Il molto onorevole sciur Hu

Da Porta Ticinese a Porta Cinese, si potrebbe dire: a Milano tra i primi dieci cognomi registrati all’anagrafe del Comune, ben tre sono di chiara provenienza cinese, e dopo Rossi al secondo posto compare l’orientale Hu, davanti al “milanesissimo” Brambilla, solo ottavo.
I dati anagrafici dimostrano come Milano stia cambiando sul piano etnico e sociale” spiega l’assessore Benelli.
Un altro motivo in più per bocciare una stupida iniziativa come la “legge Harlem”, proposta da Lega e Pdl in Regione Lombardia.

P.S. anche per On the Nord

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Da San Pedro de Arena a Rozzangeles

Latin Kings, Los Diamantes, Mara Salvatrucha: sono i nomi di alcune delle più celebri gang latino-americane, formate da teenager ecuadoriani, colombiani, peruviani, argentini, responsabili di rapine, risse per il controllo del territorio, a volte anche di omicidi. Gli scenari in cui si muovono però non sono i ghetti delle grandi metropoli americane, come uno potrebbe supporre, ma le periferie e l’hinterland delle grandi città del settentrione come Genova e Milano: così Sampierdarena è diventata San Pedro de Arena e Rozzano invece Rozzangeles.
Un fenomeno nuovo, in crescita, che fa paura e a cui ad oggi si fatica a trovare soluzione. Queste bande, infatti, sono sempre più in aumento (si calcolano circa 30 gang con oltre 4.000 affiliati), ed iniziano anche a reclutare giovani italiani, asiatici e dell’Est europeo.
I fondatori originali erano figli di genitori immigrati, portati in Italia già grandi e finiti fuori dal controllo della famiglia. Ora invece vi sono adolescenti di seconda generazione che sono passati dallo spaccio e al controlli del territorio ad atti di bullismo e non sono identificabili in gruppi organizzati stabili come i primi formatisi in Italia.
Le azioni di polizia qualche risultato l’hanno ottenuto: ma oltre alla repressione, si pensa ad atti di mediazione e prevenzione con interventi dei servizi sociali sugli adolescenti in difficoltà, collaborazione con i consolati e le comunità straniere, progetti di formazione, soprattutto nelle scuole.

P.S. anche per On the Nord

Peggio della Sicilia

E’ la situazione della Lombardia riguardo la presenza della mafia sul territorio, secondo il giornalista Gianni Barbacetto: «La nostra regione è peggio della Sicilia perché qui c’è chi dice ancora che “la mafia non esiste” o chi ti dice che il pizzo da queste parti non si paga». E ancora: «Le cosche mafiose, le locali di ‘ndrangheta o le famiglie di camorristi non avrebbero potuto radicarsi nel territorio se non ci fossero stati imprenditori che al libero mercato hanno preferito la certezza di un appalto pubblico». E così interi settori economici sono finiti nelle mani dei mafiosi.
Un giudizio che può apparire eccessivo, ma già la stessa cosa avevano affermato personaggi come il senatore PD Nando Dalla Chiesa, il giudice Ilda Bocassini (che ha condotto l’inchiesta “Infinito”, conclusasi con 110 condanne) e il fondatore della associazione “SOS racket e usuraFrediano Manziqua sta succedendo quello che succedeva a Palermo o Reggio Calabria 15 anni fa, ma al sud oggi c’è più consapevolezza che al nord»).

P.S. anche per On the Nord

L’emergenza Rom non esiste

In Italia, l’emergenza Rom non esiste. Di conseguenza sono illegittimi i commissari nominati per affrontarla a Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia. Nella sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimo lo stato di emergenza si legge:

Da un sereno e approfondito esame della documentazione versata in atti relativa alla fase preparatoria e antecedente l’adozione del decreto presidenziale de quo, non si evincono precisi dati fattuali che autorizzino ad affermare l’esistenza di un “rapporto eziologico” (per usare la terminologia del primo giudice) fra l’insistenza sul territorio di insediamenti nomadi e una straordinaria ed eccezionale turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate.

Il riferimento a “gravi episodi che mettono in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblica” non risulta supportato da una seria e puntuale analisi dell’incidenza sui territori del fenomeno considerato (quale sarebbe, in ipotesi, uno studio che documentasse l’oggettivo incremento di determinate tipologie di reati nelle zone interessate dagli insediamenti nomadi), ma soltanto dal richiamo di specifici e isolati episodi i quali, per quanto eclatanti e all’epoca non privi di risonanza sociale e mediatica, non possono dirsi ex se idonei a dimostrare l’asserita eccezionalità e straordinarietà della situazione. […] Restano connotati da carattere occasionale ed eccezionale, non valendo pertanto a legittimare l’affermazione dell’esistenza di una “situazione”.

In un solo colpo viene mandata all’aria la politica – costruita su una finta emergenza – del fu Governo Berlusconi, e in particolare del Ministro dell’Interno Maroni, del sindaco di Roma, Alemanno, e dell’ex sindaco di Milano, Moratti.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Dal capoluogo lombardo l’ex vicesindaco De Corato prevede che «i quartieri di Milano torneranno a riempirsi di rom», mentre Matteo Salvini, consigliere del Carroccio, l’ha definita «una sentenza da marziani». L’assessore alla Sicurezza della giunta di Pisapia, Granelli, ha invece dichiarato: «la nostra intenzione è di continuare con il contrasto agli insediamenti abusivi e con il superamento dei campi nomadi».

La Consulta Rom e Sinti di Milano accoglie con piacere la notizia: «la sentenza dichiara illegittimo lo stato di emergenza rom, decretato sull’onda di nulla se non di un uso strumentale dei rom come capro espiatorio e di una rincorsa elettorale dell’onda razzista».

Da Nord a Sud, le cose cambiano

Milano, come sempre, anticipa i tempi sul resto d’Italia. Lo avevamo intuito questa primavera, lo spiega Aldo Bonomi, intervistato da Marco Alfieri:

«La fine del berlusconismo è la fine del lungo ciclo della Milano da bere. La spettacolarità, il rampantismo, l’ostentazione e l’happy hour. Con Pisapia la movida è finita nel senso che la crisi ha spazzato un’epoca e Milano comincia a fare i conti con la transizione difficile: il welfare da riformare, l’integrazione, i mestieri terziari, la disoccupazione giovanile».

Una transizione da affrontare con un ritorno all’economia reale: «Pisapia vince su un modello che incorpora già l’austerity e la sobrietà rispetto agli effetti speciali di Berlusconi», contrapponendo alla finanza creativa di Albertini e Moratti – in cui ogni promessa diviene immediatamente debito, nel senso più cupo del termine – misure impopolari ma concrete. Su questa piattaforma si possono «aumetare i biglietti dell’autobus, rivedere i canoni del piano urbanistico o introdurre il super Ecopass».

Impopolari, quindi, ma reali. E così se non si ha un simbolo o un sogno da vendere sui mercati del voto forse, per una volta, è un bene. Perché non abbiamo tempo di rincorrere i sogni, adesso, perché il tempo scarseggia e l’unico, impellente obiettivo è assicurare che il nostro debito sia sostenibile. Un obiettivo che si può – anzi, si deve – perseguire guardando alla giustizia sociale. E le due cose si tengono insieme. Come ho già avuto modo di dire, abbiamo due proposte, “dai mobili agli immobili” e il “Fisco 2.0” – di cui ha scritto ieri anche Milena Gabanelli – che possono dare una mano per rimettere in movimento l’ascensore sociale e far pagare – finalmente – chi non ha mai pagato. La precondizione, per tutto ciò, è non finanziarsi con tassi insostenibili. E io lo so che Monti è di Goldman Sachs, e lo so che lo è anche Draghi, e poi ci mettiamo Papademos e il gruppo Bilderberg, e il fatto che Goldman Sachs abbia aiutato la Grecia a truccare i conti, ma la precondizione è non finanziarsi al 7%, perché altrimenti crolla tutto e addio giustizia sociale e addio mondo come lo conosciamo. Puntellare le fondamenta del Paese, per poi andare al voto in primavera. Un governo tecnico, e a scadenza.

E questa volta andiamo al voto per portare al governo una nuova generazione. Quella generazione che pagherà il debito contratto dai propri genitori – e non si nasconde nel parlamentino di Mantova -,  una generazione che con l’aver dato interi Paesi in pasto ai banchieri non c’entra nulla, una generazione che riaffermi e restituisca dignità alla politica, una generazione che metta all’angolo quelli che “si è sempre fatto così” per rispondere “e sai qual è la novità del giorno? Da oggi non si fa più così”, da Nord a Sud e da Sud a Nord. Quella generazione che ha anche, ma non solo, a che vedere con l’anagrafe. Perché Pisapia, per dire, è uno di noi.

Avrei voluto usare il termine “responsabilità”, ma anche questo ci hanno portato via, nell’era dello Scilipotismo.

Finanza creativa in salsa meneghina

L’operazione è stata avviata nel 2005, quando alla guida di Palazzo Marino c’era Gabriele Albertini. Ai tempi, il Comune di Milano emetteva una maxi obbligazione da 1,7 miliardi e contestualmente sottoscriveva dei Interest Rate Swap, strumenti finanziari derivati che permettono lo scambio, a termine, di pagamenti definiti sulla base di due interessi, uno fisso e uno variabile. Attraverso questo derivato, stando alla ricostruzione di Albertini, il Comune di Milano avrebbe risparmiato 198 milioni di euro tra il 2005 e il 2008. Durante il mandato di Letizia Moratti venivano sottoscritti (senza passare né in Giunta né in Consiglio) dei Credit Default Swap – in sostanza delle assicurazioni sul fallimento – considerati da molti l’aspetto più pericoloso per la Pubblica amministrazione, perché la espone non solo al rischio di fallimento della Repubblica italiana ma anche di fallimento banche.

Il problema dove sta? Nel ruolo delle banche. Per la precisione di Deutsche Bank, Depfa Bank, Ubs e Jp Morgan. L’ipotesi accusatoria sostiene che le banche abbiano incassato “costi occulti” per 100 milioni di euro, non denunciati dai contratti, nei flussi dare-avere dei derivati milanesi, e per questa via hanno realizzato la truffa nei confronti del Comune. 

Inoltre, sostiene l’accusa, il calcolo di convenienza economica sembra che sia stato fatto solamente dalle banche – e in modo non trasparente perché venne omessa la perdita relativa ad un derivato precedente, stipulato anni prima con Unicredit e collegato ai mutui estinti con l’emissione del bond -, come sembra far intendere anche Letizia Moratti:

Mi sono resa conto, leggendo i pareri della Corte dei conti, che l’operazione effettuata era poco trasparente perché le banche erano al tempo stesso advisor e arranger dell’operazione, avevano cioè due ruoli incompatibili, e per questo ho fatto un bando per avere un consulente a nostra tutela.

Un piccolo conflitto di interessi. Appena appena percettibile. Sì, ciao.

Gabriele Albertini si difende sostenendo che, anche se le carte non si trovano, il calcolo di convenienza economica è sicuramente stato fatto anche dal Comune di Milano:

Il Comune di Milano ha sicuramente fatto un calcolo finanziario e una stima di convenienza. I documenti però non sono stati trovati. Mi chiedo perché. O sono stati distrutti o sono scomparsi: non possono esserseli mangiati tutti gli uffici.

Penso che siano stati distrutti perché é impossibile che quei documenti comunali non ci siano. E’ una lacuna epocale. Una notizia di reato.

Da qualche parte l’inghippo c’è, insomma.

Il vento cambia

Matteo Salvini, invece, non cambia mai:

Nessun giudizio a priori, sicuramente un certo cambio di clima si avverte ora i rom sono più’ numerosi e anche più’ arroganti, forse si sentono protetti dal vento che è cambiato in comune.

Dopo due mesi è presto per dirlo ma sicuramente da automobilista e da fruitore dei mezzi pubblici sia come lavavetri sia come accattoni ho avvertito una presenza notevole parlando con vigili urbani e conduttori Atm lamentano un cambio di clima, molti si sono fatti arroganti perchè in qualche modo si sentono protetti dal vento che cambia in comune a Milano: la politica degli sgomberi per noi pagava, adesso vediamo quale sarà la politica di Pisapia.