Passaggio a Nord-Est (42) – E’ vero, partono

E’ vero, gli “stranieri” partono. Qualcuno direbbe che, più propriamente, tornano. Al loro “paese”, si intende. Ma per me partono, e basta, perchè per me non sono stranieri, sono, al di là di qualsiasi considerazione, lombardi-non-italiani. O non ancora, direbbero altri. Ma forse è proprio questa loro speciale condizione che fa di loro, ai miei occhi, dei lombardi più lombardi di altri. Perchè ci vuole coraggio a scegliere di andare a vivere in una terra senza avere una cittadinanza “piena”; e ci vuole, in fondo, anche amore, almeno un po’, magari non dichiarato, magari non esplicitato, ma ce ne vuole, per Dio se ce ne vuole. La Lombardia, la grande città-regione che domina le strade e le vite dal tramonto all’alba, ti entra dentro, anche se non vuoi, anche se parli un’altra lingua, credi in un altro dio, odi un altro vicino. E’ un’aria che ti cambia, un ritmo che entra nelle vene, forse l’inconsapevole automutazione di una razza nata umana e divenuta biomeccanica, fra una macchina sforna-qualcosa e un grattacielo che prima non c’era. Un giovane indipendentista sardo del West Side mi ha detto che lui è sardo, non lombardo, perchè di casa ce n’è una soltanto. Ma io dico che si sbaglia, perchè l’ho letto negli occhi della giovane mamma romena che fra qualche giorno lascerà casa sua, con il marito e la figlia, per tornarsene “in patria”. No!, dico io, i suoi occhi, i suoi gesti, le sue parole dicevano chiaro e tondo che la sua casa è qua, dicevano che puoi essere romeno, o sardo, o cittadino del mondo, ma sei comunque lombardo, basta poco per diventarlo, qualche anno a respirare quest’aria, il tuo sudore e le tue speranze.

Partono anche loro, si diceva, non solo i giovani cervelli. E la colpa di chi è? Elementare, Watson: della crisi economica mondiale. Che poi in questo caso ha il nome del titolare del negozio che decide di vendere l’attività, perchè è stanco, probabilmente anche grazie alla cura fiscale dell’ennesimo governo di Nottingham. E poi la crisi ha il nome dei nuovi padroncini, improvvisati figli del caos, incapaci di gestire l’azienda, chiusa con i fornitori non pagati alle porte, i clienti disamorati e la dipendente romeno-lombarda senza stipendio per mesi e senza più soldi. Così come il marito, respinto, insieme ad altre decine di migliaia di persone, dall’edilizia ferma nella palude. Ma la colpa ha soprattutto il nome di chi sta desertificando l’offerta di lavoro nella nostra terra, nella nostra Lombardia, preferendo perseguire politiche predatorie e incentrate attorno al sacro totem della burocrazia, fiscale innanzitutto, un mostro che annichilisce le potenzialità imprenditoriali, che rende il lavoro feticcio di scartoffie invece che concreto rapporto di scambio fra manodopera (o mentedopera) e diritti (cioè buona paga, trattamento umano e prospettive accettabili). La colpa è di chi ci governa e ci ha governato, di chi ci rappresenta, senza distinzioni. La colpa, dunque, è nostra.

Partono, si diceva. E non è bastato che i proprietari di casa sua praticassero un affitto più che ragionevole, nonostante l’IMU. Anzi, “dàgli ai proprietari di casa!”, ancora e ancora tasse, perchè non basta che la nostra terra sia quella con il residuo fiscale più alto in Europa, roba che al confronto i catalani sono dei dilettanti della solidarietà. Ma loro hanno la movida, quella buona sempre e comunque, loro sono cool, loro sono indubitabilmente una nazione, antifascista certificata per giunta, e pazienza che noi il fascismo lo abbiamo sì inventato ma anche abbattuto molto prima, trent’anni per l’esattezza, noi non siamo altro che un’immensa Sherwood, buona per tassare e ritassare, “dàgli ai proprietari di casa!”, “sia dato ai mobili e sia tolto agli immobili”, finché tutto sarà immobile. Nessun diritto al risparmio, nessuna certezza per gli investimenti, nessuna buona ragione per lavorare e produrre. Perchè sia che lavori sia che ti riposi, prima o poi, durante e sempre, sarai tassato. Lumbard tas! gridavano un tempo i muri, tassa il Lombardo!, dicono oggi. E non è quello siculo, il Lombardo in questione, quello dei laboratori politici, quello che tutti i partiti l’hanno aiutato a scavare buche nei nostri portafogli. E’ il Lombardo cittadino di questa Regione, quello di cui si parla, Lombardo senza distinzione di razza, sesso, provenienza e religione. Tassa il Lombardo! Bianco o nero, terrone o polentone, ateo o musulmano, single o genitore, autonomo o operaio, inquilino o proprietario, italiano o no: tassa il Lombardo, sempre e comunque!

Partono, si diceva. E forse fanno bene, loro che una casa, un’altra casa, ce l’hanno. Loro che hanno qualcuno, là, pronto a riconoscergli un’altra identità, stanca e vecchia, forse, buona solo per volerla dimenticare fuggendo una volta ancora e appena possibile, certo, ma incontestata e incontestabile, perchè fondata su un orgoglio primordiale e non affondata dall’autodisprezzo che qui ci insegnano in ogni momento della nostra esistenza. E’ già tanto potersi dire milanesi o bresciani, alla faccia della scomparsa delle Provincie, ma a bassa voce per favore, e meno che mai lombardi, perchè qui o ti dici italiano o sei un pericoloso razzista. Pazienza se sei quello che accoglie di più e da qualsiasi parte del mondo, pazienza se l’hai sempre fatto, pazienza se potresti dare lezioni ad ogni imperialista e colonizzatore del globo terracqueo. Pazienza se sei un Lombardo, che è una cosa chiara e precisa, e al tempo stesso meravigliosamente in divenire. Pazienza, paga e basta.

Partono, loro che sono venuti. Per noi che qui ci siamo nati, invece, e che una casa l’abbiamo solo qua, non resta che continuare ad andare Avanti, avanti per la nostra dignità di comunità, che ha un solo nome, indipendenza, per noi che qui ci siamo nati e per loro che qui ci sono venuti, per tutti coloro che in questa terra, in queste case, in queste strade vivono, lavorano e credono, per tutti quelli che ancora non lo sanno, per quelli che si ostinano a non voler capire, per quelli che prima o poi ci arriveranno. Perchè prima o poi, noi, ci arriveremo. Impossible is nothing.

A.S.

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