La lunga notte dell’Italia 2050

Federico Mello, su Pubblico, racconta l’incredibile storia della prima candidatura al Parlamento di un esponente del Movimento 5 Stelle. Per vedere con i miei occhi, sono andato a cercare la pagina Facebook a sostegno della candidatura, sulla quale sono presenti diversi link a pagine di beppegrillo.it nelle quali Marino Mastrangeli – è questo il nome del candidato – esprime alcune idee che, verosimilmente, faranno parte del suo programma elettorale. Tra queste idee ce n’è una per contrastare «l’invasione di disperati» causata dall’aumento di popolazione in Africa. Orizzonte temporale: 2050. L’idea è stanziare dei fondi UE e ONU per «donare istruzione e informatizzazione a tutte le persone povere residenti nelle aree sovrappopolate del Mondo», un’idea – diciamo – non proprio molto originale e neppure troppo – diciamo – approfondita e concreta. Ma quel che più colpisce sono le parole, perché bisogna contrastare «l’invasione di disperati» («invasione», dove l’ho già sentita?),

Altrimenti gli scenari (anche in Italia) potrebbero essere apocalittici, tra cui il vertiginoso aumento delle epidemie (AIDS, malaria, tubercolosi,etc.), dei prezzi delle materie prime, della criminalità, del terrorismo, della prostituzione, dello sfruttamento dei lavoratori, del degrado ambientale, etc.

Un’Italia del 2050 con epidemie dilaganti che serpeggiano nei bassifondi delle città, e malati relegati ai margini, delle città. Criminalità in ogni angolo buio delle strade di periferia, cellule terroristiche che si annidano in tutti gli scantinati, prostituzione, violenza, fumi che si levano dai tombini, sirene che risuonano lontane e l’immancabile monorotaia posizionata a 50 metri di altezza, che sferraglia nella notte, rendendo impossibile il sonno dei bambini. Una lunga notte.

Tutto ciò causato dall’aumento di popolazione in Africa, popolazione che si riverserà sulle coste italiane, nel 2050. Davvero, la descrizione di scenari simili l’ho già sentita da qualche parte, ma non ricordo dove.

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Il pressing tedesco

Come probabilmente saprete, ieri la Germania è riuscita a collocare sul mercato titoli di Stato con scadenza a 12 mesi, per un totale di 2,7 miliardi di euro, con rendimento negativo (-0,054%). Allo stesso tempo, i titoli iberici a 2 anni sono balzati al 6,78%, ai massimi a 16 anni, andando ad appiattire la curva dei rendimenti, con il decennale al 7,49%. L’appiattimento della curva dei rendimenti è un fenomeno preoccupante, perché capite che lo spread inferiore a un punto tra titoli a 2 e a 10 anni pone degli interrogativi inquietanti sulla tenuta dell’economia spagnola, nel breve periodo.

Ma il punto da mettere in evidenza, per il poco che posso capirne, riguarda il rapporto tra titoli tedeschi e titoli dei paesi dell’Eurozona in sofferenza: il rendimento negativo che, paradossalmente, permette alla Germania di finanziarsi guadagnando, non penso possa essere un effetto esclusivamente riconducibile alla bontà dei fondamentali tedeschi, perché è necessario introdurre un’altra variabile. E cioè il fatto che investitori che vogliono liberarsi di titoli dei Paesi periferici possono liquidare questi titoli e possono spostare gli euro intascati sui titoli tedeschi, evitando il rischio di cambio (o comunque mantenendo una posizione in euro all’interno di un portafoglio). In sintesi, mi libero di Bonos spagnoli e compro Bund tedeschi, esercitando, contemporaneamente, pressioni negative sui titoli spagnoli e pressioni positive sui titoli tedeschi. E lo spread si allarga.

In assenza di un’unica moneta europea ciò non sarebbe stato possibile, o sarebbe stato possibile in maniera molto più complessa. Perché, intascate le Lire dalla liquidazione di Btp, per acquistare Bund avrei dovuto cambiare in Marchi, assumendomi un rischio di cambio o, eventualmente, attivando qualche sistema di copertura. Sembra troppo comodo, no?

FT e WSJ disegnano i nuovi confini dell’Europa

Strane coincidenze, sulla stampa anglofona. E ancora più strano che la stampa sia quella che conta, a livello globale: Wall Street Journal, 12 luglio, e Financial Times, 13 giugno, tracciano scenari e, soprattutto, nuovi confini geografici sulla cartina dell’Europa.

Il pezzo del Wall Street Journal, di Marcia Christoff Kurapovna, comincia così:

The current discussion of how Greece and Italy can overcome their economic devastation will have little effect until these countries finally decide to stop faking their own existence. Neither country has functioned as a centralized state since their unification movements of the mid-19th century, the result of ideals more romantic than realistic.

Bum! “Italia e Grecia devono smetterla di falsificare la loro esistenza“, se vogliono uscire dalla crisi. Perché è nel modello delle “città-stato” italiane che l’autrice dell’articolo vede la scintilla della crescita economica, e di una storia comune:

The Italian city-state, much like the poleis of ancient Greece, held to no one-size-fits-all model. Liberal Florence was unlike despotic Milan, which in turn was a far cry from the small and resolutely independent Lucca. The mercantile paradise of Genoa had little in common with the otherworldly principality that was Venice.

Economic competition tied them together, particularly as each city-state struggled for prominence after the retreat of the Holy Roman Empire from Italy after 1400 and the peninsula was basically a land with no government. This competition became the engine of growth and power.

E insomma, la soluzione, seguendo questo ragionamento, sarebbe il ritorno a forme di governo precedenti all’unità nazionale, magari simili alla Baviera, per la sua autonomia, o ai cantoni svizzeri. Perché “regional competition, the necessity of private property, entrepreneurial freedom, the leadership of visionaries and of conservative economic practices” furono gli elementi che trascinarono l’Italia (e la Grecia) fuori dalla sua età buia.

Il Financial Times, invece, ragiona sulla crisi del processo di integrazione europea, partendo da un augurio di Bush senior, del 1989 – “Let Europe be whole and free“. In questo senso – scrive Tony Barber – il solo pensiero che la fuoriuscita della Grecia dall’UE aiuterebbe a stabilizzare tutta l’Eurozona, oltre ai possibili rischi finanziari e alle profonde conseguenze politiche, sancirebbe che il processo di integrazione non è qualcosa di irreversibile, anzi. E la successiva questione è “quanto a est ci si possa spingere”, che apre a questo passaggio:

For some in EU founder member states, the ideal of unity is not the Roman empire, which included London and Constantinople within its boundaries, but Charlemagne’s medieval empire, consisting essentially of France, the Benelux countries, Germany and northern Italy.

Dopo alcuni passaggi che delineano le possibilità di una maggiore integrazione, la conclusione è la seguente, e sembra riprendere il passaggio riportato qui sopra:

Franco-German differences are nothing new in EU history. It is possible the two nations will again find a way to keep alive some version of European unity. But if they do, it will be a political federation or fiscal union limited in scope. Nor will all 27 existing EU member states be part of it. If Europe’s luck holds, it will in the future be free. But it will be something less than whole.

Quindi, è possibile che Francia e Germania troveranno un modo di mantenere vivo il sogno europeo, ma in versione limitata, sia dal punto di vista delle competenze che dal punto di vista dei partecipanti. Libera, forse, ma non whole, un tutt’uno, come si augurava Bush senior. E la domanda è: e noi?

La Rosarno da non dimenticare

La cosidetta «legge Rosarno», un decreto approvato ai primi di luglio, che recepisce la normativa comunitaria in materia, tiene insieme due fenomeni che devono essere tenuti insieme: immigrazione clandestina e sfruttamento del lavoro in nero. La relazione è creata attraverso pene più severe per chi assume un immigrato irregolare e, allo stesso tempo, prevedendo la concessione del permesso di soggiorno per sei mesi allo straniero vittima di «grave sfruttamento» che denuncia il suo datore di lavoro.

Questo per dire che se il nome dato alla norma è, appunto, «Rosarno», un motivo c’è. Perché a oltre due anni dagli scontri che insanguinarono le strade della cittadina calabrese, la situazione rimane estremamente critica. Il monitoraggio di Rete radici e Fondazione Integra/Azione racconta di oltre 2000 braccianti stranieri, impiegati nella raccolta di agrumi, «tutti uomini principalmente provenienti dall’Africa subsahariana (il 22% dal Mali, seguono il Senegal con il 15%, Guinea con il 13%, e la Costa d’Avorio con quasi il 12%), in un’età media di 29 anni (la fascia d’età degli over 31 è preponderante con il 46% dei lavoratori) e senza permesso di soggiorno (il 72% è irregolare contro il 28% dei regolari)». L’80% di loro ha presentato domanda di protezione internazionale, e chi l’ha ottenuta è rimasto magicamente sospeso in un «limbo giuridico», perché «il documento in loro possesso non è spendibile per l’ottenimento del lavoro: in sostanza, non possono lavorare e dunque essere assunti regolarmente». E’ facile, di conseguenza, che questi soggetti possano essere ricattati, e sfruttati dal sistema del caporalato. 

Non è un caso, quindi, se il 90,7% degli intervistati dichiara di lavorare in nero (dato in aumento, rispetto al 75% del 2010), con paghe che variano tra i 20-25 euro per 8-10 ore di lavoro giornaliero. E il futuro, se le cose non cambieranno, non sarà di certo migliore, dato che «la prima bozza della nuova Pac, in vigore dal 2015, sta prendendo in seria considerazione una radicale revisione dei premi. Se sarà confermata questa strada si passerà a sussidi che dai 1800 euro all’ettaro arrivano al massimo ai 300 circa».

Se la questione settentrionale diventa questione europea

Gian Antonio Stella, sul Corriere di oggi, denuncia lo spreco di soldi pubblici della Regione Sicilia. Questa volta, però, lo sguardo è allargato sui trasferimenti comunitari destinati a tale Regione, appena messi in stand by dall’Unione Europea.

«Eccessiva frammentazione degli interventi programmati» (troppi soldi distribuiti a pioggia anziché investiti su pochi obiettivi-chiave), di «scarsa affidabilità» dei controlli, di «notevolissima presenza di progetti non conclusi», di «tassi d’errore molto elevati» tra «la spesa irregolare e quella controllata», di «irregolarità sistemiche relative agli appalti».

Scrive così, l’Unione Europea. «C’è stata una difficoltà di comprensione», ribatte un funzionario della Regione Sicilia, «questioni tecniche», specifica il governatore Raffaele Lombardo.

Stella, invece, la racconta così:

Sono anni che la Sicilia, cui la Ue aveva inutilmente già dato un ultimatum a gennaio, è ultima nella classifica di chi riesce a spendere i fondi Ue. E la disastrosa performance , insieme con quella della Puglia e delle altre tre regioni già «diffidate» (Campania, Calabria e Sardegna) ci ha trascinato al penultimo posto, davanti solo alla Romania, nell’Europa a 27.
I numeri diffusi mesi fa dal ministro Fabrizio Barca sono raggelanti. Tra il 2000 e il 2006 l’isola ha ricevuto 16,88 miliardi di fondi europei pari a cinque volte quelli assegnati a tutte le regioni del Nord messe insieme. Eppure su 2.177 progetti finanziati quelli che un anno fa, il 30 giugno 2011, risultavano conclusi erano 186: cioè l’8,6%. La metà della media delle regioni meridionali. Uno spreco insensato negli anni discreti, inaccettabile oggi.

E la conclusione del giornalista è cruda, e tocca nel vivo la questione. Una questione che con la crisi dell’Euro si sta allargando e si sta approfondendo:

In queste condizioni, buttare via quelle preziose risorse europee che non piovono da una magica nuvoletta ma sono accumulate con i contributi di tutti i cittadini Ue, italiani compresi, grida vendetta. Buttarle per incapacità politica, per ammiccamenti ai vecchi vizi clientelari, per cedimenti alla criminalità organizzata o per i favori fatti a questa o quella cricca di amici e amici degli amici, è una pugnalata. Non solo ai siciliani, non solo ai meridionali ma a tutti gli italiani. Quelli che giorno dopo giorno, Moody’s o non Moody’s, cercano di spiegare all’Europa d’avere imboccato davvero una strada diversa.

C’è sempre un lavoro che i giovani non vogliono più fare

Il Corriere di oggi propone l’ennesimo titolo dal suono vagamente paternalistico: «Il lavoro che c’è, ma non piace ai giovani». Il riferimento è, ovviamente, a quei lavori in cui la componente manuale è dominante: «Il 27% delle 1.100 richieste di pavimentatori e posatori di rivestimenti, in imprese artigiane e industriali, faticano a essere soddisfatte per scarsità di offerta. Seguono i montatori di carpenteria metallica (19% su 5.060), i camerieri (18,5% su 22.460), e poi i meccanici, i riparatori e i manutentori di automobili, gli attrezzisti di macchine utensili, i sarti e i tagliatori artigianali, i modellisti e i cappellai, e così via». L’autore, Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia, propone le seguenti vie di uscita:

Sono solo parzialmente d’accordo con queste ricette, nel senso che mi sembrano limitate al contingente. E certo, è necessaria la ricerca di un equilibrio tra domanda e offerta, così come è necessaria una maggiore informazione e percorsi scolastici maggiormente a contatto con il mondo del lavoro, ma quello che realmente manca è la strada per superare il rimprovero del «i mestieri che i giovani non vogliono più fare». Perché se le cose stanno così, il problema è soprattutto culturale. E se il problema è culturale, la responsabilità non è di certo esclusivamente del neolaureato svogliato. Il lavoro manuale e artigianale è da sempre caratterizzato da cospicue dosi di inventiva, di innovazione e di intelligenza, legate al mondo delle cose. Quello che ci hanno insegnato – mi erigo a rappresentante dei mitici giovani – è tutt’altro, e cioè che questi sarebbero stati gli anni della produzione di ricchezza su basi immateriali e che, quindi, l’unico lavoro nobile sarebbe stato quello nel campo della finanza o della consulenza, per dire.

Ecco allora che, muovendo da questo approccio, nella situazione attuale è facile individuare la dicotomia tra «lavoro futuro» e «sogni presenti», nel senso dei giovani farfalloni non più disposti a fare fatica.

Questa dicotomia, in realtà, è esclusivamente frutto del paradigma culturale, perché il progresso tecnologico e le distanze sempre più corte ci permettono di immaginare un artigiano globale, inserito all’interno di flussi internazionali, all’interno dei quali far valere le capacità legate ai materiali. Esiste un’intelligenza legata al «saper fare», intimamente connessa con la società italiana, che ci permette di essere ancora competitivi a livello internazionale, alla quale, però, abbiamo preferito un altro modello. E’ altresì chiaro che questo tipo di intelligenza, in assenza di un costante aggiornamento e di competenze informatiche, comunicative, linguistiche, difficilmente potrà accedere a questi flussi internazionali. Ed è su queste considerazioni che dovrebbe fondarsi il nostro sistema formativo e scolastico, con l’obiettivo di restituire valore a professioni che sono capaci di conciliare sicurezza economica e «sogni», senza necessariamente dover affrontare la domanda «meglio 1.000 euro per una cosa che mi piace o 1.400 per una cosa che mi fa orrore?».

Vi ricordate l’orda?

“Anche se io spero che questo momento non debba mai venire, questo problema potrebbe diventare talmente enorme che dovremo porci il problema di usare anche le armi”.

Roberto Castelli, aprile 2011

Castelli, nella dichiarazione resa poco più di un anno fa, faceva riferimento agli sbarchi sulle coste italiane Primavera araba in corso. Come abbiamo già avuto modo di raccontare, si trattava di un dato straordinario solo (solo!) perché in controtendenza, rispetto alla dinamica decrescente degli sbarchi.

Il trend decrescente è stato confermato nel 2012:

Gabriele Del Grande, giornalista e fondatore dell’Osservatorio Fortress Europe, che si occupa di registrare ogni sbarco di migranti avvenuto sulle coste europee dal 1988, non ha dubbi: “Da gennaio a fine maggio 2012 sono arrivate non più di mille persone, come ha comunicato di recente il ministro dell’Interno Cancellieri”, spiega Del Grande, “stiamo parlando di all’incirca 20 barconi: numeri assolutamente trascurabili rispetto a quelli di un anno fa, quando nello stesso periodo erano sbarcate 30mila persone”.

Del Grande parla di una «riduzione drastica ma definitiva», dichiarazione che sembra confermare – ancora una volta – il trend negativo di cui parlavamo, che subisce delle correzioni «fisiologiche» in momenti di particolare criticità, come l’anno scorso. Il mare, negli ultimi due mesi, è stato anche in buone condizioni.

Ma i movimenti di popoli non si fermano comunque, e infatti Del Grande ritiene che possano riscuotere maggiore successo nuove (si fa per dire) forme di migrazioni, via terra, ad esempio attraverso la Turchia.

Il dato drammatico che rimane – mentre in Italia il dibattito si sviluppava sull’onda demagogica ed elettorale, l’onda della paura – ci racconta che «in 24 anni di viaggi della speranza hanno perso la vita 18.278 persone (di cui 2.352 nel 2011)». Forse era questa la «paura» più concreta, e prossima, ma ce ne siamo dimenticati, in questi 24 anni. Scusate il ritardo.