Passaggio a Nord-Est (52) – Catalogna e Veneto, xe ora. Adesso!

Oggi, 25 novembre 2012, l’attenzione di moltissimi cittadini è rivolta verso le primarie del PD. Ci sono però, sempre oggi, altre elezioni, a modesto parere di chi scrive, molto più importanti e molto più decisive per il futuro prossimo dell’Unione Europea e dello Stato Italiano. Sono le elezioni regionali che si stanno svolgendo in Catalogna e che, presumibilmente, vedranno la sonora vittoria del fronte soberanista, ovvero di quell’alleanza di fatto fra CiU, il partito di governo centrista e, fino ad oggi, autonomista, ed ERC, la sinistra indipendentista.

Guidato da Artur Mas, l’attuale presidente della Generalitat, questo fronte otterrà la maggioranza assoluta dei seggi sulla base di un programma condiviso e rappresentato dalla Resoluciò 742, approvata dall’Assemblea della Comunitat regionale il 27 settembre scorso, con la quale i suddetti partiti si sono impegnati a convocare un referendum per l’indipendenza della Catalogna entro la legislatura che si aprirà proprio con queste elezioni.

L’importanza storica di tale consultazione è data dal fatto che in ballo non è tanto la questione della scelta indipendentista in sè, tutto sommato piuttosto scontata dal punto di vista catalano. Ciò che veramente è in discussione è il diritto stesso di poter decidere (“el dret de decidir“, nella piattaforma politica catalana). E non si tratta del classico diritto di autodeterminazione per come viene tradizionalmente insegnato nelle università, ovvero una facoltà storicamente concessa soltanto ai popoli esotici che hanno subito le colonizzazioni occidentali nel corso dell’Ottocento. No. Qui si parla del diritto che una comunità istituzionalmente organizzata, nell’ambito degli stati facenti parte dell’Unione Europea, deve potersi veder riconosciuto per il fatto stesso di esistere in quanto tale. Ovviamente si parla di comunità con un certo peso statistico, inutile tentare di sviare la questione con le classiche obiezioni del tipo “e se poi a chiedere la secessione fosse la città di Barcellona? e se poi da Barcellona chiedesse di staccarsi un quartiere? e da questultimo un condominio?“.

La questione è molto seria e al tempo stesso molto semplice: una Regione europea dotata di istituzioni proprie, democraticamente organizzata, estesa su un territorio definito e abitata da una popolazione statisticamente significativa, se comparata con quella di altri stati membri UE, ha il diritto di decidere del proprio status? Possibilmente proprio in virtù dell’appartenenza all’UE, che toglie inevitabilmente importanza ai vecchi stati nazionali ottocenteschi e che, soprattutto, impone automaticamente la prevalenza delle norme del diritto internazionale votate al riconoscimento dei principi della democrazia sostanziale, rispetto a quelle dei diritti statuali interni volte a limitarla (vedasi art. 5 della Costituzione italiana)?

Anche in questo caso, non avrebbero senso opposizioni del tipo “inutile creare stati più piccoli quando la tendenza è a creare una comunità continentale più unita“. Infatti, se dobbiamo prendere come esempio di integrazione riuscita l’altra comunità occidentale storicamente rilevante, e indubitabilmente di successo, ovvero gli USA, non possiamo non constatare che il numero di States è doppio rispetto a quello degli Stati UE, con una popolazione per giunta molto più ridotta; e dobbiamo anche osservare che le competenze legislative degli States sono in parecchi casi (diritto penale e commerciale in primis) ben più significative rispetto a quelle degli stessi Paesi UE, che pure, in teoria, sarebbero sovrani in senso classico rispetto ai membri USA. Dunque il paradosso europeo è che una Catalogna in Spagna ha enormemente meno potere di quello che ha, ad esempio, il New Jersey negli USA, ma anche la stessa Spagna ha meno potere, almeno in alcuni ambiti, nell’UE. Per arrivare al livello dello Stato del New England, quindi, la secessione da Madrid sarebbe il minimo, non l’extrema ratio. La realtà è complessa e nascondere la testa sotto la sabbia sarebbe la scelta peggiore.

Del diritto di decidere si discute moltissimo ormai anche in Veneto, proprio sulla scia di quanto sta accadendo in Catalogna (e in Scozia, dove il Governo di Londra e quello di Edinburgo hanno già fissato per il 2014 il referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito). Tre giorni dopo il voto catalano si terrà una seduta straordinaria del Consiglio Regionale del Veneto, convocata su richiesta dell’ex leghista Sandri e di altri ben 41 consiglieri su 60 (fra i firmatari esponenti di tutti i partiti). La seduta sarà dedicata alle tematiche di nostro interesse: “La Regione del Veneto, tra neocentralismo, federalismo, autonomia ed indipendenza”. Come recita il comunicato stampa ufficiale presente sul sito istituzionale del Consiglio, “all’ordine del giorno è inoltre inserita una mozione, primo firmatario il consigliere Foggiato, relativa a ‘Il diritto del popolo veneto alla compiuta attuazione della propria autodeterminazione’ “. Si tratta della Risoluzione 44, ormai famosa almeno in ambito veneto -ma, ne siamo certi, anche quirinalizio…-.

E mentre a Palazzo Ferro-Fini, sede del Consiglio, si va quindi verso l’apertura formale di un percorso indipendentista e istituzionale marciano, con la discussione sullo status della Regione del Veneto dopo 146 anni dal tristemente famoso plebiscito-farsa (in ogni caso un pur sempre utile precedente proprio in tema di diritto di decidere), sul territorio continuano a moltiplicarsi le iniziative dei due partiti IndipendenzaVeneta e VenetoStato, la cui concorrenza sta facendo un gran bene allo sviluppo e alla diffusione di tali istanze nelle piazze, nelle strade, nelle città del mitico Nord-Est.

Se per la Catalogna il punto di svolta simbolico è stata la manifestazione del giorno della Diada, lo scorso 11 settembre, c’è da giurare che per il Veneto una tappa fondamentale sarà rappresentata dal prossimo 25 aprile. Fra cinque mesi esatti. Festa della Liberazione, un nome che è tutto un programma. Perchè, come ormai si dice in Veneto, xe ora. Adesso! (e, con tutto il rispetto, non stiamo parlando di slogan politici fiorentini).

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4 thoughts on “Passaggio a Nord-Est (52) – Catalogna e Veneto, xe ora. Adesso!

  1. Cechi, slovacchi, estoni, lettoni e lituani hanno già fatto. Catalani e scozzesi al referendum, i fiamminghi seguiranno a ruota. Magari baschi, corsi, galleghi, bretoni e tirolesi ne approfitteranno. Forse persino tra i bavaresi, che pure sono orgogliosamente “Frei Staat” e non Land”, monterà la voglia di autonomizzarsi, visto che da qualche anno lamentano un peso eccessivo del loro contributo in “solidarietà nazionale” alla Repubblica Federale (benché sia irrisorio rispetto al nostro). Chissà che siciliani e sardi, visto che ne blaterano da anni, non si convincano. Cosa ci sarebbe di strano se finalmente arrivassero i veneti? E allora, può darsi, che anche quei pistola dei lombardi si sveglino.

    Ahora e siempre, indipendencia!

    daniele,milano

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