C’è sempre un lavoro che i giovani non vogliono più fare

Il Corriere di oggi propone l’ennesimo titolo dal suono vagamente paternalistico: «Il lavoro che c’è, ma non piace ai giovani». Il riferimento è, ovviamente, a quei lavori in cui la componente manuale è dominante: «Il 27% delle 1.100 richieste di pavimentatori e posatori di rivestimenti, in imprese artigiane e industriali, faticano a essere soddisfatte per scarsità di offerta. Seguono i montatori di carpenteria metallica (19% su 5.060), i camerieri (18,5% su 22.460), e poi i meccanici, i riparatori e i manutentori di automobili, gli attrezzisti di macchine utensili, i sarti e i tagliatori artigianali, i modellisti e i cappellai, e così via». L’autore, Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia, propone le seguenti vie di uscita:

Sono solo parzialmente d’accordo con queste ricette, nel senso che mi sembrano limitate al contingente. E certo, è necessaria la ricerca di un equilibrio tra domanda e offerta, così come è necessaria una maggiore informazione e percorsi scolastici maggiormente a contatto con il mondo del lavoro, ma quello che realmente manca è la strada per superare il rimprovero del «i mestieri che i giovani non vogliono più fare». Perché se le cose stanno così, il problema è soprattutto culturale. E se il problema è culturale, la responsabilità non è di certo esclusivamente del neolaureato svogliato. Il lavoro manuale e artigianale è da sempre caratterizzato da cospicue dosi di inventiva, di innovazione e di intelligenza, legate al mondo delle cose. Quello che ci hanno insegnato – mi erigo a rappresentante dei mitici giovani – è tutt’altro, e cioè che questi sarebbero stati gli anni della produzione di ricchezza su basi immateriali e che, quindi, l’unico lavoro nobile sarebbe stato quello nel campo della finanza o della consulenza, per dire.

Ecco allora che, muovendo da questo approccio, nella situazione attuale è facile individuare la dicotomia tra «lavoro futuro» e «sogni presenti», nel senso dei giovani farfalloni non più disposti a fare fatica.

Questa dicotomia, in realtà, è esclusivamente frutto del paradigma culturale, perché il progresso tecnologico e le distanze sempre più corte ci permettono di immaginare un artigiano globale, inserito all’interno di flussi internazionali, all’interno dei quali far valere le capacità legate ai materiali. Esiste un’intelligenza legata al «saper fare», intimamente connessa con la società italiana, che ci permette di essere ancora competitivi a livello internazionale, alla quale, però, abbiamo preferito un altro modello. E’ altresì chiaro che questo tipo di intelligenza, in assenza di un costante aggiornamento e di competenze informatiche, comunicative, linguistiche, difficilmente potrà accedere a questi flussi internazionali. Ed è su queste considerazioni che dovrebbe fondarsi il nostro sistema formativo e scolastico, con l’obiettivo di restituire valore a professioni che sono capaci di conciliare sicurezza economica e «sogni», senza necessariamente dover affrontare la domanda «meglio 1.000 euro per una cosa che mi piace o 1.400 per una cosa che mi fa orrore?».

Annunci

7 thoughts on “C’è sempre un lavoro che i giovani non vogliono più fare

  1. Da materialista, penso che per cambiare il mondo basterebbe che questi lavori manuali fossero pagati meglio. E’ ora di moda attribuire tutti i mali del mondo alla debacle morale dei singoli: però un impiegato di banca — per fare un lavoro ben poco stressante — guadagna molto meglio di un tecnico specializzato e con molte più sicurezze. E questo che guida le scelte delle persone..
    Guarda un po’ l’intera economia Italiana sembra che debba dipendere dal ridurre il potere di acquisto degli operai, ma invece nessuno riesce mai a mettere in questione la produttività dei quadri, dei dirigenti (come me) o addirittura (anatema) dei liberi professionisti.
    La verità è che la fetta di valore aggiunto che ciascuna categoria riesce a riservare per sé è direttamente proporzionale alla propria influenza sull’impianto culturale della società: questo ci è stato tramandato come insegnamento ed esperienza da generazioni, e questo continua ad accadere. Quando vedrò i figli delle classi privilegiate andare a fare apprendistato professionalizzante anziché pagare le rette delle business school, allora darò fede a queste prediche.
    Al momento mi sembrano solo l’estrema furbata di coloro che mal digeriscono una libera competizione dei talenti e sognano di tornare definitivamente al piccolo mondo antico in cui i figli dei signori non dovevano scomodarsi troppo per reggere la concorrenza dei figli dei lavoratori che avevano studiato.

  2. La questione è un pò più complessa e di complemento a quanto affermato nel post che , pone temi importanti; direi sovrastrutturali. Al livello strutturale vi è una questione di fondo sui mestieri:
    chi paga e quando paga? Oltre al quanto che in molti credetemi, acceterebbero comunque.
    Il tema merita spazio, perchè investe la piccola impresa che realizza o fa realizzare i lavori;il committente che detta le regole in uso in periodo di fame da lavoro e di denaro non sempre versato; il percorso del denaro dal primo che paga all’ultimo che incassa le briciole.
    Da qui possiamo ripartire con le cause che generano il ” giovani che non vogliono…..”
    Con le dovute eccezioni.

    Angelo

  3. La dicotomia non è fra produrre beni immateriali o fare l’artigiano. La differenza è che dai tempi di croce e gentile il modello didattico prevalente è che solo la cultura umanistica (quella che dunque non si usa le mani) sia LA vera cultura e dunque per raggiungere le vette del lavoro si devono seguire percorsi didattici tipo liceali con continuazione obbligatoria verso le lauree. Solo in Italia il sapere tecnico non è cultura ma al massimo tecnocrazia (e anche l’ex ministro berlinguer lo aveva riconosciuto rispetto agli istituti tecnici che in Germania sono il fiore all’occhiello mentre in Italia sono in stato di semi abbandono). E solo in Italia non si è ancora compreso appieno che c’è molta più innovazione continua in un artigiano che produce mobili o in un meccanico che ripara le auto rispetto ad un impiegato di concetto o quadro che usa si il computer, ma solo come un sostituto elettronico del quaderno a righe (microsoft word), del quaderno a quadretti (excel) e della posta tradizionale (email).

    • Sicuramente il modello di educazione duale presente nei paesi germanici distingue pesantemente la scuola vocazionale (professionale) dal curriculum liceale. Con una pesante selezione individuale, che poi è difficile recuperare.
      A prima vista sembra classista, nel senso che sembra che i futuri “operai” non siano degni di una cultura “superiore”, mentre ha permesso di svilupparequesto tipo di scuole e di formare i loro insegnanti in modo specifico. In italia questo tipo di scuole sono invece continuate ad essere considerate scuole di serie B, e con loro i loro allievi.

  4. Non sono più giovane e non mi sento di imporre o proporre schemi o modi di vivere. Negli anni 60 mentre studiavo e dopo il diploma di ragioniere ho fatto cronologicamente il contadino, il muratore, l’elettricista, il pittore, il garzone in salumeria, il macellaio, il meccanico in un bouling a Milano, con paghe di fame che mi poermettevano di mangiare un giorno si e 2 no. Intanto cercavo, alla fine ho trovato il lavoro da impiegato in una società di informazioni commerciali (oggi agenzie di rating) divenendo il direttore della filiale di Napoli. Poi ho ricominciato tutto daccapo da piccolo contabile in un albergo per divenirne (in 12 aziende diverse) Direttore-Dirigente per 40 anni. Non so se questo può servire a qualcuno

  5. La scuola non dà valore a questi mestieri, ed è vero, ma è anche vero che chi impara questi mestieri fa i conti con stipendi da fame. Apprendisti per 5-10 anni (il giochino di non far finire l’apprendistato e farlo ripartire), 700 euro per anni con la speranza che “un giorno aprirai la tua azienda”, ecc.ecc. Ci sono problemi che affliggono i laureati e anche i non laureati. Sono problemi culturali di un’economia che non dà valore al lavoro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...