Cari lettori, tocca a voi

C’è lavoro per voi, cari lettori di On the Nord. Questa volta, però, meno tecnico e più di immaginazione. Come ho scritto su Prossima Italia, vi invitiamo a uno sforzo soprattutto creativo: tre temi da affrontare con una nuova narrazione, fatta di parole e simboli nuovi. Preferibilmente, senza destrutturare lo Stato italiano, che già vi conosco.

Il seguente è un piccolo bando. Un contratto a tempo, e a tema. Perché in questa campagna elettorale lunghissima il tempo inizia a scarseggiare e bisogna lavorare sulle cose, da subito. Per questo motivo riprendiamo in mano i fili del lavoro cominciato a Varese il 28 gennaio, con “Giù al Nord”, per una campagna estiva in campagna, sotto il cielo di Lombardia, e Veneto. Densa di contenuti, ricca di buoni esempi e di tutte le cose che ci sono da fare.

 

Tre i temi principali. Il lavoro e l’impresa, a cui dobbiamo dare ragione, contro le rendite di ogni tipo, fatte di ritardi, accordi, favoritismi, meccanismi oliati dalla corruzione, e contro i patrimoni che diventano patrimoni sempre più grandi, per premiare il salario e chi rischia con il proprio lavoro.

 

Il rapporto tra centro e periferia dello Stato, che si chiama patto di stabilità, che sono i piccoli comuni costretti a fare cassa svendendo il territorio, che si chiama anche spending review.

 

Infine, il tema della rappresentanza, che passa attraverso la riforma dei partiti e del loro finanziamento, una politica più sobria, capace di valorizzare i beni comuni e di fare del lavoro – anche quello dei Piccoli – un bene in comune, di promuovere la partecipazione alla vita pubblica, perché c’è bisogno del partito di chi non è iscritto a nessun club, di quelli che non hanno cricche – e sono tanti, in questo Paese.

 

A partire da questi tre temi, vi chiediamo un piccolo contributo, e soprattutto un grande sforzo di immaginazione, lungo più o meno una cartella. Perché una volta snocciolati i dati, abbiamo bisogno di raccontare la storia dell’Italia che lavora e che ce la farà, con parole nuove. Le parole che muovono da un approccio cooperativo, fatto di relazioni che arricchiscono, fatto di capitale umano e innovazione, e non di muri che separano e si limitano a conservare, in maniera miope, quel che c’è. Fatto anche di passione e di simboli, che non siano le ampolle e i matrimoni celtici, ma i mulini che trasformano il vento del cambiamento in prodotto finito, per dire.

 

Scriveteci, cercateci. Rispondiamo alla mail onthenord@gmail.com. E ascoltiamo tutti, perché abbiamo molto da imparare. E ci piacciono le lezioni, prima delle elezioni.

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4 thoughts on “Cari lettori, tocca a voi

  1. Posso andare fuori bando?
    Lo chiedo perché alla luce di quello che sta succedendo negli ultimi tempi io credo che tra non molto il tema sarà uno e uno solo: come scampare alle macerie di un crollo rovinoso dell’intero progetto di unificazione europea.

    Permetto due cose:
    a) credo che chi abbia letto anche solo qualcuno dei commenti che ho postato su Cronache non possa avere un solo di dubbio di quanto ci tenga, di quanto ami e di quanto abbia rispetto per il Nord e tutti i temi che girano attorno alla Questione Settentrionale, a partire dal riscatto dei produttori di ricchezza, massacrati da assistiti, rentier e parassiti vari.
    b) di base tendo a non essere un catastrofista né un pessimista.

    Però – vorrei tanto sbagliarmi – a me sembra che sia il caso di porre davvero in questione la sopravvivenza del processo d’integrazione e, dunque, del nostro mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, per livelli di benessere, per civiltà, per sistemi di governo, per livello delle aspettative di ciascuno.
    Mi sembra che sia il caso di farlo di fronte – almeno – a questi dati:

    a) le elezioni in Grecia, non solo per l’ingresso dei nazisti in parlamento, ma soprattutto per l’assoluta impossibilità di costituire un altro governo. Probabilmente ci saranno nuove elezioni e altrettanto probabilmente non si potrà fare un altro governo. E’ un cortocircuito della democrazia con un potenziale di deflagrazione sul resto d’Europa, proprio a partire dall’Italia.

    b) il prossimo salvataggio del sistema creditizio spagnolo, cioè il default controllato della Spagna in presenza del fatto che i cosiddetti fondi “salva Stati” non hanno abbastanza risorse per finanziarlo.

    c) l’avvitamento, non solo in Grecia ma mi pare di capire anche altrove compreso qui in Italia, dovuto al circolo vizioso austerità-depressione delle crescita-nuova austerità-nuova depressione.

    d) le elezioni in Italia dalle quali – diversamente che in altri momenti – non esce alcuna ipotesi realistica di alternativa di governo: il PdL sparisce, la Lega si ridimensiona pesantemente, il terzo Polo non va da nessuna parte, il Pd tiene ma resta in coma come lo è da 20 anni, la sinistra (o sedicente tale) è nelle stesse condizioni dell’Udc, M5S non sembra davvero avere nessuna possibilità, anche se avesse il consenso, di governare alcunché. E’ evidente – e non solo in Italia – che i Parlamenti siano sempre più inetti e inutili, Napolitano capsce sempre più una mazza di quello che succede, è troppo vecchio. Non c’è forza politica, sociale, culturale, di potere, persino militare che pare possa giocare una funzione ordinatrice. In questa situazione può accadere di tutto e per la legge di Murphy tendenzialmente niente di buono.

    e) la Germania (la mia amatissima Germania) continua imperterrita a predicare un modello sempre più idiota di austerità che ha certamente qualche fondamento nell’incapacità dei “terroni” italiani, spagnoli, portoghesi e greci nella gestione della finanza pubblica, ma non vede che senza dare modo a quei “terroni” di ricostruire una qualche forma di crescita è la stessa Germania ad affondare per il semplice fatto che rappresenta il cuore dell’Europa, anzi l’Europa stessa. La Lombardia è come la Germania, ma la Germania non è come la Lombardia perché non ha un’iper-Germania cui agganciarsi.

    Se salta la Grecia, se la Spagna s’avvia a un sostanziale default, se l’Italia è ingovernabile, se la salta la Germania perché non può sostituire il 60% delle sue esportazioni fatte verso il resto d’Europa con Audi vendute su Marte, salta l’euro. E l’euro – per quanto mal concepito – è il principale fondamento dell’integrazione europea, non un suo accessorio.

    Questo vorrebbe dire almeno 2 cose:

    a) l’intervento del FMI, a quel punto sostenuto dai BIRCs che ci metterebbero i soldi e che quindi diventerebbero pivotali, seppur in un qualche rapporto dialettico con gli Usa e dunque la completa perdita di sovranità per ogni stato d’Europa, cioè la certificazione della marginalità europea dopo alcuni secoli di dominio incontrastato del mondo, incrinatosi per la verità già nel ’45.

    b) il precipitare degli europei – nostro – in uno stato di povertà, in un completo crollo di ogni aspettativa che fino a oggi ci pare assolutamente normale e legittima, tendenzialmente disordini e violenza.

    Non so, ho abbozzato per iscritto quel che mi gira in testa da un po’ e sono piuttosto confuso. Ovviamente non ho alcuna soluzione in tasca. Mi rendo conto che sia un quadro nerissimo, forse mi sbaglio, mi sfugge qualcosa. Però mi ricordo che sul Titanic si ballava fino a un minuto prima di affondare. Ecco, il lavoro e le imprese, la qualificazione della spesa pubblica (che poi è lo stesso che dire federalismo fiscale, ma non lo si dice per fare dispetto alla Lega in un inutile accanimento), sono tutte questione importantissime. Ma, ubi maior minor cessat. Quel “maior” per me non è mai stata l’unità d’Italia di cui francamente non me ne frega un’emerita mazza (anzi provo fastidio solo a sentirla nominare), ma l’Unione europea però sì.

    daniele,milano

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