Corruzione e illegalità, il problema economico

La battaglia contro l’illegalità e contro la corruzione, in questo Paese, sembra limitarsi al momento della cronaca sui giornali, senza azioni conseguenti e sistematiche. Quasi fosse una battaglia di una qualche élite e non un problema economico che tocca da vicino e che mette a rischio i cosiddetti «produttori». «Contadini», li chiamerebbe Gabrio Casati. Azzoppa chi lavora onestamente, chi paga le tasse, chi non è colluso, limita gli investimenti esteri. In definitiva, azzoppa il lavoro. Quel lavoro che deve essere al centro di ogni politica, non perché debba essere la politica a creare lavoro o a creare posti di lavoro, ma perché deve essere la politica a creare le condizioni ambientali ideali – o comunque le migliori possibili – affinché sia premiato chi lavora bene, e non chi occupa determinate posizioni e alimenta legami più o meno oscuri, fatti di illegalità e corruzione, appunto.

Ci siamo fatti raccontare un po’ di queste cose da Vincenzo Nuti, imprenditore della zona particolarmente attento ai temi dell’illegalità e della corruzione, che ai tempi del congresso del Partito Democratico fece pubblicare un appello su un’intera pagina di Repubblica, per cercare di raccogliere l’attenzione dei candidati alla segreteria. E la sua battaglia continua.

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Tra cinquemila e ventimila

Oggi Il Sole 24 Ore pubblica una serie di dati riguardanti le spese dei Comuni. Dalla cancelleria al vestiario, dal costo della manutenzione di immobili agli incarichi professionali.

Un dato interessante riguarda il rapporto tra dimensioni dei Comuni e spese per beni intermedi, cioè quei beni necessari alla produzione di altri beni. L’energia, ad esempio. I risultati sono i seguenti:

La prima cosa che ho pensato, guardando il grafico, è che una relazione, effettivamente, sembra esistere. L’idea che mi sono fatto è che i comuni di dimensione maggiore spendono di più perché, probabilmente, sostengono costi relativi a servizi che i comuni di taglia inferiore non offrono. Pensiamo al trasporto pubblico, ad esempio. Anche all’altro estremo del grafico, cioè laddove sono collocati i Comuni con meno abitanti, fino a 5.000, i costi sembrano aumentare al diminuire delle dimensioni. In questo caso, ho pensato, probabilmente il problema sta nell’impossibilità di generare economie di scala. Di conseguenza non sembra corretto poter parlare di efficienza assoluta nell’area centrale del grafico – dato che i Comuni più grandi offrono servizi differenti e quindi non paragonabili -, ma di una maggiore efficienza dei Comuni con numero di abitanti compreso tra 5.000 e 20.000 rispetto a quelli di dimensioni inferiori.

E così torna d’attualità un video girato alcune settimane fa, che ci racconta come sia possibile, attraverso le unioni di Comuni, migliorare i servizi e razionalizzare i costi. E gestire meglio le risorse. Tenendo conto che degli 8.092 Comuni italiani ben il 70,2% ha meno di 5.000 abitanti.

Il costo di un caffè

La ricerca delle uova di Prossima Italia, lungo le strade del nord Italia, questa volta si è fermata a Rogeno, 3.300 abitanti, in provincia di Lecco. Per la precisione, a metà strada tra Como e Lecco, dove ciascun paese ha un suo lago, praticamente, nel quale specchiarsi.

Ci siamo fatti raccontare, da Alessio Gnocchi, l’abitare intelligente. Che non è solo costruire, ma soprattutto ricostruire, rendere efficiente. Proprio come ha fatto lui, in pieno centro storico, con un bel edificio costruito a metà dell’Ottocento:

Fare i cinesi con i ticinesi

Se il Ticino porta via le imprese dall’Italia, gli italiani portano via il lavoro alle imprese ticinesi. E’ questa l’accusa che sindacati e associazioni di categoria del Ticino rivolgono alle imprese italiane (società e singole partite IVA a cui sono affidati oltre 11.000 lavori), e per protesta hanno indetto addirittura uno sciopero (che da queste quelle parti è davvero una rarità).
La concorrenza avviene per i costi bassi con cui gli italiani si propongono, senza rispettare tariffe e salari vigenti in Svizzera, facendo in pratica quello che fanno ad esempio i cinesi a Prato.
In Ticino però non è il tessile il settore in cui avviene questo conflitto, ma quello edile, che in questa regione tira forte, forse troppo, tanto che si teme una bolla immobiliare.
Forse sarebbe il caso che istituzioni e associazioni delle diverse regioni (Ticino e soprattutto Lombardia) si incontrassero per regolamentare un mercato del lavoro che rischia di diventare selvaggio e alla fine danneggiare tutti.

P.S. anche per On the Nord

La più fertile delle pianure

Se fossimo gli Americani la chiameremmo Padana Valley, o qualcosa di simile, quell’infinita pianura, da Torino a Trieste. Ne sapremmo valorizzare le eccellenze, anche quelle dimenticate, e forse avremmo una maggiore e migliore coscienza di noi stessi, non necessariamente frutto della dicotomia nord – sud. Perché, in Italia, se non ci fosse il sud, non sapremmo cos’è il nordnon sapremmo immaginarlo, se non come prodotto della contrapposizione.

Sarà forse anche a causa di questa mancanza di percezione che un progetto come VenTo (del quale abbiamo già parlato qui), in grado di unire, anche fisicamente, la Padana Valley, stenta a prendere il largo, nonostante le condizioni per partire ci siano tutte e gli investimenti da fare siano limitati. VenTo non è un capriccio per ciclisti, ma è economia diffusa, ed è anche un simbolo, attorno al quale poter immaginare qualcosa di nuovo, eppure di così antico. Paolo Pileri, professore del Politecnico di Milano, ne ha parlato con noi:

Potrebbe essere questo il luogo opportuno dove sperimentare e gettare le basi per un nuovo modello, esportabile. La locomotiva del Paese, in questo modo, diventerebbe green, nel senso di a basso impatto ambientale. E con lei, tutti i vagoni. Ne abbiamo parlato con il professor Alberto Majocchi, della Facoltà di Economia dell’Università di Pavia.

Ma la sfida più difficile è saper coniugare tradizione e innovazione, come abbiamo già avuto modo di scrivere. Difficile, ma non impossibile, perché innovazione non è il contrario di tradizione: innovazione è il contrario di conservazione. Nello scenario green di cui abbiamo parlato sopra, la Pianura Padana potrebbe tornare ad essere fertile, su due versanti che sembrano tanto lontani, ma che forse potremmo cercare di tenere insieme. Fertile nel senso più tradizionale, e cioè quello agricolo. Ma fertile anche dal punto di vista dell’imprenditorialità, creando un ecosistema per le start up. Questo accostamento improprio ce lo facciamo raccontare dalla professoressa Claudia Sorlini, della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, e da Matteo Fenaroli, di Innext.

Dove la sostenibilità ambientale è un miraggio

Ieri abbiamo parlato del consumo di suolo ad opera dei piccoli e piccolissimi comuni. Nel quadro della sostenibilità ambientale, però, non possiamo dimenticare il sistema infrastrutturale. Su On the Nord non siamo tecnici, ma abbiamo raccolto le voci di due tecnici, per farci raccontare quali sono i limiti del modello infrastrutturale lombardo e, più in generale, lo stato del servizio di trasporto pubblico.

La prima voce che andiamo ad ascoltare è quella di Francesco Bertolini, docente dell’Università Bocconi e membro del Green Management Institute:

Passiamo, poi, a Marco Ponti, docente del Politecnico di Milano, per uno sguardo sull’Alta velocità e sulla scarsa trasparenza nella gestione dei trasporti:

Diventare grandi, per evitare la polverizzazione

Il territorio, ve lo ricordate? E quelli che erano radicati sul territorio, ve li ricordate? Che ci facevano, radicati sul territorio, ancora non lo abbiamo ben capito. Lo consumavano, probabilmente, se pensiamo che in Lombardia, tra il 1999 e il 2007, la superficie urbanizzata è cresciuta di 27.849 ettari, pari a 3.481 ettari all’anno. Per farci un’idea possiamo pensare che un ettaro è pari a 2 campi da calcio a 11 giocatori. Quindi, ogni anno, in Lombardia, abbiamo consumato più di 1.700 campi da calcio.

Un recente articolo scritto da Paolo Pileri e Elena Granata, pubblicato su Agriregionieuropa, esamina il rapporto tra dimensioni dei Comuni (per dimensioni intendiamo il numero di abitanti) e consumo di suolo. L’immagine della metropoli onnivora, che si spande a macchia d’olio oltre i propri confini, è un’immagine sbagliata: i piccoli comuni, quelli con meno di 5.000 abitanti, hanno avuto responsabilità decisive, su questo fronte. Una fotografia ai Comuni italiani ci permette di capire da dove derivano queste responsabilità: «oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno». I Comuni italiani appaiono perciò divisi in due grandi famiglie, ed è interessante vedere «come ognuna di queste si comporta rispetto all’uso del suolo, che rappresenta la risorsa sulla quale, come abbiamo detto, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione».

In questo senso, «le compagini politiche si fanno carico delle aspettative pubbliche, delle esigenze sociali ma sono anche collettori di interessi privati che spingono per vedere di massimizzare la rendita fondiaria. In Italia, infatti, il sistema urbanistico è da sempre stato condizionato da tale rendita che è spesso sopravvissuta come motore degli accordi opachi a livello locale». E questo è un punto di debolezza delle amministrazioni locali, soprattutto se scarsamente attrezzate.

Esaminando i dati, Pileri e Granata rilevano che «tra il 1999 e il 2007 la superficie urbanizzata in Lombardia è cresciuta di 27.849 ettari (3.481 ha/anno). Il 40,8% di questo aumento è stato generato da quei 1.086 piccoli comuni. I comuni piccolissimi, quelli con meno di 2.000 abitanti (6,3% della popolazione), sono stati responsabili del 13,6% della nuova superficie urbanizzata. I dati ci mostrano soprattutto che il contributo da parte dei piccoli comuni al consumo di suolo è tra i più alti. Ciò viene dimostrato, ad esempio, dai valori assunti dall’indicatore di urbanizzazione procapite nelle diverse classi di ampiezza demografica dei comuni. Nei comuni con meno di 2.000 abitanti, per ogni nuovo residente si consumano 681 mq. di suolo, mentre in un comune con 50.000 abitanti lo stesso nuovo residente richiede minor suolo libero per insediarsi (332) e addirittura in una città con più di 100.000 abitanti, il consumo per ogni nuovo residente è di 191 metri quadri. […] Nei comuni con meno di 5.000 abitanti il costo insediativo, misurato in terre agricole perse, è molto più elevato rispetto ai comuni medio-grandi. Questa dissipazione procapite aumenta man mano che ci si sposta verso comuni più piccoli. Nel caso dei comuni con meno di 500 abitanti si registra addirittura la contraddizione per cui a una diminuzione di popolazione corrisponde una produzione edilizia e una perdita di suolo agricolo che non risponde ad alcuna domanda insediativa».

I rimedi a questa situazione stanno nell’incidere nel rapporto che si instaura tra portatori di interessi privati e chi, invece, deve garantire la tutela di beni comuni. E in questo senso, anche la dimensione dei Comuni è decisiva, come abbiamo detto sopra. Alcuni esempi, le «buone notizie», non mancano. Noi ne raccontiamo due.

Il primo caso è quello di Cernusco sul Naviglio, una città di 31.000 abitanti, alle porte di Milano. Ricadiamo, quindi, all’interno della famiglia dei «grandi Comuni» italiani e l’impronta che l’amministrazione di Eugenio Comincini è stata chiaramente a tutela del territorio, slegando il rapporto perverso che esiste tra oneri di urbanizzazione e spesa corrente:

Dalle porte di Milano, ci siamo spostati a Uggiate Trevano, che sta qui:

4.300 abitanti, Uggiate Trevano si trova a metà strada tra Varese e Como, in provincia di Como. Alle sue spalle, la Svizzera. Intorno, invece, l’Unione di Comuni «Terre di frontiera», costituita insieme a Bizzarone (1.500 abitanti), Ronago (1.600 abitanti) e Faloppio (3.900 abitanti). Secondo le nostre categorie, quattro piccoli comuni, che dieci anni fa hanno deciso di rinforzare la cooperazione nella gestione di alcuni servizi, per risparmiare e per migliorarne la qualità. All’appello manca solo l’Ufficio tecnico. E quindi, la gestione del territorio? Beh, questa storia ce la facciamo raccontare direttamente da Fortunato Turcato, sindaco di Uggiate Trevano: