SEA e Malpensa: cosa succede a Milano?

Partiamo dall’inizio. SEA è la società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e di Linate e, mediante SACBO (della quale è azionista di maggioranza relativa), Orio al Serio.

L’azionista di maggioranza di SEA è il Comune di Milano, il quale, fino a pochi mesi fa, deteneva circa l’85% delle quote. Negli ultimi anni SEA si è rivelatanon senza polemiche – fondamentale per la gestione finanziaria del Comune di Milano:

Negli ultimi 12 anni, tra “assegni” ordinari e straordinari, ai soci sono stati distribuiti in totale 570 milioni. Solo Palazzo Marino, che deteneva l’84,5 per cento, ha incassato 480 milioni. Una fonte sicura, ad eccezione degli anni difficili dopo l’11 settembre e dopo la crisi Alitalia con la perdita del titolo di hub per Malpensa.

Non un semplice patrimonio immobilizzato, quindi, ma una società che genera reddito per il Comune di Milano. Tutto bene, se non fosse che la nuova amministrazione meneghina si è trovata a che fare con un buco nel bilancio 2011, dal quale sono spariti 350 milioni già messi a bilancio dalla giunta Moratti. Data la volontà del sindaco Pisapia e dell’assessore Tabacci di rispettare il patto di stabilità, la vendita di alcuni assets è stata una delle scelte. Tra questi, una quota di SEA.

Ad aggiudicarsi, a metà dicembre scorso, il 29,75% delle quote di SEA è stato F2i, un fondo di investimento serio, che guarda al lungo periodo e che si occupa di infrastrutture, guidato da Vito Gamberale, già amministratore delegato di Autostrade. Tra i soci di F2i figurano la Cassa depositi e prestiti, Unicredit, Intesa San Paolo, Merrill Lynch, Fondazioni bancarie e Casse di previdenza. L’esborso da parte di F2i è stato pari a 385 milioni (base d’asta) più un euro. La gara per aggiudicarsi questa fetta di SEA ha visto un curioso episodio: il fondo indiano Srei, rappresentato da Vinod Sahai, ha presentato la propria offerta – pari a 425 milioni – con un ritardo di dieci minuti e senza alcune necessarie garanzie e perciò non è stata ammessa all’asta.

Un secondo curioso episodio riguarda le azioni dell’autostrada Serravalle in pancia al Comune di Milano. Si tratta di quelle stesse azioni che l’allora giunta provinciale Penati vendette al gruppo Gavio. La Serravalle, a differenza di SEA, non era un investimento redditizio, ed è per questo motivo che l’amministrazione Pisapia ha da subito cercato di liquidarla, per fare casse. Il problema fu che nessuno, ma proprio nessuno, aveva intenzione di acquistare. Di conseguenza,

la quota Serravalle del Comune (il 18, 6 per cento) è stata messa in un bel pacchetto col fiocco insieme al 20 per cento delle più appetibili azioni Sea (gestione aeroporti di Linate e Malpensa). Il tutto al prezzo di 385 milioni di euro. […] Ora la gara è conclusa e Gamberale ha fatto marameo a Pisapia e Tabacci: ha lasciato dov’erano le azioni Serravalle e si è preso solo le Sea, scegliendo la seconda opzione prevista dal bando (il 30 per cento di Sea, senza azioni Serravalle, sempre allo stesso prezzo di 385 milioni).

Nel novembre 2011 Il Fatto Quotidiano sollevava già diverse perplessità:

“Non è la prima volta che per vendere un appartamento meno buono, se ne vende uno buono”, spiega Tabacci. Già, perché il dubbio di molti è che l’acquisto di Serravalle sia per F 2 i un cavallo di Troia per arrivare a Sea, dopo gli investimenti fatti nell’aeroporto di Napoli Capodichino. In un secondo momento la Serravalle potrebbe essere girata alla famiglia Benetton o al gruppo Gavio. Che rientrerebbe così in possesso di quote dell’autostrada, dopo averne ceduto nel 2005 il 15 % alla Provincia allora guidata da Filippo Penati. A un prezzo ben più caro di oggi: 238 milioni di euro.

Gavio, ai tempi, vendette il 15% delle azioni di Serravalle alla Provincia di Milano per 238 milioni di euro, avendole acquistate a 62 milioni, realizzando un profitto di 176 milioni di euro.

Ieri altre ombre si sono allungate su tutta la vicenda, grazie a un articolo pubblicato da L’Espresso:

Da almeno quattro mesi i pm hanno aperto un’indagine sulla gara per la cessione di una quota della Sea, la società che controlla gli aeroporti di Linate e Malpensa, da parte del Comune.

Il procedimento non è il solito “atto dovuto”, che nasce dopo un esposto politico o una bega tra concorrenti, ma ha una base inquietante: l’intercettazione del protagonista dell’operazione, Vito Gamberale. Gamberale, amministratore e azionista del fondo per le infrastrutture F2i, è stato registrato mentre discute della vendita del 29,75 per cento della Sea e chiede garanzie sul capitolato d’asta. Il nome del suo interlocutore è custodito con la massima riservatezza: si tratterebbe di una figura lontana dalla politica lombarda ma in ottimi rapporti con il vertice nazionale del Pd. Al telefono i due mostrano grande intimità e parlano senza freni. Il patron di F2i fa molte domande su come sta venendo impostato il bando del Comune di Milano e si raccomanda che non ci siano sorprese. L’altro lo tranquillizza e dice che tutto sarà costruito su misura, proprio in base a quanto il fondo desiderava. E insieme ridono della faccenda: una partita da centinaia di milioni di euro, che stava per consegnare a Gamberale una fetta consistente dei due aeroporti milanesi.

Un bando scritto su misura?

I requisiti adottati dal Comune sono apparsi troppo simili alla manifestazione d’interesse formulata proprio da F2i, che si era fatta sotto per rilevare con 380 milioni di euro un pacchetto di tesori municipali: il 18,6 per cento dell’autostrada Serravalle e il 20 per cento della Sea. Solo il dossier aeroporti però è andato avanti.

E ricordate il fondo indiano? Secondo L’Espresso, un altro investitore aveva manifestato il proprio interesse. Si tratta del

fondo australiano Macquarie, un colosso mondiale che conta azionisti arabi e asiatici ricchissimi. Da decenni Macquarie investe negli hub: fino al 2007 possedeva il 44 per cento degli Aeroporti di Roma, società che gestisce Fiumicino e Ciampino. Ha avuto quote di Bruxelles e Copenaghen, anche se nell’ultimo periodo si è concentrata sullo scalo internazionale di Sydney. Gli australiani, ottimi conoscitori degli intrecci tra politica e imprenditoria in Italia, avrebbero seguito tutta la procedura ma all’ultimo minuto non hanno trasformato i loro approcci in una proposta concreta. Contattati da “l’Espresso”, hanno ribadito la linea aziendale di non rilasciare commenti sulle gare, “sia che ci interessino o meno”.

Al momento è in discussione un’ulteriore vendita di quote di SEA. Forse è opportuno rallentare, e fare chiarezza.

Una considerazione conclusiva riguarda l’ennesima scelleratezza del patto di stabilità interno – che, non dimentichiamolo, è elaborato con la finalità di rispettare il Patto di stabilità e crescita negoziato a livello europeo. Sul sito del Ministero dell’Interno troviamo scritto:

Un obiettivo primario delle regole fiscali che costituiscono il Patto di stabilità interno è proprio il controllo dell’indebitamento netto degli enti territoriali (regioni e enti locali).

In questo caso, per rispettare il Patto di stabilità interno, ci si trova costretti a vendere pezzi di patrimonio che generano reddito, perdendo di vista il fatto che la grandezza di un debito è solo uno degli elementi a cui fare attenzione per controllare l’indebitamento. L’elemento con il quale bisogna mettere in relazione lo stock del debito sono i flussi: sono i flussi a garantire la solvibilità di un debito in un determinato arco temporale. SEA genera flussi positivi, che quindi aiutano a tenere sotto controllo l’indebitamento del Comune di Milano. Vendere pezzi di SEA garantisce l’abbattimento dello stock di debito, ma non la sua futura solvibilità.

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3 thoughts on “SEA e Malpensa: cosa succede a Milano?

  1. Sì ma che guadagno ci può essere a provare a vendere quote di una società partecipata in perdita?
    Evidentemente l’amministrazione precedente ha preferito mangiarsi tutte le uova, così adesso quella nuova è costretta a vendersi la gallina….

  2. Pingback: La vendita delle attività dello Stato, e la sostenibilità del debito | Cronache dal nord Italia

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