Passaggio a Nord-Est (34) – Fischia il vento

La sera dell’8 maggio 1997 il Napoli vinceva l’andata della finale di Coppa Italia, battendo per 1-0 il Vicenza. Di lì a poche ore, nel cuore della notte, un commando formato da otto militanti della Veneta Serenissima Armata sarebbe sbarcato in Piazza San Marco, a Venezia, per testimoniare al mondo intero l’esistenza di un indipendentismo veneto ostile all’unità italiana e slegato dal partito di Bossi.

Tre settimane dopo, nella partita di ritorno svoltasi in uno stadio “Menti” tutto esaurito, i padroni di casa vicentini superavano la formazione partenopea per 3 reti a 0, conquistando così il primo trofeo della loro storia. In quell’occasione la Federazione calcistica italiana aveva deciso che la finale sarebbe stata introdotta, per la prima volta, dall’inno di Mameli. Una risposta chiara ma anche chiaramente maldestra verso il sentimento separatista diffuso nel Veneto ed emerso tanto bruscamente in quel mese di maggio. Non a caso, l’inno faticò ad essere udito, per il caos sonoro che regnava sulle tribune (e persino i telespettatori non poterono “gustarselo”, causa i telecronisti che lo coprirono per l’intera durata). Ma il meglio venne poco dopo, quando, a seguito del lancio di petardi e razzi dalla curva azzurra, la tifoseria biancorossa rispose con il coro “Veneto Libero!”.

E’ significativo constatare che ieri sera, prima dell’inizio della finale di Coppa Italia vinta dal Napoli contro la Juventus e contro il pronostico, la tifoseria partenopea abbia accolto il “Fratelli d’Italia” intonato a cappella, peraltro splendidamente, dalla cantante Arisa, con bordate di fischi da far impallidire il gioioso frastuono vicentino di quindici anni fa. I volti lividi delle autorità italiane seguivano l’esibizione della cantante pregando che il tutto avesse fine al più presto, e l’offesa subita risultava tanto indigesta da guadagnarsi la piccata condanna del Signor Schifani, presidente del Senato, nel corso dell’intervista fattagli a metà gara.

E’ altrettanto significativo osservare che i venditori ambulanti di bandiere, sparsi qua e là sulle principali arterie stradali, sfoggiavano semplici bandiere a scacchi bianconere, con profilo tricolore “d’ordinanza”, per i tifosi della Juventus, e ben più ricchi vessilli azzurri con scritta “Partenopei al 100%” e tanto di stemma del Regno delle Due Sicilie” enorme a campeggiare al centro, per i tifosi del Napoli. Tifosi che probabilmente non avranno apprezzato il ridicolo spot TIM, sponsor ufficiale del torneo, in cui un Garibaldi-Marcorè compra la resa delle truppe duosiciliane con l’elencazione dei vantaggi del piano tariffario TIM; tifosi che probabilmente si comprendono di più se si leggono le parole di questo perfetto intervento di Giuseppe Cozzolino.

Vicenza 1997. Napoli 2012. Il vento continua a fischiare. Fino all’indipendenza.

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7 thoughts on “Passaggio a Nord-Est (34) – Fischia il vento

  1. Ai napoletani dell’indipendenza non gli frega niente (fa comodo stare in Italia).
    Francamente sentire i napoletani fischiare l’inno, non so perchè, mi ha fatto sentire profondamente italiano.
    Insomma è tutta una questione di calcio e sfottò…giù nella terronia felix tanti blaterano di indipendenza di Regno del Sud ma in realtà gli fa comodo la vecchia italietta e la storiella del cattivo nord.

    • Può essere che tu abbia ragione, però è un dato di fatto che lo scollamento fra il concetto di statualità italiana e tantissime persone, ovunque, si stia ampliando. Poi ognuno ha le proprie motivazioni, le proprie rivendicazioni, ma l’esito è il medesimo: rifiutare l’unità.
      Aggiungo anche che mi sembrano ingenerose le tue critiche ai napoletani, perchè, se ci pensi bene, tutta l’esperienza militare postunitaria, classificata sprezzantemente e sbrigativamente come guerra al brigantaggio, meriterebbe un livello ben maggiore di approfondimento e anche di riconoscimento. Direi proprio di rispetto. E’ stata una vera guerra civile (in ottica unitarista) o addirittura una guerra imperialista e colonialista (dal punto di vista effettivo dei Savoia), e tuttavia si finge che non ci sia stata o, peggio, che sia stata una mera operazione di ordine pubblico.
      La storiografia unitarista in proposito è vergognosa e ha rimosso scentificamente qualsiasi possibilità di serio confronto. La storiografia ufficiale (cioè anche scolastica) sulla conquista sabauda non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella che esiste negli States sulla guerra di secessione. E ciò è un vulnus che è alla base anche di quei fischi. Che io, in questo sono in disaccordo netto con te, non solo rispetto, ma apprezzo.
      Ciao,
      Alex

      • Tutta l’accozzaglia di pirletti neo -borbonici non negano l’Italia! no, vogliono giustizia storica, vogliono che si racconti la storia (storiella) del sud ricco e prospero depredato dal cattivo nord il quale da 150 anni lo rende schiavo e povero. I nordisti hanno portato le mafie, i nordisti la disoccupazione, i nordisti hanno portato la munnezza (ecc).

        Dal punto di vista storico è innegabile che il sud è stato conquistato con la forza senza neppure conoscerlo (Cavour, D’Azeglio ecc ) ma sostenere la tesi dei poveri “patrioti meridionali” nel modo in cui va di moda oggi è quantomeno ridicolo.

        La situazione era complessa fitta di trame e sinceramente le rivendicazioni politiche odierne basate su fatti storici interpretati a senso unico (per dimostrare le propie tesi considerate dogmi) hanno scocciato (sia quelle terrone sia quelle che sento in Veneto relative al 1866).

        Secondo me ha ragione Stefano quando dice che i fischi (almeno la maggior parte) erano rivolti a “Schif”.

        Maledetto Garibaldi e chi ha sostenuto la conquista del sud, l’Italia da fare doveva arrivare fino alla Toscana .

      • Caro Luca,
        continuo a comprendere il senso delle tue considerazioni, tuttavia mi preme sottolineare che la dignità di combattenti per una causa legittima va riconosciuta a tutti quei civili e a tutti quei militari ch si batterono contro l’unità italiana e contro le truppe sabaude.
        Questo è il punto, e questa è la mancanza che qualsiasi cosiddetto neo-borbonico può a buon diritto rivendicare. Sono perfettamente d’accordo con te che gran parte del rivendicazionismo sudista sia a dir poco sterile e generalmente piagnone, autoassolutorio, falso ecc.
        Ma io dico: così come si riconosce oggi ai soldati russi della Seconda Guerra Mondiale il fatto di essere stati difensori della propria terra (e non necessariamente stalinisti e/o comunisti), nonostante l’Unione Sovietica sia morta male e sepolta profondamente, allo stesso modo va riconosciuto ai soldati borbonici e ai ribelli lealisti meridionali la dignità di aver combattuto per una causa del tutto legittima, quella della difesa del proprio Stato e delle sue istituzioni.
        Il fatto che la vulgata risorgimentale (e fascista innanzitutto, non dimentichiamolo, perchè prima del Ventennio il progetto unitarista era ampiamente oggetto di contestazione) abbia negato qualsiasi dignità storica ai soldati duosiciliani e ai “briganti”, è già di per sè un motivo sufficiente per ritenere il nostro stato unitario fondato su radici deboli e, sostanzialmente, su omissioni e bugie.
        Un conto è scremare il racconto storico dalla retorica, ma questo, tu lo affermi meglio di me, andrebbe fatto innanzitutto per il fronte unitarista; altra cosa è negare persino l’esistenza degli altri, dei vinti. Nelle nostre scuole si finge che i briganti fossero quattro gatti e che li si sia eradicati con qualche azione di polizia militare; il legittimismo duociliano non esiste nemmeno, così come le deportazioni di soldati borbonici nelle carceri militari piemontesi.
        Dopo è ovvio che su questo terreno di omissioni si innesti anche un rivendicazionismo piagnone. Ma la colpa è di chi ha vilipeso il vinto, non di chi è stato vittima. Vittima, sia chiaro, non certo di un presunto inesistente sfruttamento nordista. Ma di concretissime pallottole coloniali sì. Che poi dopo il Sud si sia vendicato in fretta con la cannibalizzazione della Pubblica Amministrazione è un’altra storia. O forse è proprio la stessa storia, a pensarci bene. Da raccontare in modo diverso, no?
        Ciao,
        A.

      • Stiamo sostenendo la stessa cosa, raccontare tutto .
        Io mi riferisco alle idiozie di moltissimi neo borbonici che raccontano (nello stesso modo in cui viene recitata la favola de risorgimento) una realtà parziale e finalizzata a sostenere il propio assurdo dogma.
        Fu una guerra civile cruenta, bersaglieri sgozzati, paesi dati alle fiamme, il Re delle Due Sicilie che ordina di aprire le carceri promettendo terra ai “cafoni contadini ignoranti” (presi per il c…. da tutti all’epoca), ci furono anche patrioti (pochi) ma la radice del casino fu sociale (terra, povertà ignoranza).
        Chiamarli briganti in modo sprezzante è eccessivo (ma moltissimi lo erano) ma chiamarli patrioti lo è ancor di più.
        Ma cosa pensano i meridionali di essere stati gli unici nella storia a subire una conquista? e hanno il coraggio di chiedere (alcuni) risarcimenti? e allora noi veneti dovremmo andare da Hollande a chiedere i danni per Napoleone il distruttore e saccheggiatore della Repubblica veneziana (e non solo)?
        Insomma usare la storia per fini politici-propagandistici odierni è molto triste.

  2. Ho notato anche io i fischi all’Inno, mentre subito dopo è stato rispettato il momento di silenzio per Brindisi e il terremoto nel nord Italia. I fischi – a mio modo di vedere e per quanto possa essere indicativo il comportamento da stadio – denunciavano insofferenza nei confronti di questo Stato (Istituzioni, partiti, politici, ecc) ma non mettevano in dubbio l’unità nazionale. Il successivo silenzio, in un certo senso, lo prova.

    • Ma l’unità, Stefano, è proprio rappresentata dalle istituzioni statuali e da chi ne è parte organica (partiti e amministratori pubblici). Se fosse stato chiesto un minuto di silenzio per Fukushima o Utoya sarebbe stato rispettato egualmente, perchè le ragioni dell’umanità superano i confini amministrativi.
      Il caso delle bandiere che ho citato è molto significativo. Non si trattava di bandiere autoprodotte, curiosità fra le curiosità. Si trattava di bandiere stampate in massa e vendute agli angoli delle strade, lontano da qualsiasi stadio, indice di un tifo popolare e diffuso partenopeo che tende ad autoidentificarsi con una tradizione storica che è in netta e radicale antitesi con il progetto risorgimentale ed unitario: le truppe meridionali (duosiciliane prima del 1861 e lealiste dopo l’avvenuta annessione) sono state le uniche a combattere contro quelle tricolori in una vera e propria guerra durata anni. Lo stemma duosiciliano, in questo senso, è come la bandiera confederata (non a caso sfoggiata da varie curve nel Sud).
      Sia chiaro, una selva di fischi partenopei all’indirizzo dell’inno di Mameli non è un’automatico consenso alla secessione. Ma chi se li sarebbe aspettati soltanto quindici anni fa? Per delle istituzioni che da anni fanno uso strumentale della retorica unitarista e soprattutto dei suoi simboli (in primis il tricolore e proprio l’inno) nella vana speranza che ciò rafforzi il sentimento di coesione nazionale, non è un bel presagio.
      A.

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