La più fertile delle pianure

Se fossimo gli Americani la chiameremmo Padana Valley, o qualcosa di simile, quell’infinita pianura, da Torino a Trieste. Ne sapremmo valorizzare le eccellenze, anche quelle dimenticate, e forse avremmo una maggiore e migliore coscienza di noi stessi, non necessariamente frutto della dicotomia nord – sud. Perché, in Italia, se non ci fosse il sud, non sapremmo cos’è il nordnon sapremmo immaginarlo, se non come prodotto della contrapposizione.

Sarà forse anche a causa di questa mancanza di percezione che un progetto come VenTo (del quale abbiamo già parlato qui), in grado di unire, anche fisicamente, la Padana Valley, stenta a prendere il largo, nonostante le condizioni per partire ci siano tutte e gli investimenti da fare siano limitati. VenTo non è un capriccio per ciclisti, ma è economia diffusa, ed è anche un simbolo, attorno al quale poter immaginare qualcosa di nuovo, eppure di così antico. Paolo Pileri, professore del Politecnico di Milano, ne ha parlato con noi:

Potrebbe essere questo il luogo opportuno dove sperimentare e gettare le basi per un nuovo modello, esportabile. La locomotiva del Paese, in questo modo, diventerebbe green, nel senso di a basso impatto ambientale. E con lei, tutti i vagoni. Ne abbiamo parlato con il professor Alberto Majocchi, della Facoltà di Economia dell’Università di Pavia.

Ma la sfida più difficile è saper coniugare tradizione e innovazione, come abbiamo già avuto modo di scrivere. Difficile, ma non impossibile, perché innovazione non è il contrario di tradizione: innovazione è il contrario di conservazione. Nello scenario green di cui abbiamo parlato sopra, la Pianura Padana potrebbe tornare ad essere fertile, su due versanti che sembrano tanto lontani, ma che forse potremmo cercare di tenere insieme. Fertile nel senso più tradizionale, e cioè quello agricolo. Ma fertile anche dal punto di vista dell’imprenditorialità, creando un ecosistema per le start up. Questo accostamento improprio ce lo facciamo raccontare dalla professoressa Claudia Sorlini, della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, e da Matteo Fenaroli, di Innext.

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Diventare grandi, per evitare la polverizzazione

Il territorio, ve lo ricordate? E quelli che erano radicati sul territorio, ve li ricordate? Che ci facevano, radicati sul territorio, ancora non lo abbiamo ben capito. Lo consumavano, probabilmente, se pensiamo che in Lombardia, tra il 1999 e il 2007, la superficie urbanizzata è cresciuta di 27.849 ettari, pari a 3.481 ettari all’anno. Per farci un’idea possiamo pensare che un ettaro è pari a 2 campi da calcio a 11 giocatori. Quindi, ogni anno, in Lombardia, abbiamo consumato più di 1.700 campi da calcio.

Un recente articolo scritto da Paolo Pileri e Elena Granata, pubblicato su Agriregionieuropa, esamina il rapporto tra dimensioni dei Comuni (per dimensioni intendiamo il numero di abitanti) e consumo di suolo. L’immagine della metropoli onnivora, che si spande a macchia d’olio oltre i propri confini, è un’immagine sbagliata: i piccoli comuni, quelli con meno di 5.000 abitanti, hanno avuto responsabilità decisive, su questo fronte. Una fotografia ai Comuni italiani ci permette di capire da dove derivano queste responsabilità: «oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno». I Comuni italiani appaiono perciò divisi in due grandi famiglie, ed è interessante vedere «come ognuna di queste si comporta rispetto all’uso del suolo, che rappresenta la risorsa sulla quale, come abbiamo detto, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione».

In questo senso, «le compagini politiche si fanno carico delle aspettative pubbliche, delle esigenze sociali ma sono anche collettori di interessi privati che spingono per vedere di massimizzare la rendita fondiaria. In Italia, infatti, il sistema urbanistico è da sempre stato condizionato da tale rendita che è spesso sopravvissuta come motore degli accordi opachi a livello locale». E questo è un punto di debolezza delle amministrazioni locali, soprattutto se scarsamente attrezzate.

Esaminando i dati, Pileri e Granata rilevano che «tra il 1999 e il 2007 la superficie urbanizzata in Lombardia è cresciuta di 27.849 ettari (3.481 ha/anno). Il 40,8% di questo aumento è stato generato da quei 1.086 piccoli comuni. I comuni piccolissimi, quelli con meno di 2.000 abitanti (6,3% della popolazione), sono stati responsabili del 13,6% della nuova superficie urbanizzata. I dati ci mostrano soprattutto che il contributo da parte dei piccoli comuni al consumo di suolo è tra i più alti. Ciò viene dimostrato, ad esempio, dai valori assunti dall’indicatore di urbanizzazione procapite nelle diverse classi di ampiezza demografica dei comuni. Nei comuni con meno di 2.000 abitanti, per ogni nuovo residente si consumano 681 mq. di suolo, mentre in un comune con 50.000 abitanti lo stesso nuovo residente richiede minor suolo libero per insediarsi (332) e addirittura in una città con più di 100.000 abitanti, il consumo per ogni nuovo residente è di 191 metri quadri. […] Nei comuni con meno di 5.000 abitanti il costo insediativo, misurato in terre agricole perse, è molto più elevato rispetto ai comuni medio-grandi. Questa dissipazione procapite aumenta man mano che ci si sposta verso comuni più piccoli. Nel caso dei comuni con meno di 500 abitanti si registra addirittura la contraddizione per cui a una diminuzione di popolazione corrisponde una produzione edilizia e una perdita di suolo agricolo che non risponde ad alcuna domanda insediativa».

I rimedi a questa situazione stanno nell’incidere nel rapporto che si instaura tra portatori di interessi privati e chi, invece, deve garantire la tutela di beni comuni. E in questo senso, anche la dimensione dei Comuni è decisiva, come abbiamo detto sopra. Alcuni esempi, le «buone notizie», non mancano. Noi ne raccontiamo due.

Il primo caso è quello di Cernusco sul Naviglio, una città di 31.000 abitanti, alle porte di Milano. Ricadiamo, quindi, all’interno della famiglia dei «grandi Comuni» italiani e l’impronta che l’amministrazione di Eugenio Comincini è stata chiaramente a tutela del territorio, slegando il rapporto perverso che esiste tra oneri di urbanizzazione e spesa corrente:

Dalle porte di Milano, ci siamo spostati a Uggiate Trevano, che sta qui:

4.300 abitanti, Uggiate Trevano si trova a metà strada tra Varese e Como, in provincia di Como. Alle sue spalle, la Svizzera. Intorno, invece, l’Unione di Comuni «Terre di frontiera», costituita insieme a Bizzarone (1.500 abitanti), Ronago (1.600 abitanti) e Faloppio (3.900 abitanti). Secondo le nostre categorie, quattro piccoli comuni, che dieci anni fa hanno deciso di rinforzare la cooperazione nella gestione di alcuni servizi, per risparmiare e per migliorarne la qualità. All’appello manca solo l’Ufficio tecnico. E quindi, la gestione del territorio? Beh, questa storia ce la facciamo raccontare direttamente da Fortunato Turcato, sindaco di Uggiate Trevano:

Passaggio a Nord-Est (22) – Intervista a Gianluca Marchi

Il 2012 ha portato con sè una novità di grande interesse: la nascita di un quotidiano online interamente dedicato alle tematiche dell’autogoverno. Il nome è già una garanzia, L’Indipendenza. Il direttore Gianluca Marchi ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande su questo ambizioso progetto editoriale e politico.

CollettivoAvanti – 1) Come è nata l’idea di fondare L’Indipendenza?

Gianluca Marchi – L’Indipendenza nasce dalle discussioni e dalle chiacchiere fra un gruppo di amici, tutti in qualche modo scottati e delusi dall’esperienza leghista, che da anni si confrontavano sulla possibilità di fare qualcosa e dopo varie rinunce ora sono arrivati alla conclusione che il momento era positivo per tentare di raccogliere le forze disperse dei singoli e dei movimenti che si ispirano all’autonomia e all’indipendenza dei popoli.

 

2) Cosa si prova a dirigere il primo quotidiano dichiaratamente schierato a favore dell’autogoverno territoriale e al contempo slegato da qualsiasi vincolo organico con partiti attivi in questo spazio politico?

Fra i nostri sostenitori ci sono alcuni dirigenti di piccoli movimenti politici che hanno le nostre stesse idee di fondo, ma che si sono messi a disposizione per darci una mano a nascere senza voler vincolare in alcun modo il giornale. Di conseguenza ciò che proviamo è un grande senso di libertà.

3) Una direzione Marchi, un coordinamento redazionale Facco e un sostegno attivo di Gilberto Oneto: sembra la riproposizione di un trittico già visto a metà dei ‘90 sulle colonne de La Padania, quando le pagine culturali dell’allora neonato quotidiano leghista spargevano semi di padanismo intellettuale e militante. Cos’è cambiato da allora? Ci sono lasciti da conservare? Ed errori da non commettere nuovamente?

Da allora oserei dire che non è cambiato nulla o quasi, se non che è cambiata in peggio, anzi in molto peggio, la Lega, cioè quel movimento che in tutti noi aveva suscitato speranze ed entusiasmi, per poi rivelarsi un grande fallimento. Per le nostre comunità invece le cose sono assai peggiorate nonostante la lunga presenza al governo della Lega.

4) L’Indipendenza sta dando molto risalto alla svizzerofilia che sembra diffondersi velocemente attraverso ampi strati dell’autonomismo e dell’indipendentismo settentrionali, in particolare nella nostra Lombardia. La Svizzera può rappresentare un modello a cui ispirare concretamente l’azione politica pro-autogoverno nel Lombardo-Veneto?

Esattamente, dopo tanti anni di parole buttate al vento e anche pronunciate da chi non aveva la minima cognizione relativamente a ciò di cui parlava, servono esempi concreti a cui ispirarsi e la Svizzera è il miglior esempio che abbiamo proprio alle porte.

5) Sempre in tema di suggestioni elvetiche, L’Indipendenza ha già dimostrato in più occasioni di apprezzare il referendum come strumento democratico per eccellenza. E’ possibile immaginare il vostro quotidiano come animatore e primo firmatario di una campagna pubblica per l’indizione di referendum regionali indipendentisti in Lombardia e Veneto? Potrebbe essere la strada giusta per raccogliere le tante energie che si muovono sul territorio ma che spesso sono divise e diffidenti le une delle altre?

Diciamo che può essere sicuramente una strada quella di diventare propositivi di iniziative politiche dal chiaro segno indipendentista. Questo fra qualche tempo quando avremo proseguito il nostro percorso di consolidamento e penetrazione nelel nostre comunità.

6) Cosa pensi dello strano caso di VenetoStato?

Ritengo che sia un po’ la maledizione dei gruppi autonomisti e indipendentisti che, essendo formati da spiriti molto liberi, spesso si dividono decretando il proprio fallimento. La nostra piccola ambizione è proprio quella di essere una sorta di filo rosso che colleghi in qualche modo tutte queste realtà.

7) Mentre il contesto indipendentista veneto si caratterizza per la presenza di un attore forte ma diviso al suo interno, quale è VenetoStato, in Lombardia la situazione è decisamente più magmatica, con piccoli gruppi in cerca di visibilità: l’Insubria storica vede la presenza di un soggetto atipico quale Domà Nunch, che si definisce eco-nazionalista e che ha posizioni di marcato antagonismo verso la modernità; nell’area orobica, ma con propaggini verso ovest, si distingue la giovane e pragmatica proLombardia-Indipendenza, dichiaratamente secessionista e con importanti link in Europa; idealmente a metà strada fra le due, l’Unione Padana, bacino di raccolta di esponenti ex-leghisti della prima ora e ancora troppo indecisa di fronte al bivio fra autonomismo classico e indipendentismo senza se e senza ma. Che prospettive vedi in questo contesto, considerati anche gli smottamenti e le lotte interne in casa Lega?

Dico che tutte queste realtà avvertono il momento che potrebbe essere per loro molto favorevole, ma poi debbono anche compiere lo sforzo di trovare un tavolo di intesa, pur mantenendo ciascuno la propria specificità, per dare forza politica al proprio operato. Nessuna annessione o peggio ancora fusione, ma un confronto franco per promuovere alcuni capisaldi comuni.

8) Fino all’avvento del fascismo la sinistra lombarda aveva posizioni a dir poco antistatuali, con punte estreme toccate dal separatismo dei socialisti turatiani all’epoca del Governo Crispi. Perchè oggi, a più di sessant’anni dalla fine della dittatura, la sinistra lombarda è ostile alla difesa degli interessi concreti della nostra Regione? Perchè lo sfruttamento fiscale lazialmeridionale ai danni di Lombardia, Veneto e persino Emilia-Romagna, raccontato nei loro saggi da Luca Ricolfi, dal collettivo Gabrio Casati, da Marco Alfieri, non suscita indignazione in quell’area politica che dell’indignazione stessa ha fatto una bandiera?

Non suscita indignazione perché la sinistra italica è stata infarcita da discorsi e principi unitaristi della peggior specie, che hanno creato il feticcio dello stato intoccabile a danno dell’autonomia delle singole comunità.

Giù al Nord: gli ospiti. Marco Alfieri

Continua l’avvicinamento all’incontro varesino di Prossima Italia sul Nord.

Anche gli ospiti si delineano. Marco Alfieri sarà uno di quelli. Autore di Nord terra ostile. Perché la sinistra non vince. Varesino di nascita, è corrispondente de La Stampa.

Lo raggiungo – neanche a dirlo – mentre è diretto a Verona ad un incontro del Terzo Polo. Uno di quegli incontri in cui si è convinti che per dialogare con il Nord sia necessario passare per la Lega. Un errore fatto già molte volte dal Pd in questi anni: vi ricordate l’intervista di Bersani a La Padania? Ecco, appunto.

Non è con l’imitazione del leghismo, quindi, che si vince al Nord. Marco Alfieri mi parla proprio da quella autostrada A4 che va da Torino-Milano-Venezia, rappresentando metaforicamente tutto il Nord: “La risposta localista non funziona: non è necessario inseguire la Lega e contemporaneamente dare risposte para-leghiste. Allo stesso tempo non bisogna fingere che il problema non esista”.

Niente innovazione politica, niente Nord. Secondo Alfieri, il ragionamento ha radici profonde, lontane. “Il PD, dalla svolta della Bolognina ha smarrito le idee: da allora non c’è più stato una discussione vera sul contenuto della proposta politica. Contemporaneamente si sono persi i temi del Nord”.

Un esempio? “La sinistra ha sempre pensato che la piccola e media impresa fosse una sorta di escrescenza della grande impresa. L’ha ignorata perché era convinta che ci fossero lavoratori di serie B”. Sui temi delle c.d. PMI la Lega ci ha costruito un consenso decennale, riuscendo a mettersi in contatto con quell’universo economico e culturale.

Il centrosinistra, invece, in passato ha rinunciato in partenza a riflettere sulle domande delle migliaia di persone che abitano il tessuto produttivo del Nord. Appunto, le Lega che fine ha fatto? “In questo momento la parabola leghista vive una difficoltà per l’usura della classe dirigente e delle sue parole d’ordine non rispettate. Tuttavia, sarebbe un errore darla per morta: è un partito fisarmonica, che vive di alti e bassi elettorali. Quando mancano le risposte per il Nord, funziona come un sismografo: dà un segnale guadagnando consensi. La Lega è una forza di denuncia, non certo di risposta ai problemi: i problemi sono ancora tutti lì ma tuttora non vengono capiti”.

Il centrosinistra, quindi, sembra avere di fronte a sé un’enorme prateria dove queste risposte inevase si trovano. Non bisogna però dare risposte preconfezionate o semplicistiche: è necessario un lavoro politico profondo. Un lavoro per il quale il centrosinistra non sembra stia investendo. Dopo l’Assemblea nazionale di Busto Arsizio (dove il Nord veniva trattato come una sorta di landa desolata in stile Groenlandia), poco o niente.

“Non è un caso che i sondaggi registrino nei confronti dell’elettorato deluso del centrodestra un passaggio nel campo dell’astensione, piuttosto che un cambio di campo: il PD da queste parti non è ancora credibile” – ragiona Marco Alfieri.

Non ancora credibile. Fino ad oggi: non avete ancora visto cosa vi riserva Prossima Italia.

Cari lettori On the Nord (segue)

Cari lettori On the Nord,

ancora una volta, tocca a voi.

Dopo la bella intervista che abbiamo realizzato a Leonardo Facco, il nostro piccolo blogghettino ha concordato un’altra intervista, a Paolo Stefanini, giornalista de Linkiesta e autore di Avanti Po. La Lega Nord alla riscossa nelle regioni rosse.

Tocca ancora a voi, dicevo, perché siete invitati a formulare le vostre domande (commentando qui sotto o scrivendo a onthenord@gmail.com), che confezionerò e girerò a Paolo.

p.s. vi segnalo la mappa dei risultati leghisti alle ultime elezioni, disegnata da Paolo.

Facco: “Dopo l’Umberto, la disintegrazione della Lega”

Eccola qui, la nostra intervista a Leonardo Facco, autore di Umberto Magno – La vera storia dell’imperatore della Padania:

Partiamo dalla fine: prima o poi, anche la Lega dovrà fare i conti con la successione all’imperatore “Umberto Magno”. Alcuni segnali della lotta interna si avvertono già. Cosa succederà, in quel momento? Renzo è davvero il prescelto, per la meritocrazia non c’è spazio, nel Carroccio? Come è stato possibile che – spostando la candidatura a Brescia – Renzo Bossi abbia ricevuto le preferenze necessarie per essere eletto?

Mi vien da ridere al solo pensarci. La mia tesi è che dopo Bossi ci sarà solo la disintegrazione della Lega. Già oggi, la corrente che fa capo alla moglie di Bossi e Reguzzoni e quella che fa capo a Maroni e Giorgetti si stanno scannando sotto traccia. Renzo Bossi, per il quale è chiaro il tentativo del padre e della madre di accreditarlo come futuro segretario, è solo un feticcio. Ad oggi, nessuno lo contesta perché è il figlio del capo, voluto lì dal capo. Il giorno in cui suo padre non ci sarà più, lo prenderanno a calci nel sedere.

E il simbolo della Lega, farà parte dell’eredità lasciata da Bossi, finirà ai legittimi eredi, o spunterà qualche lontano parente acquisito a rivendicarne la proprietà?

Questa è una questione tutta aperta, della quale avremo qualche certezza solo nel momento in cui il padre-padrone della Lega, o Berlusconi, saranno usciti dalla contesa politica.

Perché la Lega difende con forza un gruppo ristretto di persone, quei pochi produttori di latte restii all’applicazione della normativa europea, al costo di farci pagare multe salatissime? Si tratta esclusivamente di un piccolo bacino elettorale da custodire, o ci sono altri interessi?

E’ una difesa che non ha alcun senso, soprattutto in termini di “bacino elettorale”, dato che gli agricoltori che hanno problemi con le multe da pagare per il non rispetto delle quote sono poco più di cento. Tutti gli altri agricoltori, migliaia ed appartenenti alle Confederazioni principali, hanno pagato o rateizzato le multe. Il problema va, invece, analizzato guardando ai due processi, in corso a Saluzzo e Pordenone, che vedono coinvolto l’ex senatore leghista Giovanni Robusti, il quale è stato già condannato in primo grado in entrambe le sedi, ma per il quale a Saluzzo è stata richiesta una pena doppia in appello. La vicenda, intricata, riguarda proprio la malversazione di fondi pubblici europei che avevano a che fare anche con le quote latte e, addirittura, un eventuale legami fra questi soldi e la famosa banca padana (la Credieuronord). La vicenda è politicamente molto scomoda per la Lega e non è un caso che l’arrivo di Cota alla presidenza della regione Piemonte abbia significato l’abbandono della costituzione di parte civile della Regione stessa, che da questa vicenda potrebbe averci perso qualcosa come 200 milioni di euro.

La Lega ha conosciuto alti e bassi, alle urne. Ultimamente i consensi si sono assestati al di sopra del 10% sul totale nazionale. Come è cambiato l’elettorato leghista dai primi anni ’90 a oggi? Il “cattivismo” e alcuni elementi di razzismo sono stati determinanti per raggiungere questi risultati?

Solo una parte di chi votava Lega negli Anni Novanta è ancora oggi elettore leghista. Gran parte di quel bacino elettorale oggi fa parte degli astensionisti. Gran parte di quelli rimasti fanno parte del bacino elettorale-clientelare di cui il Carroccio si può vantare oggi, si tratta di centinaia di migliaia di voti clientelari, legati a migliaia di persone che fan parte del sottopotere politico, quello che la Lega aveva giurato di estirpare. Sì, l’elettorato di oggi è diverso e gli slogan contro l’immigrazione sono la ragione per cui molti meridionali al Nord votano Lega e dal Po in giù (Emilia, Marche, Umbria, Toscana) votano Lega. Non si dimentichi però, che rispetto al 1996 la Lega Nord ha preso circa un milione di voti in meno alle ultime elezioni politiche. Anche se con la Lega al governo non solo gli immigrati, ma anche i clandestini sono sempre aumentati di numero.

Supponiamo che la penisola italiana sia destinata a rimanere unita sotto un solo Stato per i prossimi venti anni. Per superare la Lega c’è bisogno che gli attuali partiti nazionali si territorializzino?

Non credo, perché se lo facessero significherebbe che stanno avallando l’idea (che è poi la realtà) che questo paese è in via di disgregazione. Solo la Lega permetterà che la Lega venga superata. Ciò comincerà ad accadere quando Bossi – a cui auguro cent’anni di vita – andrà all’altro mondo.

Cambiamo prospettiva, e consideriamo la possibilità che l’unità della penisola italiana non tenga. Qual è – a tuo modo di vedere – la prospettiva migliore? Il mantenimento di uno Stato unico o la formazione di più stati, socioeconomicamente omogenei, indipendenti fra loro e magari legati dalla comune cornice comunitaria europea?

Io sono favorevole, per dirla con Hans Hermann Hoppe, a fenomeni di secessione a catena. In un mondo globalizzato, non è vero che Stati grossi signifighino benessere e libertà, basta dare uno sguardo a tutte le classifiche (studi) che hanno a che fare con la libertà nel mondo. Non è un caso che ai primi posti ci siano Singapore, Hong Kong, la Svizzera. In Italia serve una ristrutturazione istituzionale che si fondi sul principio delle nazioni per consenso, per dirla con Renan e con Rothbard.

In un eventuale Stato libertario, quale posto spetterebbe al welfare? In sostanza, quale posto per gli “ultimi” e i deboli? E gli immigrati, come verrebbero accolti?

Intanto, dire “Stato libertario” significa appellarsi ad un ossimoro! I libertari sono contro lo Stato, non contro l’organizzazione e le regole sia chiaro. A me piace molto l’idea di comunità organizzate nel rispetto del principio della proprietà condominiale (vedasi i 30 milioni di persone che oggi abitano in città private negli Usa). Il welfare, in un mondo libertario, tornerebbe ad essere una prerogativa dell’iniziativa solidaristica dei privati (siano essi individui, associazioni, fondazioni, o altro ancora). Per l’immigrazione – premesso che un libertario è favorevole alla libera circolazione delle persone ed è contro ogni razzismo, dato che il razzismo è un concetto collettivista – ciò che conta è che chi si sposta sia una persona responsabile, che non pesi sul bilancio altrui obtorto collo. Mio padre è emigrato in Venezuela nel 1957, lo ha fatto con un contratto di lavoro in mano, con alloggio e vitto garantiti dal suo datore di lavoro, con l’umiltà di chi scegliendo di convivere con culture diverse, quelle culture non solo le ha rispettate, ma non ha preteso che si adeguassero ai suoi bisogni o interessi.