Quel che Serra si è dimenticato di dire

Come saprete, in questi giorni, a Firenze, va in scena la «terza Leopolda», guidata da Matteo Renzi. Si tratta della seconda edizione in solitario del sindaco di Firenze, dopo che la prima edizione, nel 2010, fu organizzata insieme a Pippo Civati. Il sindaco rottamatore ha commentato così:

Uno di questi contenuti è l’intervento di Davide Serra, a capo dell’hedge fund Algebris. Uno che il suo lavoro lo sa fare, tanto da meritarsi, giusto ieri, un’intervista sul Financial Times. Serra, nelle scorse settimane, è stato al centro di un dibattito all’interno del centrosinistra dato che è stato l’organizzatore di una cena elettorale tra personaggi dell’alta finanza, a sostegno di Matteo Renzi. Personaggi che Bersani definì banditi, per dire.

Da lì la scelta di «rendere umano» Serra, che è stato ospite del programma domenicale di Lucia Annunziata e che giovedì, appunto, è intervenuto alla #Leopolda2012. Il suo intervento è stato il racconto della storia di un ragazzo di successo, che grazie alla finanza – nel senso di credito concesso a suo padre, molti anni fa – riuscì a frequentare l’università, a studiare in Europa, a trovare un lavoro a Londra e a fare tanti soldi. Nel frattempo, tanto sport (ha giocato in serie A di pallavolo) e l’educazione scout («ci insegnavano a lasciare un prato più pulito di come l’avevamo trovato»). Che sommato fa:

Soldi + Scout = Aiuti a 4000 bambini in Tanzanìa + Torno ad occuparmi del mio Paese

Tutto molto umano, come la descrizione che ha fatto della finanza, nei primi cinque minuti dell’intervento:

La finanza è il motore, è l’economia, è colui che mette il capitale di rischio. […] E’ colui che risparmia, uno di voi, qualcuno che ha la propria pensione e i propri guadagni li deve investire. […] Questo è ciò che fa la finanza: prende del denaro e lo dà a chi ha bisogno e ne deve avere un ritorno.

Nel mondo dei sogni, dove devono spiegarci che la finanza è il motore dell’economia – e non il lavoro e l’ingegno -, questa cosa è vera. Quel che ci si è dimenticati di dire è che gli hedge fund non fanno questa cosa qui, se non in minima parte, ma adottano strumenti complessi di natura matematica per massimizzare il ritorno sugli investimenti. «Hedge» significa «copertura», copertura dal rischio, in particolare. La copertura dal rischio si effettua attraverso sofisticate operazione di ingegneria finanziaria che solamente chi è dotato di un’ampia liquidità, come un fondo, è in grado di attuare. Se un tempo la «copertura» nasceva per ridurre il rischio di variazione del prezzo delle materie prime, quindi di un bene fisico, ora la «copertura» viene effettuata su strumenti finanziari (anche le vendite allo scoperto nascono nella stessa maniera). Per fare un esempio, oramai sappiamo tutti cos’è lo spread, e sappiamo che la BCE è spesso intervenuta sul mercato per acquistare titoli dei paesi in difficoltà, così da tenere lo spread sotto controllo. Quel che non si teneva sotto controllo, invece, e che infatti veniva spesso preso come riferimento per monitorare il reale rischio di default, non calmierato dalla BCE, erano i cosiddetti Credit Default Swap (CDS), delle assicurazioni contro il rischio di fallimento: degli strumenti di copertura. Già, ma non solo, perché posso acquistare un CDS pur non detenendo il bene finanziario (il titolo di Stato) che vado a coprire, ma solamente con la finalità di «scommettere» sul default di uno Stato. E’ un po’ come assicurare contro gli incendi non casa mia, ma la casa del mio vicino, con tutto il quartiere che fa la stessa cosa. Alla fine la casa brucia. Nella pancia dei fondi hedge ci stanno tantissime cose. Ci stanno anche le commodity, le materie prime, che negli anni sono state individuate come un ottimo strumento di diversificazione del rischio. L’investimento massiccio nelle commodity ha inevitabilmente distorto il mercato, con risultati catastrofici sul prezzo delle materie prime più comuni nel biennio 2007-2008. La finanza fa anche queste cosa qui, insomma.

Un Davide Serra oramai realizzato ha raccontato così la sua attuale situazione lavorativa:

Siamo dieci dipendenti, a Londra, dieci partner, di cui tre italiani. L’ultimo italiano [assunto] è un ingegnere, di 29 anni.

Questo passaggio mi ha fatto accendere una lampadina, di preciso sulla parola «ingegnere». La leggenda vuole che uno dei punti di svolta sia stato proprio l’invasione degli ingegneri nel mondo della finanza a causare – sembrerà paradossale – un distacco dal mondo reale, dato che l’aspetto economico ed imprenditoriale è passato in secondo piano a discapito di quello puramente matematico. Ma questa è solo una leggenda.

La ricetta conclusiva è:

In Italia, se tutti voi metteste solamente i vostri risparmi nel cosiddetto Conto Arancio, nessun imprenditore avrebbe il capitale per partire e per rischiare.

Può essere, ma non metteteli neppure negli hedge fund, che non investono in Italia e che investono poco nell’economia reale. Certo, assicurano rendimenti più elevati, o possono fallire da un momento all’altro, perché «il rischio e il rendimento sono due facce della stessa medaglia», mi ha insegnato a scuola un anziano professore – forse in questo passaggio sono troppo estremista, eh.

Per concludere vorrei raccontare la mia, di storiella. Che mia non è, ma che mi hanno raccontato questa estate, quando girovagai per il nord Italia. Mi trovavo in una media impresa del bresciano, di meccanica pura. Riesce a stare sul mercato ed è competitiva anche all’estero grazie a una capacità di fare le cose che sta nelle mani e nella testa di chi l’ha fondata. Sta affrontando il passaggio generazionale. Qualche anno fa ha deciso di ampliare lo stabilimento. Per farlo, ovviamente, ha dovuto ricorrere ad un mutuo. «Ci siamo rivolti alla nostra banca, che sta lì, in paese – mi dicono – solamente che le facce non erano più quelle che ci hanno aiutato in tutto questo tempo, perché il direttore era andato in pensione da un paio di anni». Ma la fiducia rimane, se non altro nel nome della banca. «Ci hanno concesso il prestito e in più ci hanno caldamente proposto di fare un derivato: non lo avessimo mai fatto, ci abbiamo perso quasi 100.000 euro». Incuriosito, pur masticandone giusto un po’, di finanza, chiedo che tipo di derivato fosse. In 10 minuti mezza azienda era nell’ufficio, attorno a me. Tutti a spiegarmi qualcosa che non sapevano. Non sapevano minimamente. Alla fine, mettendo assieme diversi frammenti, ho capito che si trattava di uno Interest Rate Swap, un derivato che ha come effetto quello di tramutare il tasso fisso con il quale si ripaga il mutuo in un tasso variabile (o viceversa). E in banca avevano assicurato che sarebbe stato un affare.

Giusto una precisazione: i derivati e la finanza non sono il demonio. Sono cose importanti e necessarie. L’unico problema è che vanno regolamentati. E, forse, Serra poteva spiegarci come fare, no?

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7 thoughts on “Quel che Serra si è dimenticato di dire

    • Sì, la colpa è la stessa, al pari del commerciale impreparato o, peggio, imbroglione.
      Se hai un prodotto valido e lo affidi ad una rete di vendita incapace, che lo piazza a chi non lo sa/può usare, la colpa va divisa al 50%.

  1. Esattamente la questione centrale da cui bisogna partire. E savio gli squali come Serra ci tengono lontani. Magari prendendoci in giro con la cosiddetta “Tobin Tax”

  2. Pingback: Se 10 milioni vi sembran pochi: da Firenze ad Algebris | Il Pettirosso

  3. Tra le altre cose il paragone tra la casa e il pil/debito ( fareste un mutuo del 120% del valore dellacasa) è economicamente un errore confonde un reddito (pil) con un patrimonio (casa).

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