Taglia con l’Italia e cuci con il Ticino

Le griffes della moda italiana si trasferiscono in Svizzera, tanto che ormai nel Ticino si parla di una vera e propria “fashion valley”, con un modello di distretto simile a quelli attivi in tante zone d’Italia e che vale circa 10 miliardi di fatturato l’anno, con quasi 4 mila posti di lavoro.
I motivi di questa scelta sono gli stessi di sempre: infrastrutture, amministrazione efficiente, tasse moderate. E inoltre, disponibilità anche di manodopera italiana.

P.S. anche per On the Nord

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8 thoughts on “Taglia con l’Italia e cuci con il Ticino

  1. Purtroppo non sono solo le griffes della moda. E non solo di Svizzera.
    Il fenomeno ha iniziato ad avere una certa consistenza già da acluni anni, anche se la maggior parte dei giornali se ne accorge solo oggi, come Repubblica sull’ultimo numero di Affari & Finanza di ieri.

    http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2012/06/18/news/il_nord_est_passa_le_alpi_le_aziende_in_fuga_dai_costi_del_sistema_italia-37412853/

    Riccardo Illy ne scrisse in “Così perdiamo il Nord” del 2008, un libro completamente ignorato dal centrosinistra, cui era rivolto.

    Svizzera, certamente. Ma anche Austria, Slovenia, Croazia e persino Francia. Tutti gli stati confinanti con l’Italia. E non si tratta esattamente di Romania con i suoi costi ridottissimi (dove pure c’è una grande presenza di imprese italiane) o di Serbia con i suoi incentivi ricchissimi (dove è andata anche Fiat, mentre chiudeva in Italia).

    Il sadismo con cui l’Italia – anche di Monti – persevera a massacrare chi produce ricchezza (innanzitutto imprese e lavoratori, ma anche consumatori e piccoli azionisti) a questo sta portando. Una serie talmente numerosa di bastonate, da ogni lato e senza pietà, che chi può, scappa. Chi non può rischia di lasciarci la pelle. Non solo i livelli esorbitanti di tassazione sui redditi di impresa e da lavoro. Ma l’accanimento fiscale, totalmente incapace di distinguere tra chi evade e chi non può pagare e naturalmente sempre clemente con i grandi evasori, con chi elude e con quei territori in cui la piccola evasione del singolo (ma gigantesca quando aggregata in colletività) è prassi quotidiana di ideologia antistatalista antica e radicata. E poi – anzi forse prima – una burocrazia elefantiaca, tonnellate di papiri e timbri, centinaia di pratiche, migliaia di inutili passacarte e una violenza nei confronti del cittadino-contribuente da far perdere le staffe a un hare krishna: 600.000 leggi (tra cui polverosi decreti regi di 80 anni fa) per di più in contraddizione tra loro e sempre “interpretabili” contro le 100.000 della Francia, il solo Foro di Roma con un numero di iscritti superiore a quello dell’intera Francia! Processi che durano il doppio della media europea, con ricorsi sempre pendenti e risarcimenti raramente ottenibili, insomma una Legge e una giustizia che fanno schifo. Gap infrastrutturale incolmabile: meno autostrade e più care, ferrovie meno care ma in compenso pessime e rade, aeroporti sistematicamente sottodotati, una pletora di porti tutti piccoli e sempre più spesso superati non già da Rotterdam o Amburgo, ma da quelli della costa africana del Mediterraneo… dopo 500 anni di dominio incontrastato di Genova, anche quello ci siamo giocati. Energia più cara del 30%, carburanti aggravati di accise entro cui non solo ci si mette l’aiuto ai terremotati dell’Emilia, ma compare ancora il costo della guerra d’Abissinia e del terremoto del Belice. Nessun controllo sull’operato di banche (qualcuno aveva mai parlato di derivati e titoli marci prima che esplodesse la crisi? dov’era Bankitalia, il controllore di proprietà dei controllati?) o assicurazioni (cfr. Fonsai oppure il cartello delle Rc Auto, aumentate a dismisura dopo la loro privatizzazione, alla faccia delle teorie strampalate dei liberisti con lo Stato che non fa più l’imprenditore ma controlla). Lavoratori il cui salario non cresce da 20 anni in termini reali ma in compenso gli si continua a togliere tutele e garanzie, in nome del fatto che loro sarebbe la colpa della precarietà di quello che fino a ieri era chiamato lavoro “flessibile” e sbandierato come grande innovazione da tutti, sinistra inclusa. Amministrazioni dissestate i cui bilanci vengono ripianati con i soldi degli altri, e Amministrazioni virtuose che non possono spendere riserve accumulate per non sforare il patto di stabilità e gli viene persino fregata la cassa con la reintroduzione della tesoreria unica. Avere 74 operai forestali e boschi in ordine come il Friuli, per lo Stato, è uguale ad averne 11.000 e boschi incendiati come la Calabria… qui nessuno parla di merito?

    E quando, nonostante tutto, uno magari riesce a stare in piedi, capita che ti bussi alla porta il picciotto di turno, partito dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania o dalla Puglia, ma ormai arrivato ovunque. E non più con la coppola, ma con l’abito sartoriale e Il Sole 24 ORE sottobraccio, magari una laurea in Bocconi.

    Perché il problema è l’articolo 18, mica un 8% del PIL controllato dalle mafie! Il problema è “la casta” o “i costi della politica”, non 23.000 precari “stabilizzati” a tempo indeterminato dalla Regione Sicilia “in deroga al patto di stabilità” che costano molto di più di qualunque finanziamento pubblico ai partiti. Il problema sono i taxisti o gli edicolanti, mica le assicurazioni e le banche. Il problema è il minuto in più o in meno della pausa dell’operaio Fiat, non il fatto che la Fiat faccia macchine che fanno schifo e se ne stia sostanzialmente andando dall’Italia dopo aver arraffato miliardi di aiuti (vero Fassino e tutti quelli che anche da “sinistra” dicevano che il referendum in Fiat doveva perderlo la Fiom altrimenti sarebbe stato un disastro? Tutti zitti oggi?). Il problema è il mezzogiorno che non cresce, non il Nord che viene ucciso.

    Ma perché, chi può, non dovrebbe scappare 30 o 50 chilometri più in là e trovare un paese civile anziché ‘sto schifo? Questa è una secessione silenziosa, molto molto più grave delle blatere di Bossi, perché non salva neppure il salvabile. Tutti a picco, col tecnico al timone. Il “salvabile” è (era?) un territorio che nonostante corra (corresse?) con le caviglie incatenate riesce (riusciva?) a produrre risultati persino migliori della Germania. Imprese competitive con una pressione fiscale sopra al 50% che se messe in Svezia (mica in Romania!) dove i diritti ci sono ma la tassazione sulle imprese è la metà, probabilmente sarebbero (sarebbero state?) le migliori del mondo. Lasciamocele scappare così, tanto chissenefrega, sono tutti padroncini, evasori, ignoranti, leghisti o giù di lì. Noi avevamo la Magna Grecia e i templi, la cultura, abbiamo inventato il diritto, c’era l’impreso e gli acquedotti, si mangia bene e il mare è bello, il sole è caldo e la pizza è buona.

    daniele,milano

  2. Pingback: | Partito Democratico - Ferno

  3. Ah Daniè, ma chissenefrega, noi c’avemo o’ sole, o’mare, mica come shdi svizzeri emmer’ che c’hanno solo il cioccolato. se a’ Merkel ci scass’, noi torniamo a stamparce la nostra bella lira (con 1000 lire una volta pranzavi e cenavi al ristorante), o’ debito non lo paghiamo, e ripartiamo. adesso stabbuono e tifa Totò Cassano.
    Comunque, è confortante vedere che la prima azione presa da quei rivoluzionari di sindaci del PD appena eletti in Lombardia è togliere i cartelli “in dialetto”. Ora sì che sono arrivati quelli che fanno sul serio. Basta con queste leghistate! Aria nuova!

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