I padroni del Veneto

di Nicolò Da Lio

Giorgio Lago o Sergio Romano? Il Veneto come modello di sviluppo economico, o come nano politico?

Sull’apparente contraddittorietà di queste due interpretazioni del Veneto è costruito il libro di Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto (Laterza, 2012).

Tra le righe della narrazione di Mazzaro, infatti, traspare l’amara constatazione che il modello Veneto è impugnato unicamente come una mazza da una classe dirigente bisognosa di legittimarsi, ma incapace di dare ad una delle regioni a più rapido sviluppo quel peso politico che il suo peso economico dovrebbe garantirle.

Un’incapacità che è conseguenza dei limiti e dei punti di forza della specificità della cultura veneta, quella stessa specificità che ha contribuito allo sviluppo economico della regione.

Secondo Mazzaro, un’incapacità che non coinvolge il solo ceto politico veneto, ma che parte anche da un mondo imprenditoriale che fissa le proprie radici nella piccola proprietà contadina, un “mondo piccolo” da cui non riesce ad affrancarsi. Un mondo di «manovali della finanza», restii ad investire in un sistema bancario policentrico, causa e conseguenza della sua marginalità.

Un pensare in piccolo che porta gli imprenditori a non osare neppure nella costruzione della propria rappresentanza – il tentativo di eleggere Paolo Scaroni alla guida della Confindustria veneta, puntando sul suo ruolo di amministratore delegato di ENEL, piuttosto che di piccolo imprenditore con un’impresa a Vicenza, secondo Mazzaro ne è un esempio lampante; così come il rifiuto da parte di quella stessa confindustria di sfidare Giorgio Squinzi e Andrea Bombassei con il veneto Andrea Riello.

Un pensare in piccolo della rete dei piccoli imprenditori che spinge i grandi imprenditori a guardare altrove, ed ai ai soliti noti di sfruttare il vuoto della politica miope ed incapace di volersi emancipare dalla galassia clientelare.

In questo, la storia di Galan è centrale. Una storia che parte dai modi che hanno permesso il dipanarsi della sua cooptazione, frutto di amicizie con eredi del Partito Liberale di Migliorini,  dell’esperienza professionale in Publitalia, del sapersi agganciare agli eredi del morente duopolio DC-PSI. Una cooptazione sanzionata dal voto, ma che non ha lasciato radici ed è stata travolta dall’emergere di Luca Zaia e della Lega Nord, anch’esso incapace di affrancare il veneto dal proprio nanismo politico, frutto com’era di accordi intercorsi tra il PDL e via Bellerio.

Secondo Mazzaro, in questa struttura del potere della destra, caratterizzata dall’assenza di governo, un ruolo fondamentale è esercitato dalla sinistra, incapace di riprendersi dall’occasione perduta con le elezioni amministrative del 1995 ed abbarbicata sul luogo comune che vuole nel Veneto una regione naturalmente di destra.

Ma forse il lato più interessante dell’opera di Mazzaro non sta nella cronaca economica e politica degli ultimi vent’anni – una cronaca comunque fondamentale, e che occupa molte delle pagine del testo – quanto nella ricostruzione dell’antropologia dei “Padroni del Veneto”. Le interviste raccolte dall’autore e riprodotte nel testo, infatti, permettono ad un lettore attento di tracciare la topografia culturale entro quegli antichi mezzadri, quei nuovi imprenditori, quei politici tra le due repubbliche, insomma, quei “Padroni” interpretano ciò che li circonda, si muovono, agiscono… sbagliano e si contraddicono. Sopratutto a sinistra.

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2 thoughts on “I padroni del Veneto

  1. Del nanismo imprenditoriale dei nostri “capitani” è piena la storia della repubblica.
    Per fortuna che l’export va, eccome se va, grazie a quel 60% di imprese esportatrici con meno di 15 dipendenti e senza il credito concesso al restante 40%.(i grandi nani per l’appunto)
    Quando tirava, il mitico nord-est si è fatto da solo, lavorando 16 ore al giorno nei seminterrati e poi nei capannoni; e nel nero dell’evasione fiscale. Purtroppo le eredità dei Bisaglia sono state raccolte pari pari dalla Lega, che in quanto all’altro nanismo, quello politico non ha (aveva) nulla da invidiare ai Ligresti (tanto per fare un esempio)
    La sinistra? speriamo “io ce la faccio”, primarie permettendo.

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