Se in Veneto studiare è un lusso

di Gianluca Pozza*

Rischia di diventare un rito annuale la protesta degli studenti dell’università di Padova: come l’anno scorso anche quest’anno la Regione non ha ancora erogato buona parte delle borse di studio che consentono di frequentare l’Università anche a chi non può permettersela. Il Sindacato degli Studenti (lista studentesca vincitrice delle ultime elezioni universitarie) è così sceso nuovamente in piazza a protestare chiedendo all’assessore Donazzan di stanziare i fondi già previsti (5 milioni di euro).

Qual è il nocciolo della questione?

Il diritto allo studio è una materia di competenza regionale e riguarda tutti quei provvedimenti, come le mense e le borse di studio, mirati a permettere a chiunque di poter accedere ai vari livelli dell’istruzione. In Veneto da anni la Regione non stanzia fondi per le borse di studio e, di anno in anno, sta diminuendo i fondi agli enti per il diritto allo studio (ESU) che gestiscono le case dello studente, le mense ed altri servizi.

I fondi per cui gli studenti padovani sono scesi in piazza però non provengono direttamente dalla Regione, ma arrivano dal fondo integrativo per le borse di studio che lo Stato versa alle regioni, nel caso Veneto ad integrare il nulla messo dall’assessore Donazzan.

Se questi soldi sono stanziati a bilancio regionale non sono però elargiti a causa dei vincoli del patto di stabilità, la Regione sceglie infatti, per il secondo anno, di utilizzare la liquidità a sua disposizioni per altre spese di bilancio sacrificando il diritto allo studio, ritenuto evidentemente di scarsissima importanza data anche l’esiguità dei fondi in questione. Non è però uguale per uno studente ricevere la borsa di studio ad inizio anno o dopo un anno e mezzo praticamente come rimborso spese, in tutto quel tempo le spese per lo studio non sono certo congelate e per molti studenti nemmeno il lavoro saltuario (spesso in nero) riesce a compensare questa mancanza. Non sono pochi infatti i casi di indebitamento.

In realtà una parte delle borse sono già state erogate. Questo perché sono prese dalla tassa regionale sul diritto allo studio che tutti gli studenti pagano ogni anno (circa 7 milioni per Padova) e che viene subito elargita. Se a questo aggiungiamo che l’Università di Padova stanzia 2 milioni (presi dalla tassazione studentesca) per coprire le borse che non saranno coperte dai fondi statali e regionali, supplendo la regione, vediamo che ben il 64% delle borse è pagato dalle tasse degli studenti padovani stessi.

Quindi solo il 36% dei fondi delle borse di studio proviene dalla contribuzione generale, tra l’altro nazionale, il resto è solo a carico degli studenti. Diventa chiaro che l’istruzione non viene più concepita come un valore per la collettività, ma solo un servizio per il singolo. Insomma se proprio gli studenti vogliono un sistema di welfare se lo paghino tra di loro, alla società italiana non interessa avere bravi insegnanti, medici, tecnici, scrittori, scienziati, ingegneri, filosofi. Competenze utili solo al singolo individuo.

Negli scorsi anni i tagli dell’ex ministro Gelmini hanno reso evidente a tutti il completo disinteresse del nostro paese verso l’istruzione e la cultura, ma ancor più drammatica è la situazione in Veneto e Piemonte, regioni ricche e a guida leghista nelle quali la spesa per l’istruzione è volutamente tagliata ai minimi (salvo i buoni per le scuole private) perseguendo quel pensiero che vede questa spesa come inutile e la cultura come uno spreco o un vezzo che può coltivare solo chi può permetterselo. Per dirla con l’ex ministro Tremonti “con la cultura non si mangia”. Forse i motivi del declino del Nord-Est andrebbero cercati anche in questa idea e nella scarsa capacità del sistema politico e industriale di mettere a frutto le competenze (non per forza solo tecniche) della generazione più istruita della storia. Questo sì un vero spreco.

Per avere una maggior conoscenza del quadro generale del diritto allo studio in Italia suggerisco questi link:

http://www.ossreg.piemonte.it/doc_02_02.asp

http://www.coordinamentouniversitario.it/documenti/scheda%20tecnica%20su%20Dsu3.pdf

http://www.roars.it/online/?p=4373#more-4373

*(Dottorando – Università di Padova)

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Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (quarta parte)

E allora andiamo a vederci un po’ dentro a questo Gotha del PD in Veneto.

La prima cosa che emerge è la preponderanza e l’asse di controllo Padova – Venezia. Verona è la provincia (e la città…) in cui il cdx è nettamente più forte, la Milano del Veneto. Vicenza e Treviso in mano alla Lega, salvo colpi di mano isolati (a Vicenza città, quando Enrico Hüllweck viene scalzato da Achille Variati, abile a giocare sul fortissimo dissenso cittadino all’ampliamento della base militare USA al Dal Molin; a Montebelluna dove Laura Puppato diventa la “bestemmia in Chiesa” – cit. Giancarlo Galan -, unico sindaco della Marca non del cdx e per due mandati puntando sui temi ambientali e l’opposizione dura e non senza rischi all’inceneritore). Rovigo entità troppo piccola (l’unica provincia del Veneto che salterebbe dopo l’ipotesi di riforma delle Provincie) e un po’ divisa. Belluno montanara e troppo ai margini.

Restano le due roccaforti. Provincie numericamente consistenti (oltre il 36% degli abitanti secondo i dati Istat) e forti di successi politici che le rendono difficilmente attaccabili e che servono da base per imporre la propria egemonia. Muscolare, non progettuale.

Venezia dal 1995 è sempre stata una provincia in mano al csx, il cuore rosso nel Veneto bianco che va a sostituire il vecchio pentapartito della prima Repubblica. Fino al ballottaggio del giugno 2009 quando vince Francesca Zaccariotto, Lega (allora come adesso sindaco di S. Donà del Piave con buona pace delle incompatibilità) sconfiggendo il Presidente in carica, Davide Zoggia, che a suo tempo era stato eletto al primo turno con il 50,5 % dei voti.

E’ la metafora di una carriera politica che, nonostante i palesi insuccessi (o forse proprio per quello?) non gli ha impedito vari sviluppi e riconoscimenti, dentro le istituzioni e all’interno del proprio partito, DS prima, PD poi.

Consigliere comunale a Jesolo dal 1990, ne diviene sindaco a fine 1992 per meno di un anno portandolo al commissariamento… Nel 1995 diventa assessore provinciale restandovi per due legislature fino al 2004, quando viene eletto Presidente della Provincia di Venezia fino alla già citata sconfitta. Con un simile curriculum Pierluigi Bersani, neo segretario, pensa bene di portarlo a Roma per affidargli l’incarico di responsabile enti locali nella segreteria nazionale del PD. Quando si dice il merito e i galloni conquistati sul campo…

Ma l’apoteosi si deve registrare nella “sua” Jesolo. Dopo il commissariamento la cittadina balneare diventa terra leghista, ma di quel leghismo più retrivo e fuori della storia che si coniuga alla xenofobia in salsa ultranazionalista padana con nostalgie imperiali austro-ungariche. Il sindaco Renato Martin si espresse a più riprese come estimatore di Jörg Haider, governatore della Carinzia noto per le sue posizioni fortemente nazionaliste ed estimatore del nazismo, fino ad arrivare a concedergli la cittadinanza onoraria. Dopo i due mandati di Martin (1993-2002) il cdx vinse ancora con Francesco Calzavara (2002-2012).

Per le amministrative 2012 viene deciso di approntare un “listone stile alleanza montiana” con la benedizione del segretario regionale PD Rosanna Filippin e con candidato primo cittadino l’ex vice sindaco pidiellino Valerio Zoggia, zio di Davide. Quando si dice il caso… Un’alleanza che doveva stravincere già dal primo turno, costretta invece al ballottaggio (poi vinto nettamente) avendo raggranellato solo un terzo dei voti dell’elettorato e con il PD ad un miserrimo 11,60%… Nel 2002 DS e Margherita avevano complessivamente ottenuto il 21%.

Ce ne sarebbe abbastanza, in un Partito serio, per chiedere le dimissioni del responsabile di tale sfacelo. In un partito serio che non avesse altri scheletri ingombranti nel proprio armadio.

Talmente ingombranti da occupare tutta la prossima puntata.

Le puntate precedenti, nella sezione TriVento.

Il lavoro, di questi tempi

di Giorgio Sangati

Nicoletta è una ragazza come tante, un ragazza semplice, un ragazza di provincia. La vita le ha dato poco e quel poco se l’è dovuto conquistare, è cresciuta in fretta. Ha imparato subito che il lavoro fa l’uomo, che senza non si può stare, non si deve. Ha scoperto che la felicità non si compra e che e va conservata con cura perchè è fragile, molto. Le è stata rubata questa felicità, fatta a pezzi, calpestata. Ma Nicoletta è una ragazza forte perchè ha ancora l’incoscienza di rischiare, di sognare che le cose, forse, si possono cambiare, ha il coraggio, raro, di dire no, di difendere la dignità di essere uomini perchè il lavoro non rende liberi.
In scena sulla sedia di una sala d’aspetto di una clinica, una giovane attrice e il suo talento, la sua generosità nel darsi fino in fondo, nel raccontare un mondo, il nostro che purtroppo ha ancora bisogno di eroi.

La prima, a San Giorgio delle Pertiche, 4 luglio, ore 21.00.

Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (terza parte)

di Andrea Drezzadore

Da un “regno” ad un altro.

Le prime Elezioni Regionali in Veneto si sono svolte il 7/8 giugno 1970 con la vittoria della Dc che ottiene la maggioranza assoluta dei voti.

Nel ventennio successivo 1970-1990, il predominio democristiano, seppur affievolitosi al punto da dover passare da un monocolore a governi di coalizione, non viene mai messo in seria discussione, trovando qualche fibrillazione e cambi di Giunte più per logiche interne alla Dc che non per veri scossoni esterni. La guida della Regione resta sempre saldamente in mano al partito di maggioranza pur negli equilibri di coalizione che si sono succeduti.

Poi con Tangentopoli ciò che sembrava immutato viene stravolto.

Scompaiono di fatto i partiti laici e si disintegra la DC; il nuovo assetto bipolare, introdotto prima con il Mattarellum per le politiche e poi con la Legge Tatarella per le Regionali e l’elezione diretta del Presidente, impone nuove aggregazioni e collocazioni politiche.

Nel Veneto crolla il regno di Gianfranco Cremonese con il suo arresto e con quello del braccio destro del suo predecessore Carlo Bernini che per oltre un decennio avevano retto la Regione (sponda dorotea) e si apre un periodo di instabilità in cui si susseguono 4 Presidenti in 5 anni, con una parentesi di un anno a guida PDS (Giuseppe Pupillo) e poi anche un ingresso in Giunta della Lega (anche con un tale Gian Paolo Gobbo…).

Le elezioni del 1995 sono state la madre di tutti gli errori politici e lo specchio dell’inadeguatezza della classe dirigente del centrosinistra in regione.

All’epoca (come adesso) spirava fortissima una voglia di cambiamento: come avevano dimostrato le Politiche del ’94 e a prescindere che fosse di qualità oppure fallimentare, “nuovo” era “bello”. In un quadro politico in cui Lega e Forza Italia si presentavano divise e contrapposte, il centrosinistra di allora non seppe far di meglio che candidare alla presidenza Ettore Bentsik, già sindaco DC di Padova per quasi un decennio negli anni ’70 e ’80.

Bentsik riuscì nell’impresa di ottenere ben il 3,6% in meno delle liste che lo sostenevano (dato ancor più negativo se si pensa che tradizionalmente i candidati di csx prendono sempre maggiori consensi rispetto alle liste che li appoggiano). Il risultato fu che una regione in bilico divenne di centrodestra. Per poi rimanervi.

Non servì poi candidare personalità forti e slegate dalle mere segreterie di partito come Massimo Cacciari  nel 2000 o imprenditori come Massimo Carraro nel 2005 per invertire il sistema di potere che Galan e la Lega avevano nel frattempo costruito e messo a loro frutto.

Anzi, l’abbandono quasi subito dell’attività politica di Carraro con ancora tutta la legislatura da svolgere lascia l’Ulivo prima e il PD poi senza una guida effettiva sul campo, con tutte le conseguenze che questo comporta.

E si arriva all’approssimarsi del 2010.

La situazione politica è quella che è (il punto forse più basso di popolarità del PD di questi anni), la Lega scalpita avendo consensi e uomini che possono raccoglierlo. Il PD decide di usare la sua arma segreta. In una consultazione che si rivelerà fortemente caratterizzata da profili identitari (Zaia per la Lega; De Poli, fido dell’entourage di Casini, per l’UdC), decide di puntare su Bortolussi leader della CGIA di Mestre che pochi conoscono e che riscuote la diffidenza di molti, in nome di quella spasmodica rincorsa alla piccola impresa e al “centro” che da sola è capace di far vincere le elezioni e che quindi ogni volta viene rincorsa… a 2 mesi dalle elezioni, per poi dimenticarsela per 5 anni.

Con il risultato di perdere 60 (abbondanti) a 30 (scarsi), di avere il candidato presidente (sconfitto) che in Consiglio e in Commissione lavora per conto suo e di non avere (di nuovo!!!) un leader sul campo, ma avendo però salvaguardato le poltrone in virtù di un diabolico meccanismo elettorale (e di una frammentazione) che premia chi perde male rispetto a chi limita i danni (il PD con il 20% ottiene 14 seggi, mentre nel 2005 con il 24% ne otteneva 13…).

Ovviamente di questa scelta lungimirante non vi è alcun responsabile, né la segretaria regionale (arrivata lì per giochi d’equilibrio e non per meriti precedenti), né i veri manovratori occulti, il caminetto veneto che vive sull’asse Padova-Venezia tagliando fuori tutto il resto da ormai vent’anni perché un candidato presidente non può essere di un’altra area (e infatti Pd e Ve se li sono spartiti a rotazione dal 1995), neppure quando è bravo e popolare, neppure quando da solo riesce a prendere a Treviso le preferenze che riescono a prendere assieme 8 candidati consiglieri in tutta la provincia di Padova!

Del Veneto si dice che sia un gigante economico e un nano politico.

Se questa definizione è stata vera a livello generale (con l’eccezione del periodo dei Bisaglia, Gui e Rumor, un politico che in parte almeno bisognerà rivalutare) lo è senz’altro per l’attuale classe dirigente del PD veneto.

E di questi nani (conditi magari da qualche “ballerina”) e dei loro metodi e filosofie se ne parla al prossimo capitolo.

Vedi anche:

Indice delle Giunte del Veneto dal 1970 ad oggi.

Elezioni Regionali Veneto 2010.

I padroni del Veneto

di Nicolò Da Lio

Giorgio Lago o Sergio Romano? Il Veneto come modello di sviluppo economico, o come nano politico?

Sull’apparente contraddittorietà di queste due interpretazioni del Veneto è costruito il libro di Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto (Laterza, 2012).

Tra le righe della narrazione di Mazzaro, infatti, traspare l’amara constatazione che il modello Veneto è impugnato unicamente come una mazza da una classe dirigente bisognosa di legittimarsi, ma incapace di dare ad una delle regioni a più rapido sviluppo quel peso politico che il suo peso economico dovrebbe garantirle.

Un’incapacità che è conseguenza dei limiti e dei punti di forza della specificità della cultura veneta, quella stessa specificità che ha contribuito allo sviluppo economico della regione.

Secondo Mazzaro, un’incapacità che non coinvolge il solo ceto politico veneto, ma che parte anche da un mondo imprenditoriale che fissa le proprie radici nella piccola proprietà contadina, un “mondo piccolo” da cui non riesce ad affrancarsi. Un mondo di «manovali della finanza», restii ad investire in un sistema bancario policentrico, causa e conseguenza della sua marginalità.

Un pensare in piccolo che porta gli imprenditori a non osare neppure nella costruzione della propria rappresentanza – il tentativo di eleggere Paolo Scaroni alla guida della Confindustria veneta, puntando sul suo ruolo di amministratore delegato di ENEL, piuttosto che di piccolo imprenditore con un’impresa a Vicenza, secondo Mazzaro ne è un esempio lampante; così come il rifiuto da parte di quella stessa confindustria di sfidare Giorgio Squinzi e Andrea Bombassei con il veneto Andrea Riello.

Un pensare in piccolo della rete dei piccoli imprenditori che spinge i grandi imprenditori a guardare altrove, ed ai ai soliti noti di sfruttare il vuoto della politica miope ed incapace di volersi emancipare dalla galassia clientelare.

In questo, la storia di Galan è centrale. Una storia che parte dai modi che hanno permesso il dipanarsi della sua cooptazione, frutto di amicizie con eredi del Partito Liberale di Migliorini,  dell’esperienza professionale in Publitalia, del sapersi agganciare agli eredi del morente duopolio DC-PSI. Una cooptazione sanzionata dal voto, ma che non ha lasciato radici ed è stata travolta dall’emergere di Luca Zaia e della Lega Nord, anch’esso incapace di affrancare il veneto dal proprio nanismo politico, frutto com’era di accordi intercorsi tra il PDL e via Bellerio.

Secondo Mazzaro, in questa struttura del potere della destra, caratterizzata dall’assenza di governo, un ruolo fondamentale è esercitato dalla sinistra, incapace di riprendersi dall’occasione perduta con le elezioni amministrative del 1995 ed abbarbicata sul luogo comune che vuole nel Veneto una regione naturalmente di destra.

Ma forse il lato più interessante dell’opera di Mazzaro non sta nella cronaca economica e politica degli ultimi vent’anni – una cronaca comunque fondamentale, e che occupa molte delle pagine del testo – quanto nella ricostruzione dell’antropologia dei “Padroni del Veneto”. Le interviste raccolte dall’autore e riprodotte nel testo, infatti, permettono ad un lettore attento di tracciare la topografia culturale entro quegli antichi mezzadri, quei nuovi imprenditori, quei politici tra le due repubbliche, insomma, quei “Padroni” interpretano ciò che li circonda, si muovono, agiscono… sbagliano e si contraddicono. Sopratutto a sinistra.

Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (seconda parte)

di Andrea Drezzadore

“Il Veneto è una regione di centrodestra”

Questo slogan-assunto è la giustificazione dietro a cui si sono succedute in questi anni vicende ed eventi che, ben lungi dallo scalfire questa supremazia, hanno portato la classe dirigente PD ad operare scelte che questa supremazia l’hanno rafforzata, rendendoci sempre meno credibile come una scelta alternativa e fornendo terreno fertile a chiunque, anche senza altro merito, ora si presenti come del tutto estraneo sia alle attuali forze di Governo, che a quelle che sono (fintamente?) all’opposizione. Come il M5S.

Ma per prima cosa partiamo dai numeri e dal loro evolversi storico.

Tra le Regionali del 1995 e quelle del 2010 si sono svolte in Veneto ben 11 consultazioni che hanno chiamato tutto il nostro corpo elettorale al voto  (4 Regionali, 4 Politiche, 3 Europee), tutte e 11 senza sovrapposizioni nello stesso anno. Se ne hanno quindi 11 fotografie, ad intervalli di tempo quasi regolari, che costituiscono una sorta di film sull’evoluzione delle scelte di voto nel Veneto.

Ma andiamo a vederla questa evoluzione del voto (pur nell’avvertenza che 3 tipi di voto diversi con  4 meccanismi elettorali differenti non sono perfettamente comparabili).

Risparmiando la sfilza di numeri nel corpo di questo pezzo (ma per chi vuole approfondire i link sono alla fine), si possono evidenziare alcuni dati inequivocabili:

  1. nelle Politiche (1996, 2001, 2006) i Partiti futuri costituenti il PD presentandosi divisi alla Camera hanno perso una consistente quota elettorale (3-4%) rispetto a quella ottenuta unitariamente al Senato, dato che si ripete omogeneamente in tutt’Italia;
  2. all’inizio del periodo (1995) le forze che poi hanno fatto parte dell’Ulivo prima e del PD poi contavano su oltre il 30% dei consensi arrivando al picco massimo del 33,8 (Senato 2001); nel 2010 il PD di poco ha superato il 20%;
  3. dal 1996 in poi i DS (prima PDS) sono sempre stati minoritari rispetto alla Margherita e ai suoi precursori;
  4. pur essendo, seppur di poco, aumentati gli aventi diritto al voto, nel 2010 il PD ha preso i voti che da solo prendeva il PDS nel 1995 (poco più di 450 mila) con una perdita secca di 300 mila voti, anche a voler considera i soli consensi dell’allora PPI, non volendovi aggiungere altri apporti;
  5. rilevante è il crollo elettorale del PDS che in un solo anno tra il 1995 e il 1996 passa dal 16,5%  all’11,8, perdendo quasi un terzo del proprio consenso, non recuperandolo più e attestandosi in seguito sempre attorno a quella percentuale.

Risulta quindi evidente quanto il progetto costituente del PD fosse necessario e sentito dagli elettori come fase nuova e di superamento dei vecchi partiti e delle loro liturgie, come momento centrale e “luogo politico” di sintesi per un soggetto nuovo. Risulta ancor più evidente come il progetto, così come declinato finora, non stia per niente funzionando essendosi ridotto ad una sorta di duopolio, mentre aveva la chiara ambizione di rappresentare ben altro e ben altri soggetti; inoltre viene da domandarsi come mai in questo duopolio de facto, il ruolo di guida è dato al socio che era di minoranza…

Per fare questo bisogna prendere in esame ulteriori situazioni, con casi concreti, protagonisti e protagonismi, vizi (politici) confessati e inconfessabili, pratiche poco ortodosse e convergenze sospette.

Materiale per la prossima puntata. 

Dati elettorali:

La prima parte è qui.

Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (prima parte)

di Andrea Drezzadore

Quanto si è evidenziato nei giorni scorsi è stato un autentico choc per il PD Veneto che a lungo si è cullato, per giustificare la sua inerzia, nella scusante che è tutto il territorio del Nord ad essere politicamente difficile e intrinsecamente di centrodestra, beandosi poi del fatto di non essere neppure il fanalino di coda di quest’area geografica, posto di diritto spettante alla Lombardia.

Tutti coloro che (interessatamente) hanno sostenuto queste analisi, che servono da premessa alla non-azione politica di tutti questi anni, sono stati sbugiardati d’un colpo dalle ultime Amministrative, mostrando che il “re è nudo” e che ora dovrà giustificare tutte le scelte conservative e tatticistiche di questi sciagurati anni, tutti i freni che sono stati posti alle spinte di innovazione e di coraggio politico con la scusa di contenere il danno, per ritrovarsi ora che PdL e Lega sono alle corde, incapaci di intercettarne un solo voto, che invece si ripartisce tra astensionismo e M5S.

Proprio mentre in Lombardia cadono roccaforti come Monza e Como, nel Veneto si riconfermano, al primo turno e con ampio margine, Verona e Cittadella, regni di Tosi e dell’astro nascente del leghismo bossiano, Bitonci. Non è il centrosinistra o il PD a beneficiare del crollo pidiellino e della Lega, ma chi sa meglio interpretare l’istanza di rinnovamento che spira fortissima, quale sia la bandiera sotto cui si ammanta.

Alcune vicende sono paradigmatiche.

A Belluno vince il centrosinistra con Jacopo Massaro, un 38enne ex capogruppo del PD al comune… ed ex PD. Sì, perché dopo aver chiesto ripetutamente le primarie che gli sono state rifiutate (chi si esprime contro le primarie è Sergio Reolon, 61enne da circa 40 anni funzionario politico e di partito) è dovuto uscire dal partito per correre con una lista civica, arrivando al primo turno ad un’incollatura dalla candidata “ufficiale” del centrosinistra, Claudia Bettiol, avvocato cinquantenne PD già vicepresidente della provincia, sostenuta dal PD e IdV, mentre il sindaco uscente del cdx si fermava poco sopra il 20% contro il 25% circa di Bettiol e Massaro. A pochi giorni dal ballottaggio, Massaro presenta la sua squadra di futuri assessori (nel caso di vittoria) composta da donne e uomini in ugual numero, giovani e meno giovani, rappresentanti delle comunità locali, senza alcun politico di professione. Con il risultato di vincere al ballottaggio con oltre il 62% dei consensi, lasciando tutto l’apparato del PD (e dell’IdV…) a riflettere sui suoi errori…

Mira è storicamente una roccaforte della sinistra, ancorché recentemente un po’ sbiadita, nel veneziano. Qui si presentano il sindaco uscente, Michele Carpinetti del PD (46enne funzionario sindacale CGIL in aspettativa), largo vincitore delle primarie di metà marzo, ma con un difficile rapporto con molti esponenti della sua maggioranza, sostenuto da un’amplissima coalizione che va dalla Federazione della Sinistra all’UdC, passando per IdV, SeL, una civica e ovviamente il PD. Poi un frastagliamento di liste, con PdL e Lega che corrono separate, altri 4 candidati civici e il M5S solitario come sempre. Al ballottaggio arrivano Carpinetti e Alvise Maniero, 26enne esponente del M5S laureando in Scienza Politiche all’Università di Padova, staccatissimo (43% a 17%). Al ballottaggio vince Maniero con il 52,5%. Se qualcuno pensa che sia stato il centrodestra a votare per il grillino è bene che rifletta sul fatto che Carpinetti al ballottaggio ha perso oltre 500 voti rispetto al primo turno (oltre il 6% del suo elettorato) cosa unica e rara oltre che significativa…

San Giovanni in Lupatoto nel veronese è comune in cui è preponderante il centrodestra, tranne una parentesi 2002/2007 con una vittoria di stretta misura di un candidato della Margherita. Nel 2007 colui che diventerà sindaco (Fabrizio Zerman) poteva permettersi il lusso di non apparentarsi al ballottaggio con la lista di Forza Italia (suo il 17%) e di vincere lo stesso con il 57% contro il sindaco uscente. In questa tornata si presentano candidati Federico Vantini, architetto 34enne del PD, vincitore delle primarie con un voto quasi plebiscitario, a capo di una coalizione che comprende tutto il centrosinistra e una civica; il sindaco uscente (Lega + civiche); il PdL (con le solite civiche a corredo); l’UdC solitaria così come da soli corrono M5S e una lista dell’ex sindaco margheritino. Il primo turno consegna una ampio margine a Zerman (36,5%, che incassa anche il 5% dell’apparentamento con l’UdC ) su Vantini (19%) di poco avanti al M5S, alla civica e al PdL (addirittura quinto su sei candidati…). Ma al ballottaggio matura la sorpresa, con Vantini che vince con il 51,15%, spacca il PdL, il cui candidato ufficiale appoggia Zerman e conquista un comune che sembrava inespugnabile.

In tutto questo, una lezione si può cogliere.

Il PD non ha perso la capacità di vincere anche nel Veneto, ma solo a patto di saper essere l’alfiere e il promotore del rinnovamento (Vantini ne fa il main slogan della sua campagna elettorale), sacrificando i suoi “numi tutelari” che troppe volte non la vogliono sapere di mettersi da parte e di eterodirigere ogni cosa.

Ora, il passo successivo è di chiedersi come mai il PD del Veneto nella sua classe dirigente si sia ridotto (e abbia ridotto il PD) in questo stato.

Per far questo bisognerebbe fare un’analisi su alcuni fatti e vicende che risalgono ad alcuni anni fa per lambire i giorni nostri… e per far questo ci vuole una nuova puntata.