Diventare grandi, per evitare la polverizzazione

Il territorio, ve lo ricordate? E quelli che erano radicati sul territorio, ve li ricordate? Che ci facevano, radicati sul territorio, ancora non lo abbiamo ben capito. Lo consumavano, probabilmente, se pensiamo che in Lombardia, tra il 1999 e il 2007, la superficie urbanizzata è cresciuta di 27.849 ettari, pari a 3.481 ettari all’anno. Per farci un’idea possiamo pensare che un ettaro è pari a 2 campi da calcio a 11 giocatori. Quindi, ogni anno, in Lombardia, abbiamo consumato più di 1.700 campi da calcio.

Un recente articolo scritto da Paolo Pileri e Elena Granata, pubblicato su Agriregionieuropa, esamina il rapporto tra dimensioni dei Comuni (per dimensioni intendiamo il numero di abitanti) e consumo di suolo. L’immagine della metropoli onnivora, che si spande a macchia d’olio oltre i propri confini, è un’immagine sbagliata: i piccoli comuni, quelli con meno di 5.000 abitanti, hanno avuto responsabilità decisive, su questo fronte. Una fotografia ai Comuni italiani ci permette di capire da dove derivano queste responsabilità: «oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno». I Comuni italiani appaiono perciò divisi in due grandi famiglie, ed è interessante vedere «come ognuna di queste si comporta rispetto all’uso del suolo, che rappresenta la risorsa sulla quale, come abbiamo detto, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione».

In questo senso, «le compagini politiche si fanno carico delle aspettative pubbliche, delle esigenze sociali ma sono anche collettori di interessi privati che spingono per vedere di massimizzare la rendita fondiaria. In Italia, infatti, il sistema urbanistico è da sempre stato condizionato da tale rendita che è spesso sopravvissuta come motore degli accordi opachi a livello locale». E questo è un punto di debolezza delle amministrazioni locali, soprattutto se scarsamente attrezzate.

Esaminando i dati, Pileri e Granata rilevano che «tra il 1999 e il 2007 la superficie urbanizzata in Lombardia è cresciuta di 27.849 ettari (3.481 ha/anno). Il 40,8% di questo aumento è stato generato da quei 1.086 piccoli comuni. I comuni piccolissimi, quelli con meno di 2.000 abitanti (6,3% della popolazione), sono stati responsabili del 13,6% della nuova superficie urbanizzata. I dati ci mostrano soprattutto che il contributo da parte dei piccoli comuni al consumo di suolo è tra i più alti. Ciò viene dimostrato, ad esempio, dai valori assunti dall’indicatore di urbanizzazione procapite nelle diverse classi di ampiezza demografica dei comuni. Nei comuni con meno di 2.000 abitanti, per ogni nuovo residente si consumano 681 mq. di suolo, mentre in un comune con 50.000 abitanti lo stesso nuovo residente richiede minor suolo libero per insediarsi (332) e addirittura in una città con più di 100.000 abitanti, il consumo per ogni nuovo residente è di 191 metri quadri. […] Nei comuni con meno di 5.000 abitanti il costo insediativo, misurato in terre agricole perse, è molto più elevato rispetto ai comuni medio-grandi. Questa dissipazione procapite aumenta man mano che ci si sposta verso comuni più piccoli. Nel caso dei comuni con meno di 500 abitanti si registra addirittura la contraddizione per cui a una diminuzione di popolazione corrisponde una produzione edilizia e una perdita di suolo agricolo che non risponde ad alcuna domanda insediativa».

I rimedi a questa situazione stanno nell’incidere nel rapporto che si instaura tra portatori di interessi privati e chi, invece, deve garantire la tutela di beni comuni. E in questo senso, anche la dimensione dei Comuni è decisiva, come abbiamo detto sopra. Alcuni esempi, le «buone notizie», non mancano. Noi ne raccontiamo due.

Il primo caso è quello di Cernusco sul Naviglio, una città di 31.000 abitanti, alle porte di Milano. Ricadiamo, quindi, all’interno della famiglia dei «grandi Comuni» italiani e l’impronta che l’amministrazione di Eugenio Comincini è stata chiaramente a tutela del territorio, slegando il rapporto perverso che esiste tra oneri di urbanizzazione e spesa corrente:

Dalle porte di Milano, ci siamo spostati a Uggiate Trevano, che sta qui:

4.300 abitanti, Uggiate Trevano si trova a metà strada tra Varese e Como, in provincia di Como. Alle sue spalle, la Svizzera. Intorno, invece, l’Unione di Comuni «Terre di frontiera», costituita insieme a Bizzarone (1.500 abitanti), Ronago (1.600 abitanti) e Faloppio (3.900 abitanti). Secondo le nostre categorie, quattro piccoli comuni, che dieci anni fa hanno deciso di rinforzare la cooperazione nella gestione di alcuni servizi, per risparmiare e per migliorarne la qualità. All’appello manca solo l’Ufficio tecnico. E quindi, la gestione del territorio? Beh, questa storia ce la facciamo raccontare direttamente da Fortunato Turcato, sindaco di Uggiate Trevano:

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4 thoughts on “Diventare grandi, per evitare la polverizzazione

  1. Tema cruciale.
    La ricerca è interessante e i ricercatoi (almeno la Granata, l’altro non so) seri.

    Onestamente avrei sottolineato con maggior forza che, al di là degli altri fattori pur importanti, la variabile-chiave è quella relativo al finanziamento delle spese correnti attraverso gli oneri di urbanizzazione. Perché sembra che il principale problema riguardi l’eccesso di autonomia dei Sindaci, che può essere un probela ma che diventa devastante quando anche il più accorto dei Sindaci non ha altro modo di coprire i servizi ai cittadini se non concedendo licenze per la cementificazione del territorio.

    Non è citato un altro fenomeno che in combinato disposto con la variabile dei legami amicali e parentali favoriti dalla prossimità diventa micidiale, spcie in alcune zone del Paese e, per quanto ci riguarda, anche della Lombardia: il dilagare della criminalità organizzata che -d a sempre – ha nell’edilizia un setttore privilegiato. Sarebbe interessante un approfondimento su quei Comuni lombardi più esposti alla presenza delle cosche calabresi, siciliane e campane.

    Infine due considerazioni.
    La prima è che lo studio evidenzia come il consumo di suolo sia principalmente imputabile ai piccoli e piccolissimi comuni e alle picccole e piccolissime trasformazioni. Da questo punto di vista forse qualche posizione politica di contrarietà assoluta ai grandi interventi urbnanistici nelle grandi città – a MIlano, soprattutto – andrebbe rivista. Costruire grattacieli significa concentrare attività su porzioni piccole di suolo e questo può ben valere la cancellazione di un parchetto, purché naturalmente si rpeservi il territorio dalla microtrasformazioni che sono quelle che lo devastano di più per via della bassa densità (peraltro causa a sua volta del maggior uso di suolo per la costruzione delle strade utili a raggiungere ogni piccolo fazzoletto di terra su cui sia stato costruito qualocosa).

    La seconda, che parte dallo stesso presupposto, riguarda le infrastrutture. Le dimensioni di una strada per raggiungere un quartiere denso, composto da edifici a più piani, è sostanzialmetne identica a quella per raggiungere un quartiere rado di villete con giuardino. O comunque la sua ampiezza non è direttamente proporzionale al numero di edifici serviti. Inoltre, la bassa densità rende del tutto antieconomici servizi e infrastrutture infrastrutture di trasporto collettivi, in particolare su ferro, ma spesso anche su gomma (non fai una linea di autobus con frequenza ogni 5 minuti in orario di punta per servire 4 case). E infine, lo “sprawl” rende anche molto più complicato e costoso realizzare le grandi infrastrutture (p.es. un’autostrada, una ferrovia, un aeroporto). Da questo punto di vista a me sembra semplicemente di una stupidità infinita l’accanimento non solo contro i grandi interventi – punto rpecedente – ma anche contro le grandi infrastrutture. Un’autostrada, una ferrovia un aeroporto consumano anturalmente suolo, ma quel consumo è infinitamente inferiore a quello aggregato delle piccole e micro trasformazioni, offrendo al contempo un’utilità sociale ed economica infinitamente più ampia. E’ curioso che i vari comitati, comitatini e partiti politici che li seguono a ruota dedichino tanta energia a contestare la grande infrastruttura dopo aver assistito (e magari singolarmente partecipato) allo sputtanamento del proprio territorio con migliaia di villette e capannoncini. Capisco che sia più facile prendersela con un’amminsitrazione pubblica che autorizza una grande infrastruttura o con la grande impresa che la realizza, anziché con il aprente o il vicino di casa che costruisce una depandance della villetta o un capannone nuovo per la sua piccola officina, tanto più se di mezzo c’è – come talvolta, e sempre più spesso, c’è – il calabrese di turno. Ma a livello di partiti una riflessione sul punto andrebbe fatta.

    daniele,milano

  2. Pingback: Dove la sostenibilità ambientale è un miraggio | Cronache dal nord Italia

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