L’Italia che può vincere l’Europeo

Dallo studio Scenari industriali curato dal Centro Studi di Confindustria, presentato oggi, emerge uno scenario principale: l’industria italiana è viva e lotta sui mercati internazionali ma, allo stesso tempo – ed è questo l’elemento di preoccupazione – soffre terribilmente il calo della domanda interna. Domanda interna nel suo complesso, non di soli beni prodotti in Italia. «Le statistiche, da qualunque parte siano esaminate, – si legge nel rapporto  smentiscono l’interpretazione di un’industria italiana spiazzata, nel suo insieme e in tantissimi comparti, dai concorrenti esteri e semmai avvalorano la costatazione che la sua sofferenza derivi, prevalentemente, dalla debolezza della domanda interna».

Il risultato dell’azione di queste due forze contrapposte – esportazioni e calo della domanda interna – è negativo, e si manifesta con un calo della quota di produzione manifatturiera italiana sulla produzione mondiale, passata dal 4,1% del 2000 al 4,5% del 2007 (ai tempi corrispondente al quinto posto per produzione manifatturiera) al 3,3% del 2011 (ottavo posto).

Si tratta – sia chiaro – di una flessione che riguarda gran parte dell’Unione Europea (Francia e Gran Bretagna hanno perso anche loro tre posizioni, la Spagna una) e gli Stati Uniti sono stati scalzati dal primo posto, dalla Cina, oramai da tre anni. Il sorpasso nei nostri confronti è avvenuto da parte dei paesi emersi Corea del Sud, Brasile e India.

Non abbiamo ancora fatto un nome. Il nome. La Germania, come potete vedere, ha mantenuto la sua posizione, così come il Giappone.

I tedeschi hanno tenuto botta anche da un altro punto di vista, riassunto sinteticamente dal Trade Performance Index«elaborato congiuntamente da WTO e UNCTAD per fornire una misura sintetica dei molti parametri che concorrono a definire la posizione competitiva di un Paese sui mercati internazionali nei singoli settori industriali». In questo, possiamo dirlo, non siamo stati da meno, mantenendo la prima posizione in alcuni settori tradizionali e soprattutto la seconda posizione nella meccanica non elettronica. Anzi, vederci competere con la Germania non è cosa scontata:

Il saldo, come dicevamo, è però negativo, nel senso che la flessione della domanda interna – secondo il Centro Studi di Confindustria – ha messo in difficoltà l’industria italiana. Tale difficoltà è impietosamente descritta dalla seguente tabella:

Per concludere, una delle lezioni che si può trarre è che, pur in presenza di condizioni decisamente proibitive – dalla stellare tassazione sui redditi, alle difficoltà con la pubblica amministrazione, alle difficoltà con il sistema creditizio – e in assenza di una politica industriale, l’industria italiana è ancora in grado di competere a livello internazionale nei settori in cui, storicamente, ha sviluppato particolari capacità. Capacità non proprio semplici da delocalizzare. Capacità, quindi, da valorizzare, semplificando procedure, attaccando rendite di posizione, immaginando percorsi formativi dedicati e di qualità, abbinando visione di breve e di lungo periodo. Perché nel lungo periodo siamo tutti morti – e su questo non ci piove – ma l’appiattimento sul breve è una delle cause della rovina di questo Paese, che non può più vivere di continue correzioni in corsa.

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8 thoughts on “L’Italia che può vincere l’Europeo

  1. “Capacità, quindi, da valorizzare, semplificando procedure, attaccando rendite di posizione, immaginando percorsi formativi dedicati e di qualità”
    Io aggiungerei, naturalmente, “abbassando la tassazione e tagliando i costi, anche in termini di personale assunto, della pubblica amministrazione”.
    Altrimenti, caro Stefano, non si va lontano.
    E quando parlo di tassazione, mi riferisco a TUTTA la tassazione, perchè se la domanda interna langue, lo si deve proprio al fatto che molta gente preferisce, giustamente, tenere i soldi ovunque, piuttosto che spenderli. Perchè già lo Stato te ne preleva a iosa (TARSU, IMU, IRPEF, addizionali IRPEF comunali e regionali, canone RAI, IVA, contributi INPS e assimilati, bollo auto, accise carburanti e combustibili…)
    Meno tasse. Tutte. Proviamo a dirlo, senza paura.
    Che soprattutto, se uno lo dice, “meno tasse”, non è mica Berlusconi o il Babau (che poi son la stessa cosa dopo vent’anni di assuefazione, giusto?). Non è mica Berlusconi, no. Perchè lui, le tasse, le ha alzate. Non sembra, vero? Ma credimi, il più grande prestigiatore politico della storia recente (insieme all’amico Umberto) ha fatto proprio questa magia. E si sente, cazzo se si sente.
    Ciao,
    Alex

  2. Mi fa sinceramente piacere che qualcuno trovi l’interesse e spero anche la passione per occuparsi di manifatturiero e di economia reale dopo decenni di colpevole e idiota egemonia finanziaria. Ancora di più se parla di “competenze”, riconoscendole. Che poi sono persone. In genere tecnici e operai. Per anni ha sempre prevalso chi blaterava la balla che “gli operai non ci sono più”. Poi viene un terremoto in Emilia anziché in Irpinia o in Abruzzo e – guarda un po’ – le vittime sono quasi tutti operai che stavano lavorando, che strano!

    Bene, volgere lo sguardo al “mondo reale” è un buon passo. Rendersi conto che così non può andare avanti a lungo, è un passo ancora migliore. Le implicazioni sul futuro della manifattura (anche l’agricoltura meriterebbe un po’ d’attenzione, a proposito) sono immense, per lo più globali. Ma volendosi limitare al contesto italiano, “semplificare procedure, attaccare rendite di posizione, percorsi formativi dedicati e di qualità”, vista l’analisi (“stellare tassazione sui redditi, difficoltà con la pubblica amministrazione, difficoltà con il sistema creditizio”), mi pare un po’ poco e un po’ ingenuo.

    Poco perché:
    – se nell’analisi c’è l’eccesso di tassazione, dovrebbe esserci la riduzione della pressione fiscale sui produttori anche nelle soluzioni. E non c’è.
    – nell’analisi mancano un paio di fattori assolutamente decisivi: a) costo dell’energia; b) deficit infrastrutturale (e costi correlati); c) pressione della criminalità organizzata.

    Lascio stare il problema del credito perché mi pare che in questo momento riguardi prima di tutto una dimensione almeno europea.

    Ingenuo perché:
    – le “rendite di posizione” da “attaccare” andrebbero leggermente specificate. E non mi pare che siano quelle dei lavoratori dipendenti del settore privato, dei taxisti o dei farmacisti su cui si accanisce l’attuale governo tra lo strombazzamento generalizzato di giornali e plebaglia.
    – semplificare le procedure può significare togliere il pane a qualche milionata di burocrati, funzionari, fotocopisti, timbratori, imbustatori, avvocati, commercialisti, fiscalisti, legulei di varia natura. Che votano. Significa anche – detto per inciso – che per decidere di fare o non fare una ferrovia al confine con la Francia non ci si può impiegare 20 anni, girandosi scartoffie, montando e smontando tavoli, osservatori e commissioni, ascoltando e riascoltando ogni singolo vaccaro della valle in cui passa, mentre a 40 km da Milano c’è un paese che marcia spedito nella costruzione di un intero nuovo sistema ferroviario che comprende centinaia di km di tunnel senza che voli una mosca.
    – corsi di formazione mirati e di qualità significa (oltre che la capacità di progettarli e implementarli) soldi, tendenzialmente pubblici. E siccome non ci sono, significa andarli aprendere a qualcuno. Che vota.

    Lasciamo stare il significato di riduzione della pressione fiscale sui produttori, perché quello significa: a pressione fiscale generale invariata, aumento della tassazione su patrimoni e/o consumi (che però con il calo della domanda interna non è una grande trovata) oppure riduzione della spesa pubblica, cioè mandare a casa tanta, tanta gente. Che vota.
    E lasciamo anche stare riduzione dei costi energetici e recupero del gap infrastrutturale perché il discorso sarebbe lungo e soprattutto viene da piangere.
    Lasciamo anche stare la criminalità organizzata, un’immensa varietà di attività su cui campa un italiano su 10. Che vota (e nel caso specifico, eventualmente, spara).

    E allora, chi ha il coraggio di dire – facendo un passettino in più – non cosa bisogna fare, ma chi bisogna colpire e come? La politica è scelta, sarebbe ora di ricordarselo piantandola con l’ecumenismo dell'”interesse generale” do “del Paese”. Generale di chi? Paese quale? La retorica lasciamola a qualche vecchietto che mettiamo con le chiappe al Quirinale. Noi facciamo politica, che altra roba dal fare istituzioni (e relative blatere ecumeniche).

    daniele,milano

    P.S.: due specifiche e una domanda
    1) non è l’Italia, quella roba di cui parli quando parli di manifattura ed export. E’ il Nord Italia con qualche propaggine toscana e marchigiana, perché il resto conta meno che zero. Prova a togliere il Nord Italia dai dati sul Paese e rifai le tabelline che hai pubblicato qui sopra. L’Italia sparisce, e non solo dalle prime tre posizioni.

    2) se sei consapevole del punto 1, non c’è un cavolo da stupirsi nel “vederci competere con la Germania”, perché per molti versi siamo molto meglio della Germania nel suo insieme, molto molto meglio. Almeno finché la voragine della nostra Grecia non ci risucchierà nel fondo del Mediterraneo mentre noi continueremo a ripetere a vuoto “semplificazioni”, “riduzione della pressione fiscale”, “più infrastrutture”, “prezzi dell’energia più bassi”, “lotta alla criminalità organizzata”, “più formazione”, “colpire le rendite”, ecc.

    3) la domanda. A titolo esemplificativo, ti pongo queste domande, prova a rispondermi: sei d’accordo o non sei d’accordo che un operaio forestale sia fonte di spesa pubblica e quindi, a monte, del prelievo fiscale insostenibile di cui parli? Sei d’accordo o non sei d’accordo che 11.000 operai forestali in Calabria (più che in Canada) a fronte dei 74 del Friuli siano leggermente troppi, tanto più registrando la Calabria il record di incendi boschivi e boschi tra i peggio curati d’Italia? Nel caso, sei d’accordo che almeno 10.500 su 11.000 sono di troppo e andrebbero licenziati? Se sì, cosa pensi che farebbero, cosa pensi di potergli far fare e con quali soldi? E se hai la soluzione, è implementabile in tempi sufficientemente rapidi (qualche mese)? Prevedi per caso l’uso delle forze armate?

    daniele,milano

    • Grazie del commento. Molto interessante, come sempre. Faccio notare, però, che questo è un blog e quello sopra un post, che aveva come oggetto principale la presentazione di alcuni dati che – per quanto ho potuto constatare – sono stati trattati solo molto superficialmente dalla stampa. Detto questo, cerco comunque di risponderti.
      Con la parte che va sotto il “poco” sono d’accordo. Condivido.
      Sulla’”ingenuo”: hai ragione per quanto riguarda il primo punto, nel senso che mi piacerebbe poter capire chi deve essere colpito, in maniera quasi chirurgica, e come deve essere colpito. Non lo so, ci sto lavorando, mi faccio qualche idea, ma non è semplice. Sulla questione del TAV ti segnalo questa cosa, scritta pochi giorni fa: http://onthenord.com/2012/05/24/diventare-grandi-e-guardare-dallalto/
      Per quanto riguarda i percorsi formativi, invece, mi riferivo all’istruzione media, inferiore e, soprattutto, superiore.

      Sui forestali, ne abbiamo già discusso mille altre volte. Sono d’accordo: sono troppi. Che farne? Non lo so, hai qualche idea? (Che non preveda l’impiego dell’esercito o il disfacimento dello Stato Italiano – che, comunque, non sarebbe una soluzione).

      stefano

      • Ma non basterebbe dire che una parte dei forestali va licenziata?

        Altrimenti a cosa serve parlare di “rigore”?
        Il rigore è solo per chi produce reddito (settore privato nella sua interezza) e non per chi di quel reddito usufruisce (settore pubblico, almeno per metà)?
        Che poi ogni scelta di questo tipo sia difficile da prendere, in quanto ha comunque delle conseguenze, siamo tutti d’accordo credo. Ma se non è questa, ad esempio, una scelta “chirurgica”, come la chiami tu, non capisco quale potrebbe esserlo altrettanto.
        Peraltro, ripeto, non si può sempre e solo guardare al saldo totale (e quindi pensare sempre e solo alle entrate). E’ tempo, già da molto tempo, di guardare alle uscite, e fra queste proprio al costo del personale, che nello Stato italiano è la prima causa del dissesto, come dimostra anche la vicenda dei costi delle Forze Armate.

        Allora, tornando all’inizio, non possiamo dire tutti insieme “Bisogna licenziare x forestali calabresi” ?
        Alex

      • Stefano, hai ragione. Questo è un blog e quello era un post. Sul fatto che i giornali siano superficiali, con me sfondi una porta apertissima.
        Quello che però volevo sottolineare è che in quell’analisi e nelle successive ipotesi di soluzione – come in quasi tutte quelle disponibili – mancano un paio di fattori senza i quali è impossibile disporre di una fotografia adeguata per soluzioni adeguate. Se vogliamo è una questione di approccio. L’ho volgarizzata parlando di “ecumenismo”, ma posso riformulare: politica è prendere parte, forse non è un caso che da sempre si parli di “partiti”, o no? Ecco, basterebbe prendere parte perché quelle analisi/proposte non continuassero a essere tanto giuste quanto inutili. Se si focalizza un problema relativo alla produzione, il passo successivo è stabilire che da questa situazione trae beneficio e chi ne è penalizzato; se prendi parte per chi è penalizzato, allora hai già affermato chi deve essere colpito, basta esplicitarlo. Questo sarebbe già un enorme passo in avanti, perché riconoscerebbe il conflitto. A quel punto c’è solo da decidere come colpire chi trae beneficio da una condizione che penalizza quelli per i quali prendi parte.
        Nella fattispecie, se solo si esce dalla fumosità della mistica dell'”interesse generale” e dell'”interesse del paese” (che occulta chi guadagna e chi perde da questa condizione specifica), il quadro a me pare tutto sommato piuttosto chiaro e semplice. E conosci bene il mio punto di vista, chiamalo “produttori vs. parassiti” o “lugini vs contadini”, ma insomma è quello.
        Le leve che – come produttori – ci penalizzano mi pare che siano chiarissime (iper-tassazione, burocrazia, scarsità delle prestazioni e dei servizi pubblici in rapporto al prelievo, costo dell’energia, infrastrutture, ecc., ecc.). Va da sé che su quelle devi agire. Ma se riduci la pressione fiscale, cioè le entrate, e non puoi più fare debito (come oggi non si può più), allora devi ridurre le spese. Non potendo o non volendo ridurre quelle relative per esempio agli investimenti in infrastrutture, in formazione, ecc. (che, anzi, dovrebbero casomai aumentare) devi cercarne altre che non tocchino gli interessi dei produttori. In Italia – che è un paese da questo punto di vista molto singolare – ce ne sono alcune che complessivamente rappresentano una voragine gigantesca ed è davvero curioso che ci si ostini a non vederla. Non sono le spese per la “casta” o, se vuoi, per “il Palazzo” (onestamente quattro spiccioli del tutto marginali nel bilancio), ma quelle volte a mantenere un livello di reddito per categorie che – se dipendesse solo da loro – non potrebbero neppure lontanamente permettersi. In altri termini, per categorie parassitarie o assistite, siano esse un ristretto numero di “imprenditori” le cui imprese non sarebbero mai in grado di stare sul mercato senza protezioni e sussidi, o un vastissimo numero di cittadini i cui consumi non potrebbero mai essere quel che sono se non ricorressero o all’evasione e al nero oppure, anche in questo caso, a sussidi (spacciati come posti di lavoro pubblici, assegni prevideziali e assistenziali, ecc.).
        Semplificando, l’impresa italiana che subisce una pressione fiscale “stellare” rispetto alla sua omologa tedesca, il lavoratore italiano che – a parità di costo del lavoro – incassa una busta paga dimezzata rispetto al suo omologo tedesco, il cittadino italiano che riceve prestazioni e servizi infinitamente peggiori del suo omologo tedesco pur pagando tasse più alte, eccetera, sono in queste condizioni perché pagano quei sussidi e quelle protezioni a loro concittadini che, diversamente, sarebbero in una condizione persino peggiore di quella greca. Se tu prendi parte per i primi, devi necessariamente assumerti la responsabilità di andare in culo ai secondi, tertium non datur.
        E’ inutile continuare a lagnarsi perché “il Paese” non cresce, perché perde posizioni nell’export, perché le imprese chiudono o scappano in Svizzera, in Slovenia, in Carinzia, ecc., perché l’energia costa il 30% in più della media europea, perché le ferrovie o gli aeroporti fanno più schifo che in paesi anche molto più poveri come la Spagna, che i salari sono bassi, che i giovani no trovano lavoro, che i fondi per l’istruzione sono insufficienti, che le banche ti fottono, eccetera eccetera eccetera, senza che questo panorama desolante è semplicemente la conseguenza perfettamente lineare, ovvia, lampante, il prezzo “giusto” che stiamo pagando per mantenere quei sussidiati e quegli assistiti.
        L’impresa di elettrodomestici che perde posizione nelle classifiche sull’export che citi, perde posizioni per il semplicissimo fatto che chiude o ridimensiona le sue attività in Italia (Whirlpool, hai presente, tu che sei di Varese?) perché in Italia deve pagare un extra-costo che serve a finanziare il forestale calabrese o gli intrallazzi di Ligresti capaci di disintegrare una società di assicurazione (er non, detto per inciso, per pagare lo stipendio a un parlamentare, che francamente rappresenta briciole).
        Tu da che parte stai? Se stai dalla parte del lavoratore Whirlpool non puoi far finta che il problema non sia quello. E allora il punto è tagliare il forestale calabrese. Questo implica l’uso dell’esercito? Usiamolo. Oppure una soluzione mediana (che elimina il problema del forestale calabrese, ma non necessariamente quello del “luigino”… comuqneu già moltissimo, rispetto a ora) è sciogliere il patto di unità nazionale che è palesemente fallito checché ne dica il vecchio? Sciogliamolo (non ho capito che razza di remore ti fai in merito). A me non vengono in mente altre soluzioni. Se tu ne hai, dimmele. Diversamente, o si mettono in conto queste soluzioni oppure ci stiamo raccontando balle, le solite balle della serie: “l’Italia perde competitività, non cresce, bisogna semplificare, ridurre le tasse, investire in istruzione” e intanto per il terremoto in Emilia non trovi di meglio che aumentare l’accisa sulla benzina aggiungendo quel terremoto alla guerra d’Abissinia, al terremoto del Belice e dell’Irpinia, all’intervento in Bosnia, ecc.,… ‘sta soap sta andando avanti da troppo tempo, ha stufato.

        daniele,milano

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