Passaggio a Nord-Est (55) – Cosa sta succedendo in Veneto?

Sul finire dell’estate abbiamo inaugurato, qui a Passaggio a Nord-Est, un mini-ciclo di articoli, al grido di Xe Ora!, dedicati specificamente all’evoluzione dello scacchiere veneto, partendo dall’ormai tradizionale “Festa dei Veneti” organizzata da Raixe in quel di Cittadella. Avevamo rilevato, nella prima puntata, come il clima registrato quest’anno nella cittadina padovana fosse decisamente più caldo, sul fronte dell’esplicita rivendicazione di un pieno autogoverno per il Veneto. Lo testimoniavano, non a caso, due inequivocabili scritte a caratteri cubitali che facevano bella mostra di sé, in una sorta di virtuale domanda e risposta fra il palco e la piazza: se dal primo gli organizzatori invocavano “Autodeterminasión”, dalla seconda i militanti delle formazioni politiche rispondevano “Independensa”, anticipando significativamente l’immagine che i viali barcellonesi avrebbero di lì a pochi giorni rilanciato in tutto il mondo, in quel fatidico 11 settembre 2012, con un’eco che ancora perdura, senza scemare e, semmai, crescendo d’intensità ogni giorno di più.

Veneto e Catalogna, Catalogna e Veneto. Questo intreccio di storie, simbolicamente benedetto dalla consonanza cromatica delle due bandiere nazionali, entrambe rosso-oro, ha segnato tutta la stagione seguita a quella Festa di fine estate, con l’accompagnamento, è bene ricordarlo, di quattro altre situazioni assimilabili in termini di obiettivo finale, ovvero la separazione dallo stato di appartenenza e la costituzione di nuove repubbliche indipendenti nell’ambito dell’Unione Europea: Scozia, Fiandre, Euskadi e SudTirolo. Ognuna con il proprio percorso, con le proprie peculiarità storiche e giuridiche, certo, ma tutte accomunate dalla crescita esponenziale o dal radicamento progressivo e sempre più strutturale di un indipendentismo moderno e determinato ad ottenere successo, come dimostrano gli sviluppi che le hanno riguardate in questi ultimi mesi e che tuttora le interessano (approvazione formale congiunta britannico-scozzese del referendum separatista per il 2014, vittoria alle amministrative di Anversa della formazione separatista Nieuw-Vlaamse Alliantie, del neoeletto sindaco nonché leader della stessa Bart De Wever, trionfo elettorale dei nazionalisti del Partido Nacionalista Vasco e della sinistra abertzale separatista del cartello Bildu, programmazione di referendum consultivi locali per l’indipendenza, sul modello di quelli già svoltisi in tantissimi comuni catalani, da parte degli indipendentisti sudtirolesi).

 

Il 28 Novembre e la Risoluzione 44

Ma torniamo al Veneto.

In ambito italiano siamo soliti giudicare i processi politici con le lenti distorte della rappresentanza elettorale. Capita spesso che fenomeni politico-sociali di ampia portata vengano pesantemente sottovalutati a causa della loro assenza dagli emicicli parlamentari o consiliari. Forse ciò si deve all’immaturità politica che ha contraddistinto il passaggio piuttosto brusco e repentino da un proporzionalismo elettorale puro, ovunque e comunque, ad un maggioritario pasticciato e purchessia, con leggi fortemente distorsive di ogni più elementare principio democratico. Un tempo anche solo uno 0,5% in più da un’elezione all’altra faceva cronaca, adesso sembra solo che esista chi conquista l’intera posta (del resto non esiste alcun meccanismo di check and balance all’americana, che garantirebbe maggior equilibrio al sistema, ma, come è noto, degli States qui si copia quasi sempre a casaccio, prendendo spesso il peggio o distorcendo ciò che meriterebbe maggior studio e riflessione prima di essere importato).

La sottovalutazione appena citata è quanto mai evidente in Veneto, dove i due partiti indipendentisti VenetoStato e IndipendenzaVeneta possono contare, al momento, soltanto su un consigliere comunale, Davide Pozzobon, di IV. E dove ben pochi organi di stampa, e probabilmente anche pochi esponenti politici, si sono accorti che la rivoluzione indipendentista ha vissuto il proprio “turning point” il 28 Novembre 2012. In quella data il Consiglio Regionale del Veneto ha infatti approvato la Risoluzione 44, recante “Il diritto del popolo veneto alla compiuta attuazione della propria autodeterminazione”, che “impegna il Presidente del Consiglio regionale del Veneto ed il Presidente della Giunta regionale del Veneto ad attivarsi, con ogni risorsa a disposizione del Consiglio regionale e della Giunta regionale, per avviare urgentemente con tutte le Istituzioni dell’ Unione europea e delle Nazioni Unite le relazioni istituzionali che garantiscano l’indizione della consultazione referendaria innanzi richiamata al fine di accertare la volontà del Popolo Veneto in ordine alla propria autodeterminazione avvalendosi del parere consultivo di un’apposita commissione di giuristi senza alcun onere a carico della Regione” (per una valutazione del voto del 28 Novembre si rimanda alle analisi di chi scrive e a quelle di Carlo Lottieri, Alessandro Mocellin, Claudio Hutte).

La Risoluzione 44  si inserisce di fatto nello stesso percorso della Resolució 742 approvata dal Parlamento de Catalunya due mesi prima, il 27 settembre, come dimostra ad esempio una significativa citazione fattane dall’ex ministro del Governo catalano Biosca, in un recentissimo articolo (disponibile anche qui, nella traduzione curata da Andrea Givone per DirittodiVoto). Ma il documento marciano, se possibile, è ancora più significativo sul piano simbolico, in quanto è il frutto di uno straordinario pressing popolare esercitato dall’esterno dell’assemblea regionale, da parte di IndipendenzaVeneta, attraverso una capillare azione di raccolta firme, propaganda e diplomazia, culminata nella manifestazione veneziana del 6 ottobre, rilanciata in tutto il mondo dai più disparati organi di stampa.

 

L’eredità storica, fra fasti serenissimi ed emigrazione taciuta

Bisogna riconoscere che i Veneti, rispetto ad esempio a noi Lombardi, hanno un vantaggio competitivo incalcolabile, in termini mediatici, che deriva loro dal poter disporre di una legacy storico-simbolica straordinariamente viva: quel Leone noto in tutto il mondo, quella capitale lagunare riprodotta persino nel bel mezzo del deserto del Nevada, quel fascino settecentesco il cui bel vivere gareggia con lo sfarzo prerivoluzionario delle corti di Francia, tutte queste caratteristiche risultano scolpite nell’immaginario collettivo mondiale, sicché è stato spontaneo, per giornalisti di ogni dove, associare le rivendicazioni secessioniste attuali al mito della Serenissima. E questo nonostante l’indipendentismo veneto rifugga dal passatismo nostalgico, ben sapendo che Venezia stessa è stata (e sempre sarà, soprattutto se indipendente), culla del progresso e del dinamismo di chi commercia e non si ferma mai. Senza però dimenticare chi è, da dove viene e dove ritornerà ogni volta.

Questo è uno dei punti di forza dei Veneti. Sanno chi sono e lo stanno dimostrando, anche seguendo percorsi che, ancora una volta, vengono del tutto sottovalutati dalle cronache politiche mainstream. Ad esempio intessendo rapporti con quell’emigrazione di massa in terra brasiliana, avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento quale frutto amarissimo del processo unitario italiano; un’emigrazione che oggi dà importanti segnali di progressiva e significativa tendenza ad identificarsi in modo spontaneo con la rivendicazione veneta al pieno autogoverno nazionale (cioè regionale, naturalmente). Negli Stati del Rio Grande do Sul e di Santa Catarina, dove i discendenti veneti sono milioni, la lingua veneta, che per uno scherzo della storia viene detta taliàn, è viva e vitale, tanto da avere una propria letteratura, una scolarizzazione in costante aumento e, non a caso, un regime di semiufficialità, in quanto riconosciuta formalmente a livello di amministrazioni locali.

Nell’Ottocento l’Impero brasiliano, formatosi come dominazione portoghese e quindi seceduto dalla madrepatria a seguito del crollo della stessa sotto la pressione napoleonica, cercava coloni, fattori, artigiani per popolare i territori vastissimi del Sud. Cercava un popolo “mansueto”, come ricordava qualche mese fa sulle proprie colonne un articolo di Emergency. E mansueti erano i Veneti. Così nacque quel fenomeno migratorio che la storiografia (e la comunicazione di massa, dal cinema alla televisione), ha del tutto estromesso dal racconto di un’altra nazione, quella italiana. Esattamente ciò che è accaduto con Venezia, capitale di livello mondiale per secoli e tuttavia ridotta da decenni, dai programmi scolastici ministeriali italiani, allo status di repubblica marinara fra le tante sui libri di scuola.

 

Un processo probabilmente inarrestabile

Un popolo mansueto, quello veneto. E mansueta, ma dannatamente determinata, appare la rivoluzione che tale popolo sta facendo, rigorosamente dal basso, come forse era destino, se solo guardiamo alle origini della sua storia: Venezia non è nata sui colli, ma dal mare, costruita su isolette e su pali di legno, milioni di pali, piantati nella laguna. Dal basso, appunto, fondamenta dopo fondamenta. Così come, oggi, la rinascita veneta passa attraverso un percorso indipendentista che si sta radicando e moltiplicando, nelle piazze, nelle strade, nelle città del Veneto, attraverso una presenza sempre più capillare delle formazioni politiche e culturali che ogni giorno, ripetiamo: ogni giorno, organizzano banchetti, volantinaggi, incontri pubblici, partecipazioni televisive e radiofoniche. Settimana dopo settimana, mattone su mattone, il tema sta sfondando. E’ indubitabile. Non è un giudizio di parte o una sovrastima determinata da preferenze personali di chi scrive. E’ un dato di fatto numerico, come testimonia ad esempio la partecipazione massiccia e costante di pubblico ad ogni incontro organizzato dai due partiti indipendentisti.

Ma alla valutazione della presenza sul territorio va aggiunta anche quella del contesto internazionale, e segnatamente europeo comunitario, in cui tale processo si inserisce ormai a pieno titolo. Era stato per primo Riccardo Illy, nel marzo del 2008, a lanciare quello che, dal suo punto di vista non-antiunitarista, voleva essere un chiaro grido d’allarme, rimasto naturalmente inascoltato, dalle pagine di “Così perdiamo il Nord”. L’industriale triestino l’aveva detto: l’Unione Europea favorirà, non rallenterà, i processi separatisti in atto nelle regioni padane. Il Collettivo Avanti, nel maggio di quello stesso anno, quindi in tempi egualmente non sospetti, l’aveva ribadito con dovizia di particolari (ed entusiasmo, sia chiaro). Oggi è una fonte internazionale e insospettabile a riaffermare che il quadro normativo e politico continentale rappresenta un elemento di opportunità in chiave pro-indipendentista; scrive l’inviato californiano Henry Chu, sul Los Angeles Times del 24 dicembre: “Per molti aspetti, l’Unione Europea ha creato le condizioni appropriate affinché l’indipendenza sembri un’opzione percorribile per regioni e minoranze sfiduciate. 
Di fatto nessun secessionista descrive la propria terra come una nuova nazione fiera e solitaria nel bel mezzo del mondo. Semmai, gli appelli di libertà per Scozia, Catalogna o Fiandre sono invariabilmente seguiti nella stessa frase dalla descrizione delle loro aspirazioni a fare dei rispettivi paesi dei membri a pieno titolo di una forte e duratura Unione Europea. I secessionisti vedono l’UE come un bastione in un mondo globalizzato e sempre più competitivo. Come membri di un club che esercita smisuratamente più potere -finanziario, diplomatico, militare- di quanto ne potrebbero avere di per se stesse, le piccole nazioni possono prosperare senza la paura di essere lasciate indietro o calpestate, beneficiando degli accordi commerciali che l’UE ottiene a beneficio di tutti i membri o dalla sua politica estera comune.”

 

L’internazionalizzazione della questione veneta

Ma l’articolo della testata losangelina è interessante anche per un altro aspetto: il reporter, che nella capitale marciana ha intervistato il segretario di IndipendenzaVeneta Pizzati, mostra di considerare il Veneto sullo stesso piano “mediatico” di Scozia e Catalogna. Non si tratta, chiaramente, di sovrapporre tre situazioni diverse e tre diversi piani di maturazione della mobilitazione popolare (ma attenzione: sul piano del consenso all’opzione indipendentista, il Veneto guida l’ideale classifica dei favorevoli alla separazione dallo stato di appartenenza, come testimoniato dal sondaggio scientifico presentato nel gennaio di quest’anno).

Si tratta, semmai, di prendere atto che, a livello di stampa internazionale, e non solo, come vedremo fra pochissimo, la questione veneta si è ormai inserita in quel panel di nazioni senza stato che godono di un implicito riconoscimento internazionale, quantomeno dal punto di vista della legittimità a proporsi come possibili stati in fieri, destinati a nascere formalmente in un lasso di tempo credibile. E’ questa una conquista molto significativa, che permette all’indipendentismo veneto di far percepire l’attuale Regione come “altro dallo stato italiano”: se non un corpo estraneo, certamente un territorio con una propria ben precisa specificità e identità storica.

E’ importante ricordare che al processo di internazionalizzazione della questione veneta, oltre alla citata giornata veneziana del 6 ottobre, hanno contribuito in modo determinante altri tre eventi, organizzati da un determinatissimo indipendentista marciano sui generis, Giovanni Dalla Valle, in collaborazione con VenetoStato. Si tratta della partecipazione, su invito ufficiale, di una delegazione veneta alla marcia per l’indipendenza della Scozia, svoltasi ad Edinburgo a fine settembre; del convegno congiunto fra VenetoStato e rappresentanza catalana della European Partnership for Independence, svoltosi a Treviso a novembre; per finire, della “Prima Conferenza sull’Indipendentismo Locale in Europa”, tenutasi a Vicenza il 15 dicembre, cui hanno preso parte importanti rappresentanti di Scozia, SudTirolo, Fiandre e Catalogna.

 

Dal monopolio lighista all’agenda del nuovo indipendentismo veneto

Va detto che lungo tale cammino non sono finora mancate, come è naturale che sia, contraddizioni, crisi di crescita, polemiche. Senza dimenticare la presenza, al di fuori dei partiti indipendentisti citati, di un coriaceo zoccolo duro, difficile da quantificare, ma senza dubbio testardamente determinato (sia detto a loro onore), formato da quei venetisti che, spesso divisi fra loro, sono uniti nel non-riconoscimento di alcuna possibile legittimità alle istituzioni italiane. Si tratta di soggetti associativi che, sotto le più varie sigle, contribuiscono a diffondere lteriormente il sentimento di disaffezione nei confronti dello stato unitario.

In ogni caso, soltanto uno sguardo superficiale potrebbe equivocare il reale peso delle fisiologiche contraddizioni che albergano nella galassia indipendentista marciana, ritenendo tali aspetti come punti di debolezza. In realtà la presenza di dissidi, talvolta meramente personali talaltra genuinamente programmatici, di un confronto serrato, di una vera e propria concorrenza anche durissima fra diverse formazioni partitiche, testimonia il superamento di una fase politica che ormai non esiste più, quella in cui la questione dell’autogoverno era divenuta monopolio di una sola forza, la Liga Veneta-Lega Nord. I danni derivati da tale passata condizione di subalternità totale alla Liga (cioè, a conti fatti, a Bossi) da parte di qualsiasi autonomismo/indipendentismo marciano, si contano ancora oggi, allorché ogni rivendicazione di maggiore o totale autogoverno rischia, “dall’esterno”, di essere automaticamente associata al lighismo, da intendersi nella peggior accezione politica del termine.

Va detto però che il processo di emancipazione sociale e ideologica del nuovo indipendentismo veneto dal lighismo procede in modo netto e spedito, tanto che oggi è la Liga a vedersi dettare l’agenda da parte dei nuovi attori. E va al contempo riconosciuto che, in ambito lighista, ci sono segni di una ripresa di coscienza importanti, come quelli provenienti dall’attività in sede UE della parlamentare Mara Bizzotto, autrice di interrogazioni nette che stanno costringendo la Commissione e il suo Presidente, Barroso, a sbilanciarsi in favore di un riconoscimento della legittimità dei processi separatisti all’interno dell’UE, dovendosi considerare implicitamente superate le norme costituzionali interne ostative di tali processi (come il famigerato art. 5 della carta repubblicana italiana).

I temi dell’agenda del nuovo indipendentismo veneto, che nasce e cresce fuori dalla Liga e quasi sempre in antitesi con essa, non sono più quelli oltremodo demagogici cari a certi colonnelli bossiani e ad una base troppo spesso diseducata al confronto politico su temi concreti, ovvero la polemica antimigratoria fine a se stessa, da un lato, e l’approccio antipolitico da festa di partito, dall’altro, quest’ultimo contraddetto poi regolarmente dalla prassi della gestione del potere reale, concretamente esercitata ogni giorno da stuoli di amministratori e funzionari eletti o nominati. I temi che il nuovo indipendentismo veneto sta imponendo alla Liga sono due, nobilissimi, molto chiari e strettamente correlati: l’indizione del referendum per l’autodeterminazione, a cui i massimi organi della Regione del Veneto sono peraltro formalmente chiamati dalla Risoluzione 44, e la spietata e serrata critica allo sfruttamento fiscale esercitato dallo stato italiano ai danni delle imprese e dei cittadini veneti.

 

Verso il 2013

Su questi due temi si giocheranno di fatto tutte le “partite”, elettorali e non, dell’indipendentismo veneto nel corso dell’anno che si sta aprendo. Il 2013 vedrà una serie di momenti topici che serviranno da banco di prova per VenetoStato, IndipendenzaVeneta e tutte quelle associazioni e quei movimenti a cavallo fra cultura, politica e società che animano la lotta marciana per l’autogoverno. Al momento soltanto VenetoStato ha deciso di partecipare alle elezioni politiche italiane. Sull’opportunità o meno di prendere parte a quella corsa il blog DirittodiVoto ha aperto un dibattito, interpellando numerosi esponenti del venetismo (termine forse improprio per ricomprendere in una sola categoria politica tutti gli intervistati, ma ormai di uso comune, che per semplicità ci permettiamo di usare in questa sede). Si tratta di una tematica che suscita forti contrapposizioni in ambito indipendentista.

Ci sarà poi una tornata elettorale amministrativa, al cui interno si segnalano le comunali di Vicenza e Treviso; nella prima VenetoStato correrà con un neo-acquisto, l’ex leghista Davide Lovat, che con la sua scelta di aderire al partito guidato da Antonio Guadagnini certifica l’esistenza di un effetto calamita dell’indipendentismo veneto nei confronti di persone provenienti da altre aree (si pensi al fatto che, ad esempio in Consiglio Regionale, la Risoluzione 44 è stata votata anche da esponenti della sinistra radicale come Pietrangelo Pettenò o democrat come Diego Bottacin); a Treviso invece correrà la dinamicissima Alessia Bellon di IndipendenzaVeneta, in una sfida che si preannuncia dai toni molto aspri verso il dominus Gentilini, già accusato dalla candidata di essere un novello Sceriffo di Nottingham pronto a tassare sempre e comunque i cittadini per conto di Roma. Un’altra sfida, non elettorale ma politicamente molto rilevante, è rappresentata dal 25 aprile 2013, giorno di festa nazionale veneta in quanto dedicato al patrono San Marco: dopo la lezione della Diada de Catalunya dell’11 settembre scorso, i Veneti sono chiamati a dare dimostrazione delle proprie capacità di mobilitazione, nel nome di un’identità che sa includere ma che non vuole implodere sotto il peso del moloch unitario e delle sue ormai insostenibili contraddizioni: ne saranno capaci? Lo vedremo.

Una cosa è certa: in Veneto qualcosa è veramente cambiato. I prossimi mesi ci diranno quanto sia profondo tale cambiamento. Per ora, tutto lascia credere che non si tratti di una contingenza passeggera. La strada per la costruzione di una Repubblica Veneta indipendente nell’ambito dell’UE è cominciata.

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9 thoughts on “Passaggio a Nord-Est (55) – Cosa sta succedendo in Veneto?

  1. I miei amici veneti sono bresciani, e i bresciani sono veneti (Brescia fu con la Serenissima per 365 anni, e non 150 come con lo stato italiano) Non perdiamo tempo parliamo di lombardia orientale, lasciamo perdere Milano che è una palla al piede, Milano va bene semmai come città stato (Montecarlo, S. Marino, Lussemburgo ecc.) ritorniamo noi lombardi a far parte della Serenissima , dall’ Adda a Monfalcone. Par terra par mar San Marco . I bresciani ricordino i loro ufficiali e combattenti alla battaglia di Famagosta , dove si comportarono da patrioti coraggiosi. I codardi restino a casa

    • per me i Lombardi orientali possono fare quello che vogliono (è da capire poi se in maggioranza si sentano serenissimi), evitiamo però di esprimere giudizi poco cortesi nei confronti di Milano, città sempre dinamica economicamente e culturalmente. Palla al piede no.

    • Sul fatto che le provincie orientali lombarde possano strategicamente ambire ad unirsi ad una Repubblica Veneta indipendente, anche al di là della comune e incontestabile legacy storica, sono d’accordo. Tornerò più diffusamente su questo tema anche nei prossimi giorni, su DirittodiVoto. Naturalmente saranno le popolazioni interessate a dover scegliere, questo è fuor di dubbio.
      Mi associo tuttavia alle critiche di Andrea: Milano ovviamente NON è “palla al piede”, caro Giancarlo. Una Lombardia senza Bergamo, Brescia, Crema e il Casalasco resterebbe egualmente grande, tanto più che probabilmente, con la prospettiva di una concreta indipendenza sulla scia del vicino Veneto, attirerebbe a sè le provincie lombarde del Piemonte nonché, naturalmente, Piacenza. Sempre sentite le popolazioni, chiaro.
      In ogni caso, anche con 7,5 milioni di abitanti la Lombardia resterebbe un medio stato europeo, nonché motore continentale. Senza contare il fatto che la comune permanenza nell’UE farebbe di un’area indipendente lombardo-veneta, formata dai due stati, una potenza produttiva incontrastabile nonché paradiso del welfare (con dimensioni intelligenti, non sovietiche).
      Insomma, non calpestiamoci i i piedi 🙂
      Cordialmente, Alex

  2. Dopo oltre 20 anni di ricerca di un Federalismo non si e’ riusciti a portar a casa neppure i costi standard. Prendiamone atto e democraticamente pacificamente e serenamente imbocchiamo l’opzione Indipendentista… Xe Ora dea prima semina …. 🙂 wsm

  3. Forse la frase “palla al piede” è stata interpretata in modo diverso da come lo intendevo io. Nessuno mette in dubbio le peculiarità della città Milano , indicarla come città stato non è roba da poco, è il contrario di sminuirla. Palla al piede è nell’ ambito dell’ indipendentismo , Milano città metropolitana, multietnica, multiculturale e multireligiosa, sicuramente non ha stimoli indipendentisti, la prova del 9 l’ avremo quel giorno in cui raccoglieremo le firme per un referendum sull’ indipendenza. Chi vivrà vedrà

    • prendo atto della precisazione, io però non direi che una “città metropolitana, multietnica, multiculturale e multireligiosa” non possa trovare conveniente il distacco dall’Italia. Gli interessi sono comuni indipendentemente dall’origine etnica degli abitanti di Milano, del resto anche a Barcellona vi sono molti abitanti di origine non catalana….

  4. Invece io da padovano ne ho le palle piene della Serenissima, sembra che il mondo si sia fermato li! per non parlare dei fantomatici governi e autogoverni che hanno pure il coraggio di considerarsi eredi veri e propi del maggior consiglio veneziano (sostengono che l’ultima seduta non aveva il numero legale per pronunciarsi sulla resa e quindi Venezia non è mai caduta…..chiamate l’ambulanza che è meglio).
    Fosse per me vorrei una Repubblica federale Lombardo Veneta con una bandiera nuova (il Leone di San Marco e di Venezia e non del Veneto storicamente), niente nazioni solo gente che vuole scappare da questo troiaio italico.

  5. Pingback: Due trevigiani a digiuno per l’indipendenza | Cronache dal nord Italia

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