Arriva il triumvirato!

Te saludi, Senatùr.

Avrete letto tutti delle dimissioni di Bossi e tutto ciò che i giornali stanno rendendo pubblico. I pezzi più incredibili che compongono il tracollo della Lega sono tratti da alcune intercettazioni telefoniche, come quella in cui la responsabile amministrativa di via Bellerio, Nadia Dagrada, suggerisce a Belsito di rivolgersi con queste parole a Bossi, dal quale era stato appena convocato a seguito delle vicende riguardanti gli investimenti in Tanzania:

Gli dici (a Bossi, ndr): “capo, guarda che è meglio sia ben chiaro: se queste persone mettono mano ai conti del Federale, vedono quelle che sono le spese di tua moglie, dei tuoi figli, e a questo punto salta la Lega. Io ti rammento solo una cosa, che in questi anni ho dovuto tirare fuori su vostra richiesta, per tua moglie, Riccardo, per Renzo, delle cifre che se qualcuno va a metterci mano…”. Tu gli devi spiegare che vuoi proteggere lui e se altri vanno a vedere queste cose, lui è nei guai. Ma quelle sono cifre, devi dirgli: “o tuo figlio lo mandavano in galera o c’era da pagare. Papale papale glielo devi dire: ragazzi, forse non avete capito che, se io parlo, voi finite in manette o con i forconi appesi alla Lega“.

Dalle intercettazioni emerge, inoltre, che Francesco Belisto ha affermato “di aver dato 50 mila euro a Francesco Bruzzone, segretario regionale della Lega in Liguria, perché lo facesse entrare nel Cda di Fincantieri, incarico che Belsito ha poi ricoperto”.

Poi c’è “il Principe”, che non è né quello di Machiavelli né quello del Bernal, ma Renzo Bossi, il furbissimo Trota, che ieri ha dichiarato in un’intervista che la macchina l’ha presa in leasing, mentre oggi leggiamo: «l’ultima macchina del Principe, 50.000 euro… e certo che c’ho la fattura!».

Si consuma così la parabola della Lega, non la sola leadership di Umberto Bossi, dimissionario e distrutto, incredulo, forse inconsapevole. “Mi ha fatto vedere il libretto“, sembra che abbia detto oggi ai fedelissimi, rassicurandoli sulla prossima conclusione della carriera universitaria del figlio. Mentre loro, i colonnelli, con una mano sulla spalla del Senatùr, non potevano che riportarlo alla realtà. E’ tutto falso.

Ora, la carriera universitaria del Trota sarà anche molto divertente, ma questa, vista dall’esterno, non può essere altro che la rappresentazione plastica del cerchio magico. Nato per proteggere il capo, in realtà non ne ha fatto altro che un feticcio, da portare in processione per le strade del nord Italia, carico di valore simbolico, in un momento in cui l’estremo sostegno al governo Berlusconi degli ultimi anni aveva oramai deturpato le radici leghiste. Ed è per questo motivo che anche sull’altra sponda, quella dei maroniti, l’attacco diretto a Bossi non c’è mai stato e mai ci sarà, consapevoli che il feticcio stava assumendo le fattezze della marionetta, mossa dai fili magici di Gemonio. E perché, nonostante tutto, la stima dei militanti maroniti rimane.

Si passa ora al triumvirato Maroni – Calderoli – Dal Lago. Un trio pesato con il bilancino. Maroni il dissidente, Calderoli l’arbitro e Manuela Dal Lago, sconosciuta ai più, due volte presidente della provincia di Vicenza e, soprattutto, a capo del “Governo della Padania” nel biennio 1998-1999, quando raccolse l’eredità di Bobo Maroni, con endorsement da parte di Bossi, dalle colonne della  Padania: “io voterò lei”, scrisse il Senatùr. Il Corriere commentava così: «viene il sospetto che il senatur abbia lanciato la sua candidatura a presidente del governo padano proprio per sedare la ribellione che monta a Nord – Est. “A me non risulta” – taglia corto la signora del Carroccio».

A sostituire Belsito alla tesoreria arriva Stefano Stefani. “Un idiota“, lo definì Gianfranco Fini. Era il luglio 2003 e Stefani si cimentava in una sfrontata difesa del premier Berlusconi, attaccato “con grevità” da Martin Schulz. E allora daje al tedesco: «Biondi iper-nazionalisti: degli invasori delle nostre spiagge che vengono in Italia a fare gare di rutti».

Buona fortuna, Italia.
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