Se c’è un futuro, sarà artigiano

Leggo solo ora un interessante articolo di Nicola Porro, pubblicato su Il Giornale sabato. Porro prende come riferimento la capitalizzazione di alcune imprese italiane. Nella grafica, in particolare, ci si concentra su queste:

Le conclusioni del giornalista – partendo dal presupposto che la capitalizzazione in Borsa non dica comunque tutto del valore dell’azienda – sono le seguenti:

  1. Come sottolinea l’ Economist le grandi società con molti piccoli azionisti diffusi sul mercato non vivono un momento di gloria oggi. Si preferisce una via italiana alle private company. E cioè meglio un padrone di un manager.
  2. Le aziende di maggiore successo sul mercato azionario sono quelle che riescono più facilmente a sganciarsi dall’Italia. Abbiamo fatto solo tre esempi, ma ne potremmo fare centinaia sulla forza delle nostre imprese che vivono di esportazioni. Nel nostro piccolo club inoltre il timone di comando è solidamente in mano ai proprietari che hanno maggioranze forti delle loro società quotate.
  3. Il fatto che Della Valle valga più di Profumo, che Garavoglia doppi Pagliaro e che Ferragamo guardi dall’alto Orsi, è una delle ragioni per le quali assistiamo a un certo rimescolamento negli assetti di potere del capitalismo italiano. Prima o poi le azioni si contano per il loro peso effettivo.

Di sicuro interesse la terza osservazione, che fa pensare a nuovi equilibri del capitalismo italiano. Sulle prime due, invece, forse si potrebbe discutere di più. Porro sostiene che il segreto del successo di alcune imprese rispetto ad altre stia nella gestione diretta delle stesse da parte della proprietà, piuttosto che da parte di un manager, tanto che il titolo dell’articolo è: “Ce lo dice la crisi: aziende famigliari meglio dei colossi”. Può essere, ma a mio modesto parere, la reale linea di demarcazione – più che nel rapporto tra dirigenza e proprietà – bisogna cercarla in qualcosa di maggiormente complesso. E’ quella cosa che il professore Stefano Micelli descrive nel suo testo Futuro ArtigianoSi tratta di questo, della capacità di essere artigiani del nuovo millennio, capaci di inserirsi nei flussi internazionali di valore e di ricchezza, forte di quelle capacità non esportabili che derivano dalla lunga tradizione di mestieri e arti che contraddistingue l’Italia.

“Il lavoro artigiano, insomma, è un enzima che completa e arricchisce i processi standardizzati tipici dell’industria“, perché “la conoscenza dell’artigiano, nella sua capacità di essere cultura, creatività e personalizzazione, è complementare alla conoscenza del mondo industriale, non antagonista”.

Insomma, può darsi che il successo internazionale di un’azienda non sia legato al fatto che sia gestita dalla proprietà o da un manager, ma al capitale umano necessario per sfondare oltre i confini italiani, al costante contatto con la materia prima, con l’oggetto in lavorazione, con il prodotto finito. Contatto fisico.

E’ una delle idee che – pur non volendone scrivere l’ennesimo e tardivo epitaffio – ci ha lasciato Steve Jobs: la quasi maniacale ricerca della perfezione nel rapporto tra l’oggetto e il futuro possessore. La leggenda vuole che Jobs abbia fatto sostituire il jack delle cuffie dell’iPod appena prima della sua uscita: non gli piaceva il click, il suono fatto dal connettore nel momento in cui viene introdotto nella sua sede. Si crea così un rapporto quasi intimo, d’affetto tra oggetto e possessore, che quindi restituisce agli oggetti e alle cose una loro dimensione. Se c’è un iPhone nelle vicinanze prima o poi lo sapremo, per via della banalissima suoneria.

La riscoperta del lavoro artigiano, del contatto con il prodotto è stata al centro di numerose operazioni di marketing. Nel video qui sotto la Nike ci spiega come vengono prodotte le scarpe di Cristiano Ronaldo, Cesc Fabregas e Wayne Rooney, tre campioni del calcio. Micelli riconduce questa operazione di marketing al mito di Efesto, dio del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia, ma allo stesso tempo brutto e di cattivo carattere, impegnato nella sua fucina nella produzione di armi “mitiche”, come l’armatura e lo scudo di Achille. “L’artigiano – scrive Micelli – è al servizio dell’eroe“:

Luxottica, Campari, Ferragamo e Tod’s avranno questo in comune? Può darsi, perché questo è il capitale che l’Italia possiede già, da secoli, sul quale deve investire e che deve essere fatto valere inserendosi nelle catene globali. C’è una buona dose di rischio, è vero, ma non è con i soli musei delle arti e dei mestieri che ne usciremo. «La tradizione serve a tramandare il fuoco, non a venerare le ceneri».

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11 thoughts on “Se c’è un futuro, sarà artigiano

  1. Post molto molto interessante, perché cerca di rimettere un po’ al centro della discussione il mondo reale e non le ombre cinesi delle cronache (rosa) della politica e del grande capitale così come oggi ci vengono raccontate. Se in questi ultimi decenni anziché bersi le cazzate sugli “operai che non esistono più”, il “futuro immateriale”, il “miracolo del web” e una caterva di altre idiozie che possono bersi i professori universitari, i giornalisti e i politici, ma non chi banalmente facendo Milano-Bergamo s’interroga su chi cacchio stia dentro quella teoria ininterrotta di capannoni se non operai o chi anziché i giornali (buoni solo per andare al cesso, come diceva Gaber) si legge i bollettini Istat, forse ci saremmo risparmiati molti errori, oltre che la sostanziale evaporazione della sinistra.

    Molto modestamente vorrei però lanciare due avvisi ai naviganti:

    1) occhio a non farsi abbindolare dal luccichio dei brand portati a esempio da Porro. Perché se è vero – come è vero – che le imprese migliori sono quelle che per volontà oppure ob torto collo stanno sui mercati internazionali, resta sempre vero che la voce di gran lunga più imponente delle esportazioni italiane (sarebbe più esatto dire “padane”, perché il resto d’Italia conta quasi zero) sono quelle alla voce “Macchinari e apparecchi nca”, che da soli valgono di più di arredo, moda e alimentari messi insieme. Cioè industria allo stato puro, la meccanica! E non è un caso. Perché le “tradizioni” di cui parla Stefano sono sì quelle dei conciatori o degli scarpari, ma – porca vacca, quando avrete un po’ di orgoglio lombardo?!!! – è innanzitutto quella dei fabbri, degli “armorari”, degli “spadari” o degli “orefici” che mica per niente si sono conquistati tre vie a un passo da piazza Duomo. Perché qui è secoli che battiamo metalli, e siamo i più bravi del mondo. Talmente bravi che le tanto blasonate firme di cui tutti parlano – pur figlie di tradizioni altrettanto degne come sarti e falegnami – a confronto della meccanica (oltre 45 miliardi di valore nel saldo del commercio estero) valgono un tubo (prodotti in pelle e mobili sono entrambi sotto i 10 miliardi, alimentari e tessile – fashion, se volete – neppure compaiono). A proposito degli eroi di cui parla Micelli si chiamano per esempio “Missaglia, Milano” erano quelli che facevano le armature di Carlo V, i padri dell’industria meccanica di oggi.

    Solo poche settimane fa è atterrato a Malpensa l’Antonov AN-225 Mriya, esemplare unico del più grande aereo mai prodotto, capace di un carico utile da 250 tonnellate. Era solamente la quarta volta nella storia che passava dall’Italia. Ed è passato perché doveva caricare un reattore per una centrale canadese prodotto da un’impresa vicentina.

    In piena crisi, un paio d’anni fa FT pubblicò nella pagina dei commenti un bel reportage sull’industria europea. un terzo dell’articolo era dedicato all’industria del Nord Italia, partiva proprio dai dintorni di Malpensa dove ci sono tra le migliori imprese meccaniche del pianeta, nel caso specifico parlava di pompe idrauliche e di turbine (infatti il titolo era “At turbine tempo”). Un altro terzo era dedicato ovviamente alla Germania, mentre tutto il resto d’Europa (e d’Italia) aveva l’altro terzo.

    Pirelli, ha cominciato a rinascere quando ha finalmente mollato i sogni di gloria legati al suo ingresso nel business regolato e protetto della telefonia, non prima di aver bruciato sull’altare di quella strategia il ramo dei Cavi, la sua origine, la sua migliore tradizione. Oggi si è riconcentrata sui pneumatici. Pirelli è la più antica multinazionale italiana, la prima impresa italiana quotata a Wall Street, una delle poche grandi imprese industriali ancora rimaste e in buona salute, un vero marchio made in Italy (in Milan, per la precisione).

    Ecco, sono tre esempi della nostra grande forza, che ovviamente non si caga nessuno. Dunque, primo warning: INDUSTRIA, non artigianato (con tutto il rispetto). Anche perché cos’è l’industria se non artigianato su vasta scala?

    2) Secondo warning. Fare scarpe è un lavoro degnissimo, Ferragamo e Tod’s sono due imprese importanti e teniamocele strette. Anche disegnare vestiti è lavoro degnissimo, così come confezionare Parmigiano e prosciutti o costruire mobili, tanto più quando si è i primi al mondo a usare la plastica perché hai un genio della Montecatini e del Politecnico di Milano che la brevetta (Giulio Nata). Però innanzitutto armi, sistemi di puntamento, elicotteri (Finmeccanica) ed energia, ma anche automobili, treni, aerei, ecc. – oltre ai macchianari e alle apparecchiature di cui sopra – sono il cuore dei processi d’innovazione, cioè di una delle leve principali di competitività e sono anche una questione strategica di interesse generale – come l’agricoltura – che un Paese, se ha la fortuna di disporne, sarebbe folle che si lasciasse scappare, al di là della loro remuneratività. E se è vero che quei paesi che, diversamente dall’Italia, sanno ragionare in termini unitari, strategici e di lungo periodo, non mancano di offrire il loro appoggio a propri imprenditori che vanno a comprarsi imprese stranierei nel settore della moda, dell’alimentare, dei trasporti e dei servizi a rete e persino del lattiero-caseario, il fuoco lo mettono esattamente sulla conquista – oltre che di banche e assicurazioni – proprio sulle imprese del settore militare ed energetico. Attenzione alla leggiadria dei discorsi sul mito dell’artigiano, sulla bellezza del “green”, sulle scarpette o i vestitini à la page, perché il nocciolo della questione in genere non sta lì. Perdere Finmeccanica (o i suoi rami più preziosi) sarebbe un suicidio (l’ennesimo, per la verità).

    daniele,milano

    • Nel post ho tenuto conto delle imprese indicate da Porro e ho portato due esempi (Apple e Nike) di forte impatto mediatico. Specifico che Micelli non fa il mio stesso errore e guarda all’industria italiana proprio come dici tu, una forma di artigianato su vasta scala. Su vasta scala, ma che mantiene comunque delle peculiarità che derivano dalla tradizione artigiana. Se l’Antonov sbarca a Malpensa per prelevare un reattore prodotto nel vicentino, da portare in Canada, questo è perché dalle nostre parti esiste la capacità di creare pezzi “unici”, di dialogare con il cliente, di instaurare una relazione con il cliente e di soddisfare tutte le sue esigenze, passando dalla fase di progettazione alla realizzazione senza particolari traumi, proprio perché è ancora vivo il contatto fisico con “le cose”.
      Secondo un’indagine della fondazione Edison citata nel testo, delle “quattro A” (i settori cardine dell’industria manifatturiera italiana: alimentare, abbigliamento-moda, arredo-casa e automazione-meccanica) negli ultimi dieci anni “il peso complessivo dell’export riconducibile a meccanica e meccatronica è di molto aumentato. Nel 2000 il surplus commerciale generato dai quattro settori mostrava – sempre secondo i dati prodotti dalla fondazione Edison – che le prime tre A (alimentare, abbigliamento-moda, arredo-casa) controbilanciavano la quarta (quella dell’automazione-meccanica). Nel 2008 il rapporto fra le A è cambiato in modo considerevole: da 50-50 a, più o meno, 30-70”.

      • Sì, hai ragione. Non credo però che sia una peculiarità dell’industria italiana, cioè non credo che Pirelli sia molto diversa da Michelin (che peraltro è un’impresa familiare) nei processi di innovazione del prodotto. Direi che è il modus operandis dell’industria in quanto tale, ovviamente con tutte le declinazioni possibili.

        Le tesi di Marco Fortis le conosco bene. E’ praticamente l’unico – grazie al lavoro che ha svolto con Fondazione Edison – che in questi anni ha continuato a battere il chiodo della manifattura, senza cedere alle futilità dell’immateriale o, peggio, della finanza fine a se stessa. Detto per inciso è stato uno dei consiglieri di Tremonti. Ed -diamo a Cesare quel che è di Cesare- è un merito di Tremonti.

        Non mi sogno neppure di misconoscere dignità agli altri settori (o, se vuoi, alle altre tre A). Dico solo che ogni tanto sarebbe il caso di ricordarsi che siamo, prima di tutto, meccanici. E da sempre, perché anche quando il rapporto era 50-50, significava 50-16,6-16,6-16,6… una bella differenza. D’altra parte, molti anni fa, qualcuno chiamava la Pianura Padana “granaio meccanico” (cfr. “Orgoglio industriale” di Antonio Calabrò). E – secondo warning, come ho detto prima – occhio perché ci sono settori e comparti che sono strategici al di là della loro competitività, della loro remuneratività, ecc. E questi, in genere, non sono l’alimentare, l’arredo o l’abbigliamento: un conto è perdere Bulgari o Martini, altro il Nuovo Pignone o Edison.

        daniele,milano

    • Considerazioni molto profonde.
      Ahimè, credo che in molte posizioni “eco-oriented” ci sia un misto di diffidenza e di odio proprio verso il settore meccanico. Se si è contro le autostrade, i treni veloci, gli aeroporti, le centrali (di qualsiasi tipo), si è anche contro chi questi beni li produce o vi da un senso. Ampi settori dell’attuale schieramento di sinistra sono rappresentati da borghesi di tradizione democristiana (in provincia) e liberal-azionista (in città) che manifestano posizioni conservatrici, apparentemente cool, ma di fatto antioproduttiviste (e quindi implicitamente antioperaiste). E’ quello che io chiamo il popolo delle villette.
      Alex

  2. Pingback: La manifattura del domani | Cronache dal nord Italia

  3. E’ stata citata la produzione di Armi senza che nessun altro commentatore battesse ciglio, questo mi inquieta un po’…. Sul resto sono d’accordo.

    • La produzione di armi è un capitolo fondamentale in un’economia e in una società avanzate. A meno che non si pensi di vivere in un mondo popolato solo da pacifiche popolazioni pronte a scambiarsi pace e amore.
      Peraltro, personalmente, sono a favore del porto d’armi libero, dell’esercito civico e dello sviluppo di armi leggere sempre più sofisticate (un mix fra esperienza americana, svizzera e israeliana, in altre parole).
      E dopo questo diluvio politicamente scorretto, ti auguro buona serata 🙂
      Alex

      • Caro, a me non frega molto di scoperchiare l’ipocrisia di Repubblica e di Obama. Io le cose che penso delle armi leggere le so, per esempio, dal sito di Amnesty International. Dovresti sostenere la tua posizione davanti ai parenti delle 1000 persone che muoiono tutti i giorni a causa delle armi leggere… ma liquiderai il mio Commento con una parata di argomenti logici, di real politik, tacciandomi di pacifista fuori dalla realtà, che leggo solo Repubblica e adoro Obama, etcetc

      • Cara (…credo, intendo per il sesso, quel “s.ara” col puntino in mezzo mi lascia invero un po’ perplesso…), non sono le armi ad uccidere le persone. Sono altre persone ad uccidere, quelle che le armi le usano a tale scopo, per l’esattezza. Non a caso nè in Svizzera nè in Israele ci sono tassi di omicidi anche solo lontanamente paragonabili a quelli degli States. Del resto e per contro, numerosi Stati con ferree limitazioni al libero porto d’armi (che infatti libero lì non è per niente) hanno fior di morti ammazzati, spesso peraltro da parte delle istituzioni pubbliche, di per sè generalmente tiranniche, soprattutto se si lascia loro la libertà di decidere di ogni aspetto della nostra vita.
        Quanto alla citazione su Obama e Rep., era giusto quale ciliegina sulla torta. Ci sono ambiti in cui infatti le istituzioni pubbliche, se vogliono davvero servire a qualcosa, ad esempio a difendere una democrazia dalla minaccia fondamentalista, devono avere il coraggio di sporcarsi le mani. Tra l’altro (oh my God, lo dico io per te), IO SONO A FAVORE DEGLI OMICIDI MIRATI. Nel caso nostro, dei capi e capetti di Cosa Nostra.
        Stammi bene,
        Alex

        (p.s. sarebbe davvero brutto per te trovarti a dover giustificare la tua posizione di fronte ai parenti di qualche centinaio di migliaio di israeliani spazzati via dall’atomica iraniana. Meglio forse occuparsi un po’ più pragmaticamente di quanto sono bravi i cittadini con la Stella di Davide a sviluppare ogni tipo di sistema militare, dall’arma leggera a quella aerea: piccolo grande popolo, che con la sua stessa capacità militare iperdiffusa e ipertecnologica esercita una deterrenza verso i vicini tirannici che, invece di produrre democrazia e benessere per le proprie sterminate masse di sudditi fanatizzati, cercano invano da oltre sessant’anni di spazzare via uno stato che ha meno di dieci milioni di abitanti e che occupa una striscia microscopica di territorio!
        p.s.2 è curioso che le politiche contro il possesso di armi leggere siano costantemente fra i primi atti delle dittature, come insegnano il nazismo in Germania e il comunismo nei Paesi dell’Est subito dopo la fine del II conflitto mondiale. Forse sarai pacifista, ma certamente nè filopartigiana nè filorepubblicana: senza armi leggere non avremmo avuto nè resistenza, nè 2 giugno 1946)

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