenendo in Veneto, in Scozia e in Catalogna. L’associazione è aperta a “qualsiasi cittadino e qualsiasi gruppo, associazione o partito disponibili a sostenere la raccolta firme a supporto del testo di Risoluzione elaborato dal Comitato”. Ci sono già contatti con numerosi partiti/associazioni favorevoli all’indipendenza, ma naturalmente CoLoR44 si adopererà anche per dialogare con tutti i partiti presenti nel consiglio regionale della Lombardia.

Interessante rimarcare una dichiarazione di uno dei membri di CoLoR44, il prof. Marco Bassani:  «Noi vogliamo l’indipendenza della Lombardia così com’è oggi. Ovvero con tutti i suoi abitanti, anche coloro che hanno origini meridionali e gli immigrati. Siamo convinti che convenga a tutti. Una risoluzione per tutti coloro che abitano sul nostro territorio».

Fanno parte dell’associazione anche il prof. Carlo Lottieri (fondatore di Diritto di Voto) e una vecchia conoscenza di questo blog: Alessandro Storti.

Andrea Givone

Annunci

Passaggio a Nord-Est: season finale

Nel maggio del 2011 Stefano Catone, che considero prima di tutto un amico e solo dopo, molto dopo, un avversario politico, ha accettato la mia proposta di aprire uno spazio per offrire un punto di vista indipendentista nell’ambito di questo bel blog, OnTheNord, che seguivo da un po’ di tempo.

Ho scelto allora il nome Passaggio a Nord-Est, per battezzare la neonata rubrica, perché il separatismo è nato fra Veneto, SudTirolo, Friuli, Trieste, Lombardia orientale, e in quelle terre maturerà. Io mi auguro con esiti positivi, capaci di rompere definitivamente il tabù dell’unità statuale. Le elezioni appena trascorse dimostrano che il rancore verso le istituzioni centrali cresce, pur con molte contraddizioni. Così come crescono e si radicano i partiti dichiaratamente indipendentisti (Indipendenza Veneta e Veneto Stato), che conquistano in Veneto circa 45.000 voti, più che raddoppiando quelli ottenuti nel 2010, alle ultime Regionali, dalle due formazioni indipendentiste allora presenti in campo (PNV e Veneti), dalle quali essi derivano, dopo un faticoso processo di fusione e di ridivisione. Processo che, evidentemente, non solo non ha nuociuto, ma ha semmai contribuito a radicare le rispettive militanze e a diffondere in modo concorrenziale e, in definitiva, più coerente, il messaggio.

A mio parere, è una nuova tappa, in un cammino non breve ma costante. Vedremo.

In ogni caso, scrivo queste poche righe perché desidero sospendere l’attività di Passaggio a Nord-Est. Negli ultimi sei mesi sono stato assorbito quasi completamente dall’impegno politico, a scapito dei miei doveri familiari e lavorativi. E’ tempo di ritornare a casa. Naturalmente con questo non voglio dire che non scriverò più. Semplicemente, ho bisogno di lunghe vacanze dalla politica, chiamiamole così. Quando troverò il tempo (e la voglia) di scrivere, tornerò con piacere a farlo. Adesso però non mi è proprio possibile continuare. Volevo dirlo chiaramente, per evitare di lasciare in sospeso uno spazio prezioso, della cui disponibilità ringrazio Stefano e la redazione. A mio parere ne è valsa la pena, in entrambe le direzioni.

Grazie a tutti coloro che hanno letto, condiviso, polemizzato, discusso, criticato, apprezzato.

Alla prossima, Alex

Passaggio a Nord-Est (56) – Perchè distruggere il welfare lombardo?

In questi ultimi anni lo stato italiano (soprattutto con i governi Berlusconi e Monti) ha operato numerosi tagli agli enti locali lombardi, con la diretta conseguenza di una diminuzione drastica dei servizi pubblici.

Recentemente sono stati cancellati dalla uscente giunta regionale 45 reparti di cardiologia e chirurgia e 13 di maternità per “adeguarsi alle leggi nazionali”; il 4 gennaio è già stato chiuso il reparto di pediatria dell’ospedale Macedonio Melloni di Milano (perché mancano medici e personale di reparto); sempre a Milano è stato deciso che il Policlinico dovrà eliminare 7 primariati su 74.

E’ emergenza sanità, dal quotidiano laRepubblica: “Tagliati 144 milioni di euro per il 2012, altri 225 milioni per il 2013. A rischio 3000 precari in Lombardia per il blocco dei contratti a tempo determinato (Cgil). Nelle cliniche private si stimano 1500 esuberi. Il San Raffaele ha annunciato 244 licenziamenti; altri 371 per il Gruppo Multimedica”.

Le denuncia, di qualche mese fa, del Forum Terzo settore Lombardia (l’intesa delle organizzazioni di terzo settore regionali che hanno come caratteristica “il perseguimento di finalità pubbliche solidaristiche e l’assenza di scopi di lucro”):

“In Europa siamo:

– al 23° posto nella spesa a favore dei disabili;
– al 25° posto nella spesa a sostegno della disoccupazione;
– al penultimo posto nella spesa a sostegno della famiglia e della natalità;
– all’ultimo posto nella spesa per il contrasto alla povertà e all’esclusione sociale.

Per uscire dalla crisi, dalle contraddizioni che l’hanno generata, invece di combattere gli sprechi di cui si è alimentata, si è scelto di tagliare il welfare e colpire i più deboli: il DdL di Stabilità del Governo prevede un’ulteriore riduzione della spesa sanitaria, delle risorse degli enti locali oltre all’aumento di 6 punti percentuali dell’IVA sui servizi delle cooperative sociali. Tutto ciò rischia di dare il colpo di grazia ai servizi sociali territoriali ed a milioni di persone e famiglie.”

I cittadini lombardi, danno un contributo  elevatissimo allo stato italiano (guardare i dati del residuo fiscale) e in cambio cosa ricevono? Perché eliminare il nostro welfare? Per comprare i caccia F35, i sommergibili U212 o per sussidiare decine di migliaia di forestali nullafacenti?

No, Grazie.

Meglio uno stato lombardo che possa agire nell’interesse dei propri cittadini, Catalunya docet.

Andrea Givone

Passaggio a Nord-Est (55) – Cosa sta succedendo in Veneto?

Sul finire dell’estate abbiamo inaugurato, qui a Passaggio a Nord-Est, un mini-ciclo di articoli, al grido di Xe Ora!, dedicati specificamente all’evoluzione dello scacchiere veneto, partendo dall’ormai tradizionale “Festa dei Veneti” organizzata da Raixe in quel di Cittadella. Avevamo rilevato, nella prima puntata, come il clima registrato quest’anno nella cittadina padovana fosse decisamente più caldo, sul fronte dell’esplicita rivendicazione di un pieno autogoverno per il Veneto. Lo testimoniavano, non a caso, due inequivocabili scritte a caratteri cubitali che facevano bella mostra di sé, in una sorta di virtuale domanda e risposta fra il palco e la piazza: se dal primo gli organizzatori invocavano “Autodeterminasión”, dalla seconda i militanti delle formazioni politiche rispondevano “Independensa”, anticipando significativamente l’immagine che i viali barcellonesi avrebbero di lì a pochi giorni rilanciato in tutto il mondo, in quel fatidico 11 settembre 2012, con un’eco che ancora perdura, senza scemare e, semmai, crescendo d’intensità ogni giorno di più.

Veneto e Catalogna, Catalogna e Veneto. Questo intreccio di storie, simbolicamente benedetto dalla consonanza cromatica delle due bandiere nazionali, entrambe rosso-oro, ha segnato tutta la stagione seguita a quella Festa di fine estate, con l’accompagnamento, è bene ricordarlo, di quattro altre situazioni assimilabili in termini di obiettivo finale, ovvero la separazione dallo stato di appartenenza e la costituzione di nuove repubbliche indipendenti nell’ambito dell’Unione Europea: Scozia, Fiandre, Euskadi e SudTirolo. Ognuna con il proprio percorso, con le proprie peculiarità storiche e giuridiche, certo, ma tutte accomunate dalla crescita esponenziale o dal radicamento progressivo e sempre più strutturale di un indipendentismo moderno e determinato ad ottenere successo, come dimostrano gli sviluppi che le hanno riguardate in questi ultimi mesi e che tuttora le interessano (approvazione formale congiunta britannico-scozzese del referendum separatista per il 2014, vittoria alle amministrative di Anversa della formazione separatista Nieuw-Vlaamse Alliantie, del neoeletto sindaco nonché leader della stessa Bart De Wever, trionfo elettorale dei nazionalisti del Partido Nacionalista Vasco e della sinistra abertzale separatista del cartello Bildu, programmazione di referendum consultivi locali per l’indipendenza, sul modello di quelli già svoltisi in tantissimi comuni catalani, da parte degli indipendentisti sudtirolesi).

 

Il 28 Novembre e la Risoluzione 44

Ma torniamo al Veneto.

In ambito italiano siamo soliti giudicare i processi politici con le lenti distorte della rappresentanza elettorale. Capita spesso che fenomeni politico-sociali di ampia portata vengano pesantemente sottovalutati a causa della loro assenza dagli emicicli parlamentari o consiliari. Forse ciò si deve all’immaturità politica che ha contraddistinto il passaggio piuttosto brusco e repentino da un proporzionalismo elettorale puro, ovunque e comunque, ad un maggioritario pasticciato e purchessia, con leggi fortemente distorsive di ogni più elementare principio democratico. Un tempo anche solo uno 0,5% in più da un’elezione all’altra faceva cronaca, adesso sembra solo che esista chi conquista l’intera posta (del resto non esiste alcun meccanismo di check and balance all’americana, che garantirebbe maggior equilibrio al sistema, ma, come è noto, degli States qui si copia quasi sempre a casaccio, prendendo spesso il peggio o distorcendo ciò che meriterebbe maggior studio e riflessione prima di essere importato).

La sottovalutazione appena citata è quanto mai evidente in Veneto, dove i due partiti indipendentisti VenetoStato e IndipendenzaVeneta possono contare, al momento, soltanto su un consigliere comunale, Davide Pozzobon, di IV. E dove ben pochi organi di stampa, e probabilmente anche pochi esponenti politici, si sono accorti che la rivoluzione indipendentista ha vissuto il proprio “turning point” il 28 Novembre 2012. In quella data il Consiglio Regionale del Veneto ha infatti approvato la Risoluzione 44, recante “Il diritto del popolo veneto alla compiuta attuazione della propria autodeterminazione”, che “impegna il Presidente del Consiglio regionale del Veneto ed il Presidente della Giunta regionale del Veneto ad attivarsi, con ogni risorsa a disposizione del Consiglio regionale e della Giunta regionale, per avviare urgentemente con tutte le Istituzioni dell’ Unione europea e delle Nazioni Unite le relazioni istituzionali che garantiscano l’indizione della consultazione referendaria innanzi richiamata al fine di accertare la volontà del Popolo Veneto in ordine alla propria autodeterminazione avvalendosi del parere consultivo di un’apposita commissione di giuristi senza alcun onere a carico della Regione” (per una valutazione del voto del 28 Novembre si rimanda alle analisi di chi scrive e a quelle di Carlo Lottieri, Alessandro Mocellin, Claudio Hutte).

La Risoluzione 44  si inserisce di fatto nello stesso percorso della Resolució 742 approvata dal Parlamento de Catalunya due mesi prima, il 27 settembre, come dimostra ad esempio una significativa citazione fattane dall’ex ministro del Governo catalano Biosca, in un recentissimo articolo (disponibile anche qui, nella traduzione curata da Andrea Givone per DirittodiVoto). Ma il documento marciano, se possibile, è ancora più significativo sul piano simbolico, in quanto è il frutto di uno straordinario pressing popolare esercitato dall’esterno dell’assemblea regionale, da parte di IndipendenzaVeneta, attraverso una capillare azione di raccolta firme, propaganda e diplomazia, culminata nella manifestazione veneziana del 6 ottobre, rilanciata in tutto il mondo dai più disparati organi di stampa.

 

L’eredità storica, fra fasti serenissimi ed emigrazione taciuta

Bisogna riconoscere che i Veneti, rispetto ad esempio a noi Lombardi, hanno un vantaggio competitivo incalcolabile, in termini mediatici, che deriva loro dal poter disporre di una legacy storico-simbolica straordinariamente viva: quel Leone noto in tutto il mondo, quella capitale lagunare riprodotta persino nel bel mezzo del deserto del Nevada, quel fascino settecentesco il cui bel vivere gareggia con lo sfarzo prerivoluzionario delle corti di Francia, tutte queste caratteristiche risultano scolpite nell’immaginario collettivo mondiale, sicché è stato spontaneo, per giornalisti di ogni dove, associare le rivendicazioni secessioniste attuali al mito della Serenissima. E questo nonostante l’indipendentismo veneto rifugga dal passatismo nostalgico, ben sapendo che Venezia stessa è stata (e sempre sarà, soprattutto se indipendente), culla del progresso e del dinamismo di chi commercia e non si ferma mai. Senza però dimenticare chi è, da dove viene e dove ritornerà ogni volta.

Questo è uno dei punti di forza dei Veneti. Sanno chi sono e lo stanno dimostrando, anche seguendo percorsi che, ancora una volta, vengono del tutto sottovalutati dalle cronache politiche mainstream. Ad esempio intessendo rapporti con quell’emigrazione di massa in terra brasiliana, avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento quale frutto amarissimo del processo unitario italiano; un’emigrazione che oggi dà importanti segnali di progressiva e significativa tendenza ad identificarsi in modo spontaneo con la rivendicazione veneta al pieno autogoverno nazionale (cioè regionale, naturalmente). Negli Stati del Rio Grande do Sul e di Santa Catarina, dove i discendenti veneti sono milioni, la lingua veneta, che per uno scherzo della storia viene detta taliàn, è viva e vitale, tanto da avere una propria letteratura, una scolarizzazione in costante aumento e, non a caso, un regime di semiufficialità, in quanto riconosciuta formalmente a livello di amministrazioni locali.

Nell’Ottocento l’Impero brasiliano, formatosi come dominazione portoghese e quindi seceduto dalla madrepatria a seguito del crollo della stessa sotto la pressione napoleonica, cercava coloni, fattori, artigiani per popolare i territori vastissimi del Sud. Cercava un popolo “mansueto”, come ricordava qualche mese fa sulle proprie colonne un articolo di Emergency. E mansueti erano i Veneti. Così nacque quel fenomeno migratorio che la storiografia (e la comunicazione di massa, dal cinema alla televisione), ha del tutto estromesso dal racconto di un’altra nazione, quella italiana. Esattamente ciò che è accaduto con Venezia, capitale di livello mondiale per secoli e tuttavia ridotta da decenni, dai programmi scolastici ministeriali italiani, allo status di repubblica marinara fra le tante sui libri di scuola.

 

Un processo probabilmente inarrestabile

Un popolo mansueto, quello veneto. E mansueta, ma dannatamente determinata, appare la rivoluzione che tale popolo sta facendo, rigorosamente dal basso, come forse era destino, se solo guardiamo alle origini della sua storia: Venezia non è nata sui colli, ma dal mare, costruita su isolette e su pali di legno, milioni di pali, piantati nella laguna. Dal basso, appunto, fondamenta dopo fondamenta. Così come, oggi, la rinascita veneta passa attraverso un percorso indipendentista che si sta radicando e moltiplicando, nelle piazze, nelle strade, nelle città del Veneto, attraverso una presenza sempre più capillare delle formazioni politiche e culturali che ogni giorno, ripetiamo: ogni giorno, organizzano banchetti, volantinaggi, incontri pubblici, partecipazioni televisive e radiofoniche. Settimana dopo settimana, mattone su mattone, il tema sta sfondando. E’ indubitabile. Non è un giudizio di parte o una sovrastima determinata da preferenze personali di chi scrive. E’ un dato di fatto numerico, come testimonia ad esempio la partecipazione massiccia e costante di pubblico ad ogni incontro organizzato dai due partiti indipendentisti.

Ma alla valutazione della presenza sul territorio va aggiunta anche quella del contesto internazionale, e segnatamente europeo comunitario, in cui tale processo si inserisce ormai a pieno titolo. Era stato per primo Riccardo Illy, nel marzo del 2008, a lanciare quello che, dal suo punto di vista non-antiunitarista, voleva essere un chiaro grido d’allarme, rimasto naturalmente inascoltato, dalle pagine di “Così perdiamo il Nord”. L’industriale triestino l’aveva detto: l’Unione Europea favorirà, non rallenterà, i processi separatisti in atto nelle regioni padane. Il Collettivo Avanti, nel maggio di quello stesso anno, quindi in tempi egualmente non sospetti, l’aveva ribadito con dovizia di particolari (ed entusiasmo, sia chiaro). Oggi è una fonte internazionale e insospettabile a riaffermare che il quadro normativo e politico continentale rappresenta un elemento di opportunità in chiave pro-indipendentista; scrive l’inviato californiano Henry Chu, sul Los Angeles Times del 24 dicembre: “Per molti aspetti, l’Unione Europea ha creato le condizioni appropriate affinché l’indipendenza sembri un’opzione percorribile per regioni e minoranze sfiduciate. 
Di fatto nessun secessionista descrive la propria terra come una nuova nazione fiera e solitaria nel bel mezzo del mondo. Semmai, gli appelli di libertà per Scozia, Catalogna o Fiandre sono invariabilmente seguiti nella stessa frase dalla descrizione delle loro aspirazioni a fare dei rispettivi paesi dei membri a pieno titolo di una forte e duratura Unione Europea. I secessionisti vedono l’UE come un bastione in un mondo globalizzato e sempre più competitivo. Come membri di un club che esercita smisuratamente più potere -finanziario, diplomatico, militare- di quanto ne potrebbero avere di per se stesse, le piccole nazioni possono prosperare senza la paura di essere lasciate indietro o calpestate, beneficiando degli accordi commerciali che l’UE ottiene a beneficio di tutti i membri o dalla sua politica estera comune.”

 

L’internazionalizzazione della questione veneta

Ma l’articolo della testata losangelina è interessante anche per un altro aspetto: il reporter, che nella capitale marciana ha intervistato il segretario di IndipendenzaVeneta Pizzati, mostra di considerare il Veneto sullo stesso piano “mediatico” di Scozia e Catalogna. Non si tratta, chiaramente, di sovrapporre tre situazioni diverse e tre diversi piani di maturazione della mobilitazione popolare (ma attenzione: sul piano del consenso all’opzione indipendentista, il Veneto guida l’ideale classifica dei favorevoli alla separazione dallo stato di appartenenza, come testimoniato dal sondaggio scientifico presentato nel gennaio di quest’anno).

Si tratta, semmai, di prendere atto che, a livello di stampa internazionale, e non solo, come vedremo fra pochissimo, la questione veneta si è ormai inserita in quel panel di nazioni senza stato che godono di un implicito riconoscimento internazionale, quantomeno dal punto di vista della legittimità a proporsi come possibili stati in fieri, destinati a nascere formalmente in un lasso di tempo credibile. E’ questa una conquista molto significativa, che permette all’indipendentismo veneto di far percepire l’attuale Regione come “altro dallo stato italiano”: se non un corpo estraneo, certamente un territorio con una propria ben precisa specificità e identità storica.

E’ importante ricordare che al processo di internazionalizzazione della questione veneta, oltre alla citata giornata veneziana del 6 ottobre, hanno contribuito in modo determinante altri tre eventi, organizzati da un determinatissimo indipendentista marciano sui generis, Giovanni Dalla Valle, in collaborazione con VenetoStato. Si tratta della partecipazione, su invito ufficiale, di una delegazione veneta alla marcia per l’indipendenza della Scozia, svoltasi ad Edinburgo a fine settembre; del convegno congiunto fra VenetoStato e rappresentanza catalana della European Partnership for Independence, svoltosi a Treviso a novembre; per finire, della “Prima Conferenza sull’Indipendentismo Locale in Europa”, tenutasi a Vicenza il 15 dicembre, cui hanno preso parte importanti rappresentanti di Scozia, SudTirolo, Fiandre e Catalogna.

 

Dal monopolio lighista all’agenda del nuovo indipendentismo veneto

Va detto che lungo tale cammino non sono finora mancate, come è naturale che sia, contraddizioni, crisi di crescita, polemiche. Senza dimenticare la presenza, al di fuori dei partiti indipendentisti citati, di un coriaceo zoccolo duro, difficile da quantificare, ma senza dubbio testardamente determinato (sia detto a loro onore), formato da quei venetisti che, spesso divisi fra loro, sono uniti nel non-riconoscimento di alcuna possibile legittimità alle istituzioni italiane. Si tratta di soggetti associativi che, sotto le più varie sigle, contribuiscono a diffondere lteriormente il sentimento di disaffezione nei confronti dello stato unitario.

In ogni caso, soltanto uno sguardo superficiale potrebbe equivocare il reale peso delle fisiologiche contraddizioni che albergano nella galassia indipendentista marciana, ritenendo tali aspetti come punti di debolezza. In realtà la presenza di dissidi, talvolta meramente personali talaltra genuinamente programmatici, di un confronto serrato, di una vera e propria concorrenza anche durissima fra diverse formazioni partitiche, testimonia il superamento di una fase politica che ormai non esiste più, quella in cui la questione dell’autogoverno era divenuta monopolio di una sola forza, la Liga Veneta-Lega Nord. I danni derivati da tale passata condizione di subalternità totale alla Liga (cioè, a conti fatti, a Bossi) da parte di qualsiasi autonomismo/indipendentismo marciano, si contano ancora oggi, allorché ogni rivendicazione di maggiore o totale autogoverno rischia, “dall’esterno”, di essere automaticamente associata al lighismo, da intendersi nella peggior accezione politica del termine.

Va detto però che il processo di emancipazione sociale e ideologica del nuovo indipendentismo veneto dal lighismo procede in modo netto e spedito, tanto che oggi è la Liga a vedersi dettare l’agenda da parte dei nuovi attori. E va al contempo riconosciuto che, in ambito lighista, ci sono segni di una ripresa di coscienza importanti, come quelli provenienti dall’attività in sede UE della parlamentare Mara Bizzotto, autrice di interrogazioni nette che stanno costringendo la Commissione e il suo Presidente, Barroso, a sbilanciarsi in favore di un riconoscimento della legittimità dei processi separatisti all’interno dell’UE, dovendosi considerare implicitamente superate le norme costituzionali interne ostative di tali processi (come il famigerato art. 5 della carta repubblicana italiana).

I temi dell’agenda del nuovo indipendentismo veneto, che nasce e cresce fuori dalla Liga e quasi sempre in antitesi con essa, non sono più quelli oltremodo demagogici cari a certi colonnelli bossiani e ad una base troppo spesso diseducata al confronto politico su temi concreti, ovvero la polemica antimigratoria fine a se stessa, da un lato, e l’approccio antipolitico da festa di partito, dall’altro, quest’ultimo contraddetto poi regolarmente dalla prassi della gestione del potere reale, concretamente esercitata ogni giorno da stuoli di amministratori e funzionari eletti o nominati. I temi che il nuovo indipendentismo veneto sta imponendo alla Liga sono due, nobilissimi, molto chiari e strettamente correlati: l’indizione del referendum per l’autodeterminazione, a cui i massimi organi della Regione del Veneto sono peraltro formalmente chiamati dalla Risoluzione 44, e la spietata e serrata critica allo sfruttamento fiscale esercitato dallo stato italiano ai danni delle imprese e dei cittadini veneti.

 

Verso il 2013

Su questi due temi si giocheranno di fatto tutte le “partite”, elettorali e non, dell’indipendentismo veneto nel corso dell’anno che si sta aprendo. Il 2013 vedrà una serie di momenti topici che serviranno da banco di prova per VenetoStato, IndipendenzaVeneta e tutte quelle associazioni e quei movimenti a cavallo fra cultura, politica e società che animano la lotta marciana per l’autogoverno. Al momento soltanto VenetoStato ha deciso di partecipare alle elezioni politiche italiane. Sull’opportunità o meno di prendere parte a quella corsa il blog DirittodiVoto ha aperto un dibattito, interpellando numerosi esponenti del venetismo (termine forse improprio per ricomprendere in una sola categoria politica tutti gli intervistati, ma ormai di uso comune, che per semplicità ci permettiamo di usare in questa sede). Si tratta di una tematica che suscita forti contrapposizioni in ambito indipendentista.

Ci sarà poi una tornata elettorale amministrativa, al cui interno si segnalano le comunali di Vicenza e Treviso; nella prima VenetoStato correrà con un neo-acquisto, l’ex leghista Davide Lovat, che con la sua scelta di aderire al partito guidato da Antonio Guadagnini certifica l’esistenza di un effetto calamita dell’indipendentismo veneto nei confronti di persone provenienti da altre aree (si pensi al fatto che, ad esempio in Consiglio Regionale, la Risoluzione 44 è stata votata anche da esponenti della sinistra radicale come Pietrangelo Pettenò o democrat come Diego Bottacin); a Treviso invece correrà la dinamicissima Alessia Bellon di IndipendenzaVeneta, in una sfida che si preannuncia dai toni molto aspri verso il dominus Gentilini, già accusato dalla candidata di essere un novello Sceriffo di Nottingham pronto a tassare sempre e comunque i cittadini per conto di Roma. Un’altra sfida, non elettorale ma politicamente molto rilevante, è rappresentata dal 25 aprile 2013, giorno di festa nazionale veneta in quanto dedicato al patrono San Marco: dopo la lezione della Diada de Catalunya dell’11 settembre scorso, i Veneti sono chiamati a dare dimostrazione delle proprie capacità di mobilitazione, nel nome di un’identità che sa includere ma che non vuole implodere sotto il peso del moloch unitario e delle sue ormai insostenibili contraddizioni: ne saranno capaci? Lo vedremo.

Una cosa è certa: in Veneto qualcosa è veramente cambiato. I prossimi mesi ci diranno quanto sia profondo tale cambiamento. Per ora, tutto lascia credere che non si tratti di una contingenza passeggera. La strada per la costruzione di una Repubblica Veneta indipendente nell’ambito dell’UE è cominciata.

The fog of war

Mi è tornata in mente un’intervista di qualche tempo fa. C’era una ragazza – sarà stata appena maggiorenne -, con una bandana bianca con il Sole delle Alpi verde, che sotto un gazebo e con alle spalle una giornata uggiosa, rispondeva: «mio padre mi ha dato la vita, Bossi le ha dato un senso».

Mi è tornata in mente questa cosa qui, quando oggi ho letto le dichiarazioni di Umberto Bossi, uno che non si faceva sentire da un po’, e che con poche parole ha messo assieme il giovanile spirito rivoluzionario e il declino inarrestabile degli ultimi anni. «Monti deve sparire dalla faccia della terra», rivoluzionario. Mi candido a meno che la Lega decida di non andare più a Roma «e passare a mezzi più espliciti, più rumorosi […] tirare fuori i fucili e raggiungere la forza nelle regioni del Nord», rivoluzionario. Molto rivoluzionario. 

«Tutti i poteri sono contro di lui, mentre lui è una brava persona. Non è come Monti, non ha mai fatto suicidare nessuno, né fa gli interessi delle banche», in declino. Molto in declino. Già, perché le parole che avete appena letto sono riferite a Silvio Berlusconi. Anch’egli in declino, capace di candidare se stesso, Alfano e Monti alla presidenza del Consiglio, nel giro di mezzora. Salvo, poi, non candidare nessuno dei tre.

A un primo impatto ho sentito il rumore dei fucili, l’odore del sangue. Poi mi è tornata in mente quell’intervista, appunto: una straordinaria testimonianza della capacità di Bossi di immaginare orizzonti politici molto lontani, e allo stesso tempo capaci di aggregare su temi immediati e quotidiani. Orizzonti politici e parole d’ordine che non ho mai condiviso, ma che però erano in grado di spaccare in due l’opinione pubblica e scaldavano i cuori dei fedelissimi, pronti alla ribellione – si fa per dire. Tutto questo non c’è più: della guerra, in Pianura padana, è rimasta solamente la nebbia. E qualcuno molto furbo, con gli occhialetti rossi, che a tentoni cerca di orientarsi. 

Passaggio a Nord-Est (54) – la prossima Lombardia, il capitolo che non c’era

La Lombardia è una colonia fiscale e giuridica, smodatamente sfruttata dallo stato italiano (qui la blogger GPG Imperatrice e qui il professor Michele Boldrin).
I cittadini della nostra Regione sono degli schiavi. Essenzialmente per colpe proprie, dato che oscillano fra la passività di chi subisce senza ribellarsi e la complicità di chi elegge una classe dirigente che mortifica l’autogoverno e aumenta le tasse (o ne teorizza l’aumento).
I cittadini lombardi, quale che sia la loro provenienza geografica, l’origine etnica, il credo, la condizione lavorativa, sono crocifissi senza ritegno, tributariamente e normativamente.

La sola possibilità di una resurrezione è l’ottenimento di forme di autogoverno reali e non immaginarie. Modelli catalani, sudtirolesi, bavaresi, fiamminghi, trentini, friulani, baschi, slovacchi, montenegrini, persino romano-capitolini: ce ne sono mille di modi per uscire da questo inferno, per non avere più quell’assurdo primato che ci contraddistingue in Europa, quello di prima Regione per residuo fiscale, con numeri da record che descrivono uno sfruttamento tributario colossale.

Chi vuole andare a governare questa Regione non può occuparsi dell’universo mondo tranne che di questo. Non può nascondere la testa sotto la sabbia. Le cose si cambiano cambiandole, non tassandole, soprattutto in Lombardia: chi pensasse di vestire i panni dell’ennesimo Sceriffo di Nottingham si ricordi bene che, prima o poi, un Robin Hood salta fuori.

Passaggio a Nord-Est (53) – La Repubblica catalana e la Repubblica delle banane

Le elezioni catalane sono andate come avevamo previsto su questo blog: un voto chiaro e netto a favore della coalizione soberanista, ovvero quel cartello di forze politiche che hanno sostenuto la Resolució 742 del 27 settembre scorso nel Parlament de Catalunya. Per chi non l’avesse capito, questo atto ufficiale di indirizzo dell’assemblea catalana esorta la Giunta, che si costituirà a seguito delle elezioni di domenica, ad indire un referendum per l’indipendenza entro la nuova legislatura. Niente di più, niente di meno.

Ci sono stati consistenti spostamenti di voti all’interno di questa coalizione: CiU, partito del Presidente Màs, fino a tre mesi fa maggioritariamente e ufficialmente autonomista, convertitosi quindi all’indipendentismo dopo la manifestazione oceanica della Diada de Catalunya dell’11 settembre, ha ottenuto 50 seggi contro i 62 che aveva in precedenza; ERC, la sinistra storicamente separatista, ha invece visto raddoppiare il proprio consenso, passando da 10 a 21 seggi, che le permettono oggi di essere la seconda forza politica catalana; bene è andata anche a ICV, gli ecosocialisti favorevoli al referendum indipendentista, che hanno aumentato i seggi passando da 10 a 13; infine la CUP, coalizione delle sinistre indipendentiste, che fa il suo esordio nel Parlament con 3 seggi, andando di fatto a sotituire i precedenti 4 deputati di Solidaritat Catalana dell’ex Presidente del Barcellona Laporta.

I principali giornali italiani, di fronte a questo risultato, che disegna in modo inequivocabile un rafforzamento delle posizioni più radicali e, di conseguenza, un consolidamento del fonte separatista, hanno raccontato bugie colossali. O forse sono solo ignoranti colossali. A voi la scelta. Qui sotto un collage che testimonia il grado di “creatività” della stampa repubblicanbananesca e corrierinservilista. Notare in particolare l’agghiacciante boiata (è un termine tecnico) in basso a sinistra.

In ogni caso, il vero giornalismo lo trovate qui e qua. Quo, nel senso di status, lo lasciamo ai pubblicisti di veline di regime.

p.s. e per eventuali dummies che proprio faticassero a capire, ecco un’infografica semplice semplice…