Bossi: «Alla fine non resterò neppure io, se va avanti così»

Marco Reguzzoni e Umberto Bossi.

Marco Reguzzoni e Umberto Bossi.

Nella culla della Lega, la provincia di Varese, volano gli stracci, nonostante gli appelli all’unità sentiti pochi giorni fa a Pontida. Se Matteo Salvini dichiarava che «la battaglia si vince solo si si è uniti e la rivoluzione la si fa se le truppe sono compatte», Umberto Bossi rispondeva diplomaticamente: «I fischi riservateli a quei lecchini di regime che continuano a parlare di divisioni. […] Chi dice che tutto va bene esagera e si sbaglia e sono soprattutto dei leccaculo. Io però ho fatto la Lega non per romperla. Certo c’è qualche cosa da migliorare e la miglioreremo senza timore». Bossi aggiungeva, però, anche una precisazione: l’ultima parola sulle espulsioni spetta a lui, «Difficilmente riusciranno a espellere. Quelli che vengono espulsi faranno ricorso a me».

L’espulsione da un partito è, in sostanza, l’atto che decide chi detiene la sovranità all’interno dello stesso. Più di qualsiasi decisione politica e pubblica, le quali possono essere conseguenza di un qualche compromesso: un’espulsione è una scelta netta, che spesso non fa ricorso alle categorie del diritto, anche perché all’interno della maggior parte dei partiti italiani il diritto, di fatto, non viene applicato. Si configurano perciò degli «stati di eccezione», pregiuridici, e chi decide sull’eccezione è sovrano.

Bene, e cosa succede nelle province lombarde? Succede che Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, marito della figlia di Francesco Speroni, molto vicino a Bossi, è da poche ore oggetto di una proposta di espulsione. Con lui Monica Rizzi («la badante del Trota»), Marco Desiderati e Alberto Torazzi.

Questa mattina, a margine di un evento pubblico, Umberto Bossi, per rispondere alle richieste di espulsione, si lasciava sfuggire che «se si va  avanti così… per me sono un po’ matti […] Dopo tanti anni per mettere insieme un’organizzazione così, alla fine non resterò lì neppure io, se va avanti così». E a una cronista che poneva delle domande in merito all’ultima parola sulle espulsioni ha risposto: «Poi vedremo. Io comunque non ho mai messo fuori nessuno dalla Lega, tranne chi si è venduto visibilmente».

Crepe anche nella ritrovata alleanza tra PdL e Lega Nord, rinsaldata dal voto regionale, ma ancora a rischio nelle province. A Venegono Superiore (Varese) si andrà al voto anticipato a maggio proprio perché alcuni consiglieri di maggioranza del Popolo della Libertà hanno fatto venire meno l’appoggio alla Giunta leghista di Francesca Brianza a febbraio. Nonostante le prese di distanza della segreteria provinciale PdL da questo gruppo di consiglieri («Una scelta che li pone fuori dal partito – dichiarava Lara Comi -. Verso di loro verranno avviate automaticamente le consuete procedure disciplinari») e le reciproche assicurazioni delle segreterie provinciali, la Lega Nord ha annunciato che scenderà in campo da sola.

Un’alleanza da tempo agli sgoccioli, che si tiene insieme solo per scopi elettorali, faide interne a suon di espulsioni, un crollo dei consensi storico. Eppure la Lega governa Piemonte, Lombardia e Veneto.

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Pisapia regala 30.000 euro a ogni famiglia rom: non è vero

Da questa mattina Facebook è intasato da questa cartolina:

rom_pisapia_30mila_euroE anche questa (a occhio si tratta di un articolo di Libero):

rom2_pisapia_milanoUna storia talmente incredibile da non sembrare vera. E, infatti, non è vera.

In una nota su Facebook il Comune di Milano smentisce la ricostruzione che sta rimbalzando sul social network:

Il “Piano Rom” fu varato nel 2008 dal ministro dell’Interno Maroni (Governo Berlusconi) e riguardava anche Napoli e Roma. Per Milano furono stanziati 13,6 milioni di euro. Nel provvedimento fu previsto anche che i prefetti diventassero “commissari” per la realizzazione degli interventi.

La Giunta Moratti spese 8 milioni. Come? Principalmente chiuse il campo di via Triboniano. Progettò la riqualificazione dei campi di via Chiesa Rossa e Martirano ma senza finire i lavori. Diede 15mila euro alle famiglie Rom che dichiaravano di voler tornare nei paesi di origine.

A Milano ovviamente i campi non sono mai scomparsi e molti Rom dopo un breve passaggio nei paesi di origine sono tornati in città. Il 16 novembre 2011 il Consiglio di Stato bocciò il “Piano Rom” della Giunta Moratti contestando il fatto che la presenza di Rom fosse definibile come emergenza mentre è una presenza ordinaria.

Il mese scorso l’attuale Giunta, realizzando un nuovo progetto, è riuscita a farsi restituire i soldi non utilizzati che erano stati bloccati dalla Prefettura e restituiti al Governo. Sono 5 milioni di euro di fondi statali, ovviamente vincolati ad azioni per la gestione della presenza di Rom.

È quindi priva di ogni fondamento l’ipotesi che siano dati 30mila euro a famiglia Rom. Il “Piano Rom” non prevede affatto di destinare ai Rom alcuna somma di denaro. Saranno messe in atto azioni concordate con Governo e Prefettura senza utilizzare soldi del Comune.

Le tappe, tutte finanziate dallo Stato:

  • Allontanamenti programmati dai campi abusivi e messa in sicurezza dei terreni per impedire la rioccupazione (esempio: Bacula).
  • Per evitare che siano occupate altre aree il Comune offre ospitalità nei centri di emergenza sociale, dormitori gestiti da Protezione civile, Terzo settore e controllati dalla Polizia locale (es: via Barzaghi). Nelle prossime settimane ne verrà aperto un secondo, in un’area abbandonata al degrado e oggi soggetta a occupazioni di Rom.
  • Il percorso di integrazione proposto dal “Piano Rom” prevede, a fronte dell’assistenza, l’obbligo a mandare i figli a scuola, seguire un percorso di formazione professionale, disponibilità a collaborare con i servizi sociali.

Di soldi a pioggia non se ne vedono, anzi: emerge una chiara progettualità.

Pedemontana, la storia infinita rischia di fermarsi a Lomazzo

Da qualche mese l’autostrada Pedemontana torna a far parlare di sè. Se dopo decenni di dibattito sembrava che, questa volta, non ci fossero dubbi sulla sua realizzazione, ora, a cantieri aperti e a terreni sventrati, l’incubo è quello dell’insufficiente copertura finanziaria. L’ipotesi che sembra farsi strada, al momento, è quella del «tracciato corto»: le due tangenzialine delle città di Varese e Como e 22 Km di autostrada che collegherebbero l’autostrada A8 con la A9, punto. Un progetto che costerebbe 1,4 miliardi, contro gli oltre 80 Km e 5 miliardi di spesa previsti dal progetto originario, quello che avrebbe portato da Malpensa a Bergamo.

Nel quadrato rosso la prima tratta di Pedemontana: dalla A8 alla A9.

Nel quadrato rosso la prima tratta di Pedemontana: dalla A8 alla A9.

Il rischio dei giorni appena passati è stato di interrompere i lavori, da un momento all’altro, lasciando 1.700 addetti a casa già da fine marzo. Al momento, però, la crisi di liquidità di cui soffrono le casse di Pedemontana S.p.A. sembra essere stata scongiurata nel breve periodo, garantendo l’apertura dei cantieri fino a giugno.

Ma quale è stato il nodo da sciogliere per sbloccare i finanziamenti? Affinché i lavori non si bloccassero era necessario un aumento di capitale di Pedemontana S.p.A. di circa 100 milioni di euro, per il rinnovo del prestito ponte di 200 milioni. La società Pedemontana è detenuta da Milano Serravalle per il 68%, Equiter S.p.A. per il 20% (società di Intesa San Paolo), Banca Infrastrutture Innovazione Sviluppo S.p.A. per il 6% (sempre Intesa San Paolo) e UBI Banca S.p.A. per il 5%. Milano Serravalle ha da subito deliberato l’aumento di capitale per la quota a lei riconducibile (68 milioni), mentre gli altri enti no. A quel punto la stessa Milano Serravalle ha dato la disponibilità per la copertura dei 32 milioni mancanti, a condizione che il Governo intensificasse il prestito pubblico per Pedemontana, «passando subito dalla copertura del 35% dei costi già sostenuti all’80 percento». Milano Serravalle ha quindi versato l’integrazione di 32 milioni, salendo al 79% di Pedemontana.

La copertura finanziaria anticipata dallo Stato per coprire i costi già sostenuti permetterà – molto probabilmente – di completare il primo tratto, la bretella tra A8 e A9, ma «è chiaro – scrive Il Sole 24 Ore – che se le risorse pubbliche vengono erogate in gran parte per il primo tratto, diminuiranno per il secondo», e così via. C’è un piccolo particolare che si spera non influisca sulla realizzazione di questa bretella: la prima tratta di Pedemontana, realizzata da una cordata guidata da Impregilo, si ferma a pochi metri dalla A9, perché l’allacciamento fa parte della seconda tratta, che spetta all’austriaca Strabag.

In tutto questo, come vanno le cose all’interno di Pedemontana? Un articolo de Il cittadino di Monza e Brianza, firmato da Davide Perego, racconta la curiosa gestione della società, a cominciare dai vertici. Da Maurizio Agnoloni, per la precisione, presidente di Milano Serravalle e amministratore delegato di Pedemontana:

A queste due poltrone, già prestigiose e soprattutto remunerative, il 4 marzo scorso ha aggiunto pure quella di presidente di Tangenziali esterne di Milano (Tem), anch’essa partecipata dalla Serravalle (su questa società è aperto un bando per la vendita dell’82,4 per cento del capitale. La gara si chiuderà a luglio ed è stata indetta dopo il fallimento dei precedenti tentativi di cessione, con cui Provincia e Comune hanno cercato di sistemare i propri bilanci.). Insomma, il controllore coincide con il controllato. E i soldi sono, come al solito, quelli di tutti: Agnoloni, con i suoi tre incarichi, prende ogni anno qualcosa come 280mila euro. Premi esclusi, ovviamente.

Ma chi è Agnoloni? E’ un avvocato di professione. Uomo molto vicino al presidente della Provincia di Milano Guido Podestà e amico di Denis Verdini, Agnoloni è stato coinvolto nell’inchiesta Btp-Credito Fiorentino.

Amico di Podestà, si diceva. Più di un amico, forse. Visto che l’inquilino di Palazzo Isimbardi ha affidato proprio allo studio legale Agnoloni la ristrutturazione della holding di famiglia, la «Roly», detenuta all’80% dalla moglie di Podestà, Noevia Zanella.

Dai vertici, alla base – si fa per dire – del carrozzone, dove oltre ai costi del Consiglio di amministrazione (261mila euro nel 2011) e del Collegio sindacale (359mila euro), troviamo consulenze legali per 114mila euro, «altre consulenze» per 14mila euro, 433mila euro per «collaborazioni e consulenze», 54mila euro per materiali di consumo, 36mila per le telefonate dei dipendenti e 10mila per quelle dei dirigenti. Sempre nel 2011, diminuisce fino ad azzerarsi la voce «Eventi», che nel 2010, ammontava a 537mila euro, 300mila dei quali spesi per la posa della prima pietra, a Cassano Magnago.

Oramai i ritardi e le difficoltà di Pedemontana sono candidamente ammessi anche dal nuovo presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, secondo il quale «quest’opera non è finalizzata all’Expo, io ritengo plausibilmente che una buona parte dell’opera sarà pronta per il 2015, ma non sarà esaurita nel 2015». Peccato che non fosse così fino a pochi mesi fa, quando il suo predecessore, con il quale più volte è stata ostentata la continuità politica, nel dicembre 2012 dichiarava che «la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali di competenza di Regione Lombardia per Expo Milano 2015 procede senza alcun ritardo […] Non ci sono problemi né per Pedemontana, né per Brebemi, né per Tem. Alcune di queste opere saranno pronte nel 2013 e nei primi mesi del 2014. Chi verrà dopo di noi dovrà prendere queste opere e rispettare il cronoprogramma fissato tra il 2013 e il 2015».

Se l’ambizione era collegare Malpensa ad Orio al Serio, possiamo ritenerci soddisfatti, calcolando i danni ambientali, della bretella Cassano Magnago – Lomazzo? Risponditore automatico: no.

Qui sotto una galleria di immagini dalla Valle Olona, primissimi chilometri di Pedemontana:

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photo Matteo Colombo

Cosa non cambia con #MaroniAlNord

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Formigoni vs Maroni: segui il link a fondo pagina.

Ieri Roberto Maroni ha varato la nuova Giunta che guiderà la Regione Lombardia. Una prima novità riguarda il numero di assessori, diminuiti da 16 a 14. Ciò comporterà un risparmio? No: la scelta di nominare numerosi assessori esterni, che non ricoprono la carica di Consiglieri regionali, peserà sulle tasche dei lombardi circa 1,5 milioni di euro all’anno.

A parte ciò, quanto la nuova Giunta è in discontinuità con la precedente Giunta Formigoni? Ben poco. I risultati elettorali hanno ribaltato la situazione politica indicata dagli elettori nel 2010, anno in cui il peso del Popolo della Libertà all’interno della coalizione era maggioritario. Il rapporto tra PdL e Lega Nord, ai tempi, era 54,8 a 45,2. Il diverso peso elettorale si rifletteva – oltre che nell’espressione del Presidente della Regione – anche in una sorta di “premio di maggioranza” in Giunta: 64,2% di assessori di nomina PdL contro il 35,8% di assessori leghisti.

I risultati 2013 rovesciano la situazione: la Lega Nord, supportata dalla lista “Maroni Presidente”, diventa l’elemento dominante della coalizione, secondo un rapporto di 58 a 42. Tale risultato non è rispecchiato nella composizione della Giunta Maroni, nella quale il rapporto è di perfetta parità: 50 e 50. Non solo alla Lega non spetta alcun “premio di maggioranza”, ma neppure una composizione che rifletta il risultato delle liste di Lega e di Maroni.

Rimane, inoltre, un nodo sostanziale: quali assessorati cambiano colore? La Lega prende il Bilancio, la Sicurezza e la Cultura, ma rimangono nelle mani del Popolo delle Libertà assessorati strategici come quello alla Sanità – colpito dagli scandali, che pesa enormemente sul bilancio regionale e che vede una predominanza del settore privato – o quello alla Casa, guidato in passato da Zambetti, indagato per essere stato eletto con i voti della ‘ndrangheta, così come le Infrastrutture.

Tra l’altro, è sufficiente cercare Mario Mantovani, assessore con delega alla Sanità, su Wikipedia per averne un ritratto che solleva qualche perplessità in merito a potenziali conflitti d’interesse:

Nel 1996 apre la Fondazione Mantovani, di cui è direttore generale, specializzata nella costruzione e gestione di residenze sanitarie assistenziali per anziani. Con la nomina a sottosegretario nel 2008 lascia la presidenza della Fondazione Mantovani, lasciandone comunque la guida ai familiari.

Mantovani detiene la società Immobiliare Vigevanese, oltre alla Fondazione Mantovani. Con la prima costruisce residenze socio-assistenziali e con la seconda gestisce quattro Rsa in provincia di Milano che sommate a quelle guidate da Sodalitas, fanno undici strutture e 830 posti letto, tutti accreditati nelle graduatorie di regione Lombardia. Gestisce inoltre 13 centri diurni per disabili gestiti per conto dell’Asl di Milano 1.

I cambiamenti politici, in questa Giunta Maroni, sono davvero pochi. La continuità la fa da padrona, e il Popolo della Libertà continua ad avere salde le redini dei settori strategici della politica lombarda.

Qui il resto dell’infografica anticipata dall’immagine.

La corruzione nella Sanità Lombarda

In questi giorni la Sanità Lombarda è nuovamente al centro degli scandali legati al malaffare e alla corruzione. Nuovi arresti, eseguiti subito dopo (e non subito prima) l’esito delle elezioni, tracciano nuovi collegamenti e aggiungono elementi alla mappa del potere lombardo, fattosi sistema.

Sulla base del racconto fatto da Linkiesta, un’infografica per chiarire quel che è successo e per fotografare la situazione lombarda. Per inciso, a Maroni spetta l’onere di smantellare il sistema, nonostante la dichiarata continuità con l’amministrazione precedente:

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Il «sano realismo padano» va in Abruzzo

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A quanto pare Roberto Maroni ha sostenuto l’esame di Stato da avvocato a L’Aquila, in perfetto Gelmini style. Una di quelle cose che suona subito strana, se si pensa alle innumerevoli battaglie sostenute dalla Lega, in questi anni, per la regionalizzazione dei concorsi pubblici: li ricordate, vero, gli insegnanti a chilometro zero?

«Il fatto di prevedere l’introduzione degli albi regionali in materia scolastica – dichiarava il Capogruppo della Lega Nord in Lombardia, Davide Boni -, va nella direzione di garantire maggiori competenze alle nostre regioni, cambiando un sistema assistenzialista che di fatto ha sempre visto la scuola come un vero e proprio parcheggio pubblico». Perché, d’altra parte, «per recuperare competitività – si legge sul sito della Lega -, la scuola deve poter contare su insegnanti con conoscenze specifiche di storia, cultura, valori ed economia del territorio». E che dire del mitico corteo del 26 gennaio 1999 organizzato a Lazzate per «difendere i concorsi pubblici padani»?

Un partito che da 25 anni si batte per l’indipendenza della «Padania», guidato da un segretario che non si è fatto troppi problemi nell’attraversare le acque del Po, per approdare in Abruzzo, quando era comodo. Già, l’Abruzzo, una «parte del Paese che non cambia mai», secondo l’Eurodeputato della Lega Mario Borghezio. «L’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. C’è bisogno di uno scatto di dignità degli abruzzesi. È sano realismo padano».

Ora si è capito in cosa consiste il «sano realismo padano».

Ma Maroni l’esame di Stato dove lo ha fatto?

Mi segnalano dalla provincia di Varese, terra natale del segretario della Lega, una notizia di quelle fulminanti.

Dopo la vicenda di Giannino, ecco il paladino del Nord che l’esame di Stato è andato a farlo al Sud (come la Gelmini).

Fonti:

Mio figlio amava soprattutto le materie letterarie, si portava il vocabolario al mare e se lo sfogliava sotto l’ombrellone. Avrebbe voluto fare il giornalista, poi ha preferito una professione più sicura, per questo si è laureato in Legge. Ha poi passato gli esami di procuratore a L’Aquila.

[tratto da Carlo Zanzi, Maroni l’arciere, Lativa 1994]

La biografia, concordata, la trovate su Google, in particolare qui.

Qualche anno più tardi si laurea e diventa avvocato, non prima di aver sostenuto l’esame di Stato a L’Aquila. Fa il praticante dall’avvocato Calligari di Varese e nel frattempo coltiva molti interessi. Per racimolare qualche quattrino si presenta a Il Giornale di Varese, dove chiede di collaborare; gli propongono una poco allettante corrispondenza da Lozza. Ma poi arriva Bossi e, come vedremo, inizia tutta un’altra storia.

[Tratto da Alessandro Madron, Maroni, Una vita da mediano, Editori Riuniti 2012]

Chissà se anche L’Aquila fa parte della fantomatica Macroregione del Nord, chissà.

P.S.: anche Umberto Ambrosoli è avvocato. L’esame di Stato l’ha sostenuto a Milano. In quell’occasione, conobbe sua moglie.

Pippo Civati