«Le aggressioni ai gay non esistono», dice la Lega 2.0

Presentazione dei candidati della Lega NordLa mitica «Lega 2.0» porta gli occhiali con la montatura rossa, si è data una pettinata, non parla di «Padania» ma di «Macroregione», dice «start-up».

Poi, al Senato, in Veneto, candida come capolista l’on. Massimo Bitonci, già sindaco di Cittadella che, dopo aver esplicitato la sua contrarietà ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, dicendo che «sono persone che sono liberissime di fare la loro vita, all’interno del loro ambito, della loro casa», si lascia andare a un giudizio approfondito e puntuale (sì, ciao) sulle aggressioni omofobe:

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Il molto onorevole sciur Hu

Da Porta Ticinese a Porta Cinese, si potrebbe dire: a Milano tra i primi dieci cognomi registrati all’anagrafe del Comune, ben tre sono di chiara provenienza cinese, e dopo Rossi al secondo posto compare l’orientale Hu, davanti al “milanesissimo” Brambilla, solo ottavo.
I dati anagrafici dimostrano come Milano stia cambiando sul piano etnico e sociale” spiega l’assessore Benelli.
Un altro motivo in più per bocciare una stupida iniziativa come la “legge Harlem”, proposta da Lega e Pdl in Regione Lombardia.

P.S. anche per On the Nord

Preghiera Musulmana? Fatela via web!

A Gallarate (Varese) tiene banco, oramai da molto tempo, la questione che riguarda la ricerca di un luogo da destinare alla preghiera dei musulmani che abitano in città e nei paesi limitrofi.

Dalla Lega Nord, rappresentata dal segretario cittadino Sandro Rech, è arrivata la soluzione definitiva, d’avanguardia:

Ci permettiamo di dare un consiglio: perché non trasmettere via web gli incontri in modo che gruppi di almeno due persone (la preghiera deve essere compiuta in congregazione, e il gruppo secondo i sapienti è formato da almeno due persone, basandosi su quanto disse il Profeta : “due persone o più formano un gruppo”), possano comodamente dalla loro casa o da altro luogo assistere alla funzione. […] Nessuno si scandalizza se la domenica le reti nazionali trasmettono la Santa Messa e se uno o più fedeli la seguono dalla loro abitazione, anzi la pratica è consigliata agli ammalati e agli anziani.

Si tratterebbe di «un compromesso senza portare avanti rivendicazioni».

Senza dubbio siamo di fronte a una delle stupidaggini più divertenti della storia leghista.

Attacco dei sindaci al welfare padano

Le giunte di centrosinistra delle principali città del Friuli e della Venezia Giulia (Trieste, Udine, Pordenone e Monfalcone) hanno deciso di non applicare la norma regionale che impone una discriminazione a svantaggio degli extracomunitari regolari nel godimento delle prestazioni sociali (bonus bebè, borse di studio, alloggi popolari).

La giunta (di Trieste, sindaco Roberto Cosolini (PD), ndr) preso atto che il governo ha impugnato la legge 16/2011” in quanto “destinata a discriminare (…)” procede alla disapplicazione ritenendo che un diverso comportamento esporrebbe il Comune a citazioni in giudizio nelle quali risulterebbe soccombente, con l’obbligo di sostenere i relativi oneri.

Eh sì, perché già nell’Agosto dell’anno scorso il Tribunale di Trieste ha condannato il Comune giuliano a risarcire quattro cittadini stranieri per discriminazione, pur avendo il Comune rispettato le precedenti norme regionali. Se la Regione sbaglia, anche il Comune paga, come ricorda Furio Honsell (centrosinistra), sindaco di Udine

A causa delle scelte sbagliate e ideologiche della Lega moltissimi Comuni hanno dovuto rispondere in Tribunale per aver applicato norme punite dalla Corte costituzionale.

La risposta leghista non si è fatta attendere, con la solita raffica di minacce:

“denunceremo i Sindaci in Procura”, “verificheremo comune per Comune”, “ci saranno provvedimenti anche per i dipendenti”

La Lega è preoccupata di tutelare i cittadini giuliani e friulani dagli avidi stranieri che si approprierebbero di tutto il welfare pubblico

e i nostri giovani, anziani, lavoratori o disoccupati si troverebbero senza aiuto

come dice Danilo Narduzzi, capogruppo della Lega Nord in Consiglio Regionale (il quale conclude con l’immarcescibile “La Sinistra è nemica del popolo”).

Che dire: io sono di Sinistra e se uno lavora regolarmente e paga le tasse qui, ha tutto il diritto di godere di tutti i diritti spettanti a chi si trova nella sua stessa condizione sociale, indipendentemente dalla nazionalità.

Regione Lombardia: guerra aperta al Royale con formaggio

A breve andrà in votazione in Regione Lombardia la cosiddetta “legge Harlem”. Massimiliano Orsatti, relatore, la presenta così sul proprio sito:

Una legge contro i vandalismi e i rovesciamenti di auto, finalmente. No: tutto il contrario,  si tratta di un provvedimento che interviene sulla normativa in materia di attività di artigianato, commercio, estetista, acconciatore. Il riferimento normativo principale – indicato al Titolo I del Progetto di legge, “Ambito di applicazione e principi generali” – è la Direttiva europea 2006/123, conosciuta anche come Direttiva Bolkestein, la quale, oltre alla promozione della libera circolazione dei servizi e della fiducia tra gli Stati membri (sic), ha la finalità di

semplificare le procedure amministrative, eliminare l’eccesso di burocrazia e soprattutto evitare le discriminazioni basate sulla nazionalità per coloro che intendono stabilirsi in un altro paese europeo per prestare dei servizi. Per raggiungere questi obiettivi propone la creazione di sportelli unici dove i prestatori di servizi possano portare a termine tutte le formalità necessarie, la possibilità di espletare queste procedure via internet, l’eliminazione di requisiti burocratici inutili, autorizzazioni discriminatorie e discriminazioni basate sulla nazionalità.

Nel testo della direttiva, infatti, si legge:

Gli Stati membri non subordinano l’accesso ad un’attività di servizi o il suo esercizio sul loro territorio al rispetto dei requisiti seguenti:

  1. 1)  requisiti discriminatori fondati direttamente o indirettamente sulla cittadinanza

Ecco, quello che non si capisce è come sia possibile perseguire questi obiettivi attraverso la “legge Harlem” (qui il testo completo), che prevede:

  • la facoltà per i comuni di disporre il divieto di vendita di determinate merceologie, qualora questa costituisca un contrasto con la tutela di valori artistici, storici o ambientali;
  • la facoltà di limitare nei centri storici l’insediamento di attività che non siano tradizionali o qualitativamente rapportabili ai caratteri storici, architettonici e urbanistici dei centri medesimi;
  • la facoltà di consentire in caso di cessazione delle attività tutelate nelle zone localizzate, la sola attivazione, per un arco temporale fino a cinque anni, di una o più delle medesime attività appartenenti allo stesso settore alimentare o non alimentare;
  • l’obbligo, affinché sia concessa l’autorizzazione alla somministrazione di alimenti e bevande, della presentazione di un attestato di conoscenza della lingua italiana. Si può scegliere tra Certificazione Italiano Generale di livello A2, un documento che attesti di aver conseguito un titolo di studio presso una scuola italiana o di aver frequentato un corso professionale relativo al settore merceologico di riferimento approvato dalla Regione Lombardia;
  • che per il riconoscimento professionale, oltre che l’iscrizione all’INPS, debbano essere attestati “gli adempimenti contributivi minimi previsti da parte della previdenza sociale nazionale”.

Legge anti-Kebab vi dice niente?

Oltre a queste norme, si stabilisce che “tutte le informazioni commerciali esposte agli utenti devono essere rese anche in lingua italiana. Qualora le indicazioni siano apposte in più lingue, devono avere tutte i medesimi caratteri di visibilità e leggibilità. Sono consentiti termini stranieri o derivanti da lingue straniere che sono ormai di uso corrente nella lingua italiana ed il cui significato è comunemente noto”. Pur essendo di una vaghezza impressionante (sushi e sashimi, ad esempio, pur essendo di uso corrente, hanno un significato “comunemente noto”, tale per cui un qualsiasi residente in Lombardia li sappia distinguere?), ora pretendo che tutti i nomi dei panini e dei prodotti alimentari di McDonald’s (e simili) siano tradotti in Italiano, perché non credo che sia comunemente noto cosa sia un Arizona Dream, un Big Tasty, un McWrap, un Big Mac, un Royal Deluxe, un Crispy Mc Bacon. E ancora: Chicken Legend, McChicken, Chicken McNuggets, Filet-O-Fish, BBQ Wrap, McFlurry, Sundae e Milk-Shake. 

Il Kebab, invece, penso sia oramai patrimonio comune.

Siete i più forcaioli di tutti

“Anche se io spero che questo momento non debba mai venire, questo problema potrebbe diventare talmente enorme che dovremo porci il problema di usare anche le armi”. Roberto Castelli, ex ministro della Giustizia e attuale Viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, 12 aprile 2011, parlando delle prospettive dell’ondata migratoria generata dalla primavera araba.

“Ma scusate, in Libia non si stanno usando le armi? No, allora, le armi o si possono usare o non si possono usare. Bisogna vedere se si usano bene o si usano male. Noi siamo invasi, c’è gente che viene in Italia senza permesso, violando tutte le regole, beh, a questo punto bisogna usare tutti i mezzi per respingerli. Eventualmente anche le armi”. Francesco Speroni, europarlamentare, 13 aprile 2011.

“Ci riescono in Spagna, Grecia e Croazia. Dovremmo riuscirci anche noi, ma usando il mitra”. Daniele Stival, assessore della Regione Veneto, 24 febbraio 2011.

Siamo ripetitivi, già. Le dichiarazioni qui sopra le ho copiate e incollate da un post che ho scritto solo qualche giorno fa. Il motivo? L’argomento con cui Umberto Bossi ha motivato il voto della Lega che ha salvato Cosentino: “La storia della Lega non è mai stata forcaiola”. A smentirlo c’è la famosa foto di Luca Leoni Orsenigo, che il 16 marzo 1993 sventolò il cappio alla Camera, alludendo alle forche per i politici corrotti:

Ma ci sono, soprattutto, le forche con le quali gli attuali esponenti della Lega Nord vorrebbero accogliere gli immigrati, perché non gli passa neppure per la testa che potrebbero avere diritto a qualche forma di tutela giuridica, no, sono clandestini a prescindere, e bisognerebbe sparargli mentre sono in mare.

Forti con i deboli e deboli con i forti, alla faccia del celodurismo.

Le clementine e la semischiavitù

Come promesso, torniamo sul caporalato e sullo sfruttamento degli immigrati. Il sito Redattore Sociale ha di recente pubblicato un’inchiesta riguardante queste forme di semischiavitù alle quali sono ridotti alcuni immigrati. Parliamo della Calabria e della raccolta delle clementine: non siamo molto on the Nord, ma la tematica è tra quelle più gettonate, a queste latitudini.

Sulla fascia ionica cosentina si concentra il 60% della produzione nazionale; la raccolta si concentra tra l’autunno e gennaio:

Servono tanti braccianti e lo sfruttamento della manodopera è intensivo. Reclutamento all’alba per le strade del paese, nella frazione marina di Schiavonea, caporalato e paghe di due tipi: 20-25 euro alla giornata oppure 1 euro, 1,20 euro a cassetta. È questo l’identikit del lavoro agricolo a Corigliano Calabro. In compenso ai migranti prendere in affitto un posto letto in una casa costa 120- 150 euro a cranio al mese. Per gli italiani l’affitto di un intero appartamento non supera i 300 euro in quella zona. Invece gli stranieri pagano una casa complessivamente dai 400-500 euro fino ai 1000 euro al mese, dividendo la somma in tante persone e quindi vivendo in condizioni di sovraffollamento, quando va bene.

E non è finita qui. C’è di peggio:

Si stima che siano 12mila gli stranieri che lavorano nella Piana, la metà in modo pseudo-regolare: figurano nelle liste dell’Inps anche se sono truffati dai datori di lavoro che fanno comparire un numero basso di giornate rispetto a quelle effettivamente lavorate. Un’altra metà sono invisibili.

Questi invisibili hanno una funzione ben precisa:

Dalle liste ufficiali di lavoratori, Caravetta [dell’associazione “Torre del Cupo”, n.d.a.] ha considerato che un 30-40% sono falsi braccianti, italiani che stanno a casa e prendono i contributi, mentre il lavoro nei campi è fatto dagli stranieri. Una truffa documentata dallo scandalo Inps del 2009, quando una funzionaria ‘eroica’, Maria Giovanna Cassiano, denunciò alla procura che intere famiglie si dichiaravano braccianti agricoli senza esserlo. Dalla sottrazione fra quanti braccianti servono e quanti risultano lavorare effettivamente, Caravetta ha elaborato il dato di 12mila.