Due trevigiani a digiuno per l’indipendenza

Veneto«Sono 3 mesi che aspettiamo, e non siamo più disposti a rimanere passivi di fronte a una serie di suicidi dovuti alla disperazione. Pretendiamo solo che il consiglio regionale rispetti gli impegni presi, perché non è accettabile frenare, per chissà che motivi, un percorso democratico che può dare delle risposte immediate alla crisi che stiamo subendo».

Con queste parole, e facendo riferimento alla Risoluzione 44 (che impegna il presidente della Giunta regionale Veneta, Luca Zaia, e il presidente del Consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato, a indire una consultazione referendaria al fine di accertare la volontà del Popolo Veneto in ordine alla propria autodeterminazione), Anna Durigon e Maurizio Giomo annunciano l’inizio dello sciopero della fame ad oltranza. I due attivisti, trevigiani, fanno parte del Movimento politico «Indipendenza Veneta» che, alle recenti politiche, ha raccolto nella circoscrizione “Veneto 1” 17mila voti, pari allo 0,96%, e nella circoscrizione “Veneto 2” 16mila voti, 1,38%.

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FT e WSJ disegnano i nuovi confini dell’Europa

Strane coincidenze, sulla stampa anglofona. E ancora più strano che la stampa sia quella che conta, a livello globale: Wall Street Journal, 12 luglio, e Financial Times, 13 giugno, tracciano scenari e, soprattutto, nuovi confini geografici sulla cartina dell’Europa.

Il pezzo del Wall Street Journal, di Marcia Christoff Kurapovna, comincia così:

The current discussion of how Greece and Italy can overcome their economic devastation will have little effect until these countries finally decide to stop faking their own existence. Neither country has functioned as a centralized state since their unification movements of the mid-19th century, the result of ideals more romantic than realistic.

Bum! “Italia e Grecia devono smetterla di falsificare la loro esistenza“, se vogliono uscire dalla crisi. Perché è nel modello delle “città-stato” italiane che l’autrice dell’articolo vede la scintilla della crescita economica, e di una storia comune:

The Italian city-state, much like the poleis of ancient Greece, held to no one-size-fits-all model. Liberal Florence was unlike despotic Milan, which in turn was a far cry from the small and resolutely independent Lucca. The mercantile paradise of Genoa had little in common with the otherworldly principality that was Venice.

Economic competition tied them together, particularly as each city-state struggled for prominence after the retreat of the Holy Roman Empire from Italy after 1400 and the peninsula was basically a land with no government. This competition became the engine of growth and power.

E insomma, la soluzione, seguendo questo ragionamento, sarebbe il ritorno a forme di governo precedenti all’unità nazionale, magari simili alla Baviera, per la sua autonomia, o ai cantoni svizzeri. Perché “regional competition, the necessity of private property, entrepreneurial freedom, the leadership of visionaries and of conservative economic practices” furono gli elementi che trascinarono l’Italia (e la Grecia) fuori dalla sua età buia.

Il Financial Times, invece, ragiona sulla crisi del processo di integrazione europea, partendo da un augurio di Bush senior, del 1989 – “Let Europe be whole and free“. In questo senso – scrive Tony Barber – il solo pensiero che la fuoriuscita della Grecia dall’UE aiuterebbe a stabilizzare tutta l’Eurozona, oltre ai possibili rischi finanziari e alle profonde conseguenze politiche, sancirebbe che il processo di integrazione non è qualcosa di irreversibile, anzi. E la successiva questione è “quanto a est ci si possa spingere”, che apre a questo passaggio:

For some in EU founder member states, the ideal of unity is not the Roman empire, which included London and Constantinople within its boundaries, but Charlemagne’s medieval empire, consisting essentially of France, the Benelux countries, Germany and northern Italy.

Dopo alcuni passaggi che delineano le possibilità di una maggiore integrazione, la conclusione è la seguente, e sembra riprendere il passaggio riportato qui sopra:

Franco-German differences are nothing new in EU history. It is possible the two nations will again find a way to keep alive some version of European unity. But if they do, it will be a political federation or fiscal union limited in scope. Nor will all 27 existing EU member states be part of it. If Europe’s luck holds, it will in the future be free. But it will be something less than whole.

Quindi, è possibile che Francia e Germania troveranno un modo di mantenere vivo il sogno europeo, ma in versione limitata, sia dal punto di vista delle competenze che dal punto di vista dei partecipanti. Libera, forse, ma non whole, un tutt’uno, come si augurava Bush senior. E la domanda è: e noi?

La frase del giorno

Sulla questione del possibile default della Sicilia, sul quale si è espresso anche il premier Mario Monti, sono di Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia:

«[Ivan Lo Bello] confonde i debiti con i buchi. Un debito sostenibile per una regione che ha un bilancio di 27 miliardi. Un debito formatosi in gran parte nelle precedenti gestioni di governo, sottoposto a una gestione attiva e monitoraggio continuo. Sull’intero stock di debito questa legislatura ha influito per circa 1,5 miliardi, mentre la restante parte (circa il 75 per cento) è relativa ad indebitamento generato dalle precedenti gestioni».

Il debito è stato quantificato in circa 5 miliardi, in aumento. Lombardo è in carica dall’aprile 2008, e merita certamente una sottolineatura la capacità di far aumentare un debito di 5 miliardi, nel giro di 4 anni, di 1,5 miliardi, cioè del 30% tondo tondo.

«La Sicilia rischia di diventare la Grecia del Paese»

«La Sicilia rischia di diventare la Grecia del Paese, con i dipendenti e i pensionati regionali che saranno i primi a trovarsi senza stipendio in caso di crollo». Bisogna quindi «intervenire anche superando gli ostacoli di un’autonomia concessa nel dopoguerra, in condizioni storiche e politiche ormai lontanissime, ma utilizzata da scriteriate classi dirigente per garantire a se stesse l’impunità».

A parlare così, questa mattina, è stato il vicepresidente di Confindustria ed ex presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello, che ha aggiunto:

«Siamo all’epilogo di una lunga stagione politica ed economica che non riguarda solo il governo Lombardo ma che si è basata esclusivamente su una capillare distribuzione assistenziale e clientelare delle risorse pubbliche […] Se fossimo stati controllati dallo Stato noi siciliani non avremmo oggi trentamila precari e trentamila forestali».

Diventare grandi e guardare dall’alto

Profilo di Città Alta, di Vania Russo – L’Eco di Bergamo

Uno dei temi che fa parte del piccolo bando che abbiamo proposto alcuni giorni fa riguarda il rapporto tra centro e periferia dello Statoche si chiama patto di stabilità, che sono i piccoli comuni costretti a fare cassa svendendo il territorio, che si chiama anche spending review, scrivevamo.

Il testo di Roberto Balzani – sindaco di Forlì e docente di Storia contemporanea – Cinque anni di solitudine ci dà una grossa mano nel rovesciare il tavolo, così da poterlo guardare da un’altra prospettiva. Dal basso, dai piedi, dalla provincia e dalle città, verso l’alto. Ma il paradosso – e qui viene il bello – è che la visione dal basso non va a discapito della prospettiva, della visione ma, anzi, la favorisce. Vuoi perché chi ci governa e chi amministra le nostre città e le nostre province sembra appiattito sul presente, schiacciato dalla volontà di fare presto e subito, vuoi perché la «sindrome di Renato Serra» (la partecipe identificazione con un destino collettivo, che è poi il vento profondo, risorgimentale, che riempie di senso le cose, che dà ragione alla passione) sembra offrire una speranza, la speranza di restituire prospettiva all’azione politica.

In questo caso, parliamo dei comuni e delle province italiane, che ci troviamo a dover gestire in un contesto in cui le risorse finanziarie cominciano ad apparire limitate e, allo stesso tempo, senza che ci sia la volontà di chi ora ci amministra di riformare qualcosa.

Per guardare le cose dall’alto, bisogna diventare grandi, devono diventare grandi sia i piccoli comuni – che sono tanti in questo Paese – che le province – che sono troppissime. Senza demagogia, ma con visione prospettica, perché abbiamo la necessità di una programmazione superiore ai piccoli feudi se vogliamo godere della vista dall’alto, ma che venga realizzata sulla base di rapporti di forza differenti: se il comune deve mediare con tutti gli altri comuni, e tutti gli altri comuni devono mediare con la provincia, e la provincia con un’altra provincia che a sua volta media con i suoi comuni che mediano tra di loro, alla fine prevale l’elemento negoziale e non quello strategico, prevale l’arcigna rivendicazione di un ruolo invece che la visione complessiva.

E chi le farà queste cose? Chi troverà gli equilibri ottimali? Balzani risponde: noi, gli amministrati. O, perlomeno, chi ci starà, chi si metterà al servizio, perché gli strumenti ci sono e le cose è meglio farle prima che tutto sia precipitato. Perché, di questo passo, esploderà l’asimmetria tra spazio della rappresentanza e spazio della gestione

E il vento profondo cosa ci piglia con tutto ciò? Ci piglia che è una grande occasione, quella di ripensare i rapporti tra enti locali, per . Possiamo essere noi, gli amministrati, a identificare i bisogni e le aspirazioni di autonomia dell’autentica realtà periferica italiana lasciando da parte la difesa accanita di una presunta identità, come vorrebbero i neoregionalismi tradizionalistici e irrazionalistici in questo primo scorcio di secolo, con l’unico fine di far combaciare lo spazio amministrativo con lo spazio socioeconomico, onde ridurre gli sprechi (di tempo e di risorse) ed inutili negoziazioni.

I territori possono e debbono essere raccontati attraverso la memoria culturale […] ma possono e debbono essere governati da una visioneEcco, se avete una visione da proporre, un’idea che tenete nel cassetto da tanto tempo, qualche dato, qualche numero, è il momento di tirarli fuori e spedirli a onthenord@gmail.com.

A chi fosse interessato consiglio il blog Bene in Comune, di Roberto Rampi.

Centralizzare per risparmiare?

Oscar Giannino, oggi su Panorama, sostiene che una grossa fetta di spesa pubblica sia da tagliare. Federalismo? No, tutto il contrario:

Si ripete che tagli alla spesa sono tagli ai servizi ai cittadini: penosa menzogna, visto che la spesa per welfare è meno della metà degli oltre 50 punti di pil, e le sole forniture sanitarie costano 5 punti di pil cioè il doppio di 7 anni fa, perché ogni ospedale e asl ne rifiuta la centralizzazione.

Ne deriva che, secondo Giannino, se l’acquisto di forniture sanitarie fosse centralizzato, dando minore autonomia al singolo centro di spesa, le cose potrebbero andare meglio. Detta così, sembra molto semplice, e in fondo non ci si discosta molto dal principio dei costi standard. Sarà vero?

L’idea di Giannino, tra l’altro, è fortemente in contrasto con quanto ha sostenuto pochi giorni fa Michele Boldrin su Linkiesta:

Non c’è alternativa al federalismo fiscale, piaccia o meno alle anime belle che anche oggi insorgeranno contro questa affermazione. Il federalismo cretinoide della Lega Nord va abolito, certo. Ma chiunque pensi che l’Italia possa smettere di declinare senza cambiare la struttura del proprio stato ed adottare un vero federalismo fiscale su base territoriale è un illuso. O un parassita che mente sapendo di mentire.

Update: Tito Boeri, oggi, su Repubblica, scrive che “se necessario, la spending review dovrà mettere paletti al decentramento, come quelli che vengono chiesti al governo spagnolo nei confronti delle autonomie regionali”.

Il patriottismo non è nazionalismo

Sull’eterna discussione tra nazionalismo e patriottismo che portiamo avanti su questo blog, costantemente ravvivata dalle mire indipendentiste, dall’unitarismo considerato come continuità storica del fascismo, dall’accusa rivolta al centrosinistra di essere diventato nazionalista, contro la libertà dei popoli, riporto alcuni passaggi da “Salviamo l’Italia”, di Paul Ginsborg:

Nel maggio 1945 George Orwell, nell’articolo Notes on nationalism, tracciò una prima importante distinzione tra i due termini. Per «patriottismo» egli intende la devozione a un particolare luogo o stile di vita «che si reputa migliore del mondo ma che non si vuole imporre agli altri». Esso ha una connotazione essenzialmente difensiva, sotto il profilo sia militare sia culturale. Il nazionalismo, invece, «è inscindibile dal desiderio di potere». E’ per sua stessa natura aggressivo ed espansionista, esige che i suoi adepti dissolvano in esso la propria individualità sospendendo la capacità di giudizio. Il patriottismo per Orwell è espressione di un affetto intimo, mentre il nazionalismo è espressione, a sua volta, di un odio a stento trattenuto, proiettato all’esterno.

In tal modo ella [Simone Weil] collegava l’amor patrio ai valori cristiani di umiltà e compassione, aggiungendo inoltre elementi fondamentali quali la necessità di rispettare la diversità – diversità regionale in primo luogo -, di combattere la xenofobia, di garantire il pluralismo di opinioni («A un paese come il nostro la varietà e il ribollimento delle idee non può mai fare del male»); infine di aiutare il patriottismo a trovare espressione nella quotidianità, «ininterrotta, in qualsiasi occasione, persino in quelle più banali».

Egli [Carlo Rosselli] aveva a cuore l’ideale del patriottismo e voleva salvarlo da due diversi, pericolosi nemici. Uno era il nazionalismo fascista, che aveva trasformato l’amore per la patria in espansionismo aggressivo, e gli eroi del Risorgimento in protofascisti. L’altro era l’internazionalismo marxista, che puntava a minimizzare l’importanza dell’amor patrio in nome di più vaste lealtà. Non era un bene, sosteneva Rosselli nel 1935, accettare un internazionalismo che significava «asservimento alla politica russa». L’internazionalismo era un obiettivo prezioso, ma «per esistere deve salire dal basso verso l’alto, farsi positivo, vivere prima nella personalità singola, nella classe, nella patria». […] Così, nella visione del socialismo liberale di Rosselli, «l’attaccamento alla patria» meritava onore. Era il fondamento, non l’antitesi, dell’internazionalismo, nonché la preziosa base della futura Europa democratica costruita dal basso.