L’immagine macchiata dell’Italia

“Una pietra miliare”. Così Amnesty International ha definito la sentenza emessa oggi dalla Corte europea dei diritti umani nel caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia:

Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane e respinti direttamente in Libia, senza che fosse stata valutata la loro necessità di protezione internazionale: una delle operazioni di intercettamento e rinvio in Libia eseguita dalle autorità italiane nel 2009, a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore. Un comportamento che oggi, finalmente, la Corte europea ha definito come Amnesty International (nella foto di oggi, davanti al Colosseo) e tante altre organizzazioni per i diritti umani definivano da tempo: “illegale”.

Maroni, quello che piace ad una parte della sinistra, l’ha definita “una sentenza politica”. Sempre all’unanimità,

la Corte ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo che vieta le espulsioni collettive (è solo la seconda volta in 60 anni che uno Stato membro del Consiglio d’Europa viene condannato per questa violazione) e per non aver concesso un ricorso effettivo ai migranti contro la decisione di respingimento.

Le condanne da parte della Corte Europea appresentano un’onta difficilmente cancellabile per lo Stato italiano.
La destra di questo Paese ha mostrato per anni i muscoli solo ai poveri cristi, promuovendo respingimenti in mare dopo aver trovato accordi con alcuni tra i peggiori dittatori presenti sulla faccia della terra.
Sembrerebbero lontani ricordi, ma il problema è che i barbari sono sempre in agguato:


I Litfiba cantavano “quello è un dinosauro, non devi farlo alzare”.
E avevano pienamente ragione.

P.R. anche per On The Nord

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4 thoughts on “L’immagine macchiata dell’Italia

  1. Non vorrei passare per razzista, non lo sono e non potrei esserlo se non latro per il miscuglio di provenienze dei miei avi.

    Però io inviterei a una riflessione un po’ meno connotata da posizioni ideologiche (siano esse della Lega o di Amnesty) e dalle convenienze di propaganda.

    Al di là della quantità, la velocità di un fenomeno fa la qualità di un fenomeno

    Se – come è accaduto all’Italia in particolare – un paese passa nel breve volgere di un ventennio dall’essere origine di emigrazione a destinazione di immigrazione (peraltro con valori fino a 10 volte diversi tra le sue diverse regioni) qualche problema può essere che si ponga.

    Io ne vedo 3, uno contingente, uno di medio periodo e uno, connesso, di prospettiva.

    1) Contingenza. Perché cambino le strutture profonde di una società e delle comunità che la compongono, 20 anni sono un batter di ciglia. L’Italia è divenuta terra d’immigrazione, tecnicamente, 4 o 5 anni fa. Prima era paese di emigrazione, come le tante storie degli italiani e dei loro discendenti sparsi per i 4 angoli del pianeta raccontano. E’ difficile pensare che una società che s’è storicamente costruita e percepita come emigrante si adegui con tanta rapidità a percepirsi e comportarsi come società che accoglie immigrati, tanto meno quando i tassi di crescita dell’economia non sono certo quelli da boom. Non è forse unc aso che gli episodi più violenti contro gli immigrati stranieri si siano verificati in Italia proprio in quelle aree di forte emigrazione storica e più povere (come la Calabria o la Campania) nonostante la quota di immigrati da quelle parti sia davvero risibile in confronto a quella di altre regioni. Persino una società come quella lombardia, che non mai stata terra di emigrazione e sempre invece di immigrazione (in questo differenziandosi radicalmente dal resto d’Italia insieme al Piemonte) è difficile che si adegui con tanta rapidità a un m,utamento radicale del profilo dell’immigrazione, nonostante sia una società composta più di ogni altra proprio da immigrati (dal resto d’Italia).
    Allora, la velocità del fenomeno – non la sua natura – diventa un problema. E’ un problema oggettivo di governo del fenomeno, non di posizionamento soggettivo rispetto alla “giustezza” o meno del fenomeno stesso. Tu devi dare alla società autocnona il tempo di “digerire” il cambiamento, e ai nuovi entranti il tempo di integrarsi. Pena uno stravolgimento che non può che creare frizioni. Con i tassi di crescita economica asfittica degli ultimi 20 anni e quellki addirittura negativi di questo periodo, un processo del genere non può che essere lungo. E questa è una roba – peraltro banale – che la sinistra non ha mai capito, mai.

    2) Medio termine. E’ almeno dall’Ottocento che si parla di “esercito industriale di riserva” per definire qualla massa di persone tenuta ai margini del mercato del lavoro funzionale al capitale per negoziare i più bassi salari e le peggiori condizioni per quelle persone che invece vengono incluse nel mercato del lavoro. Confindustria è una delle principali sostenitrici della necessità di aumentare i flussi di immigrazione. L’aumento massiccio della presenza di immigrati, dal punto di vista temporale, ha coinciso (ultimo ventennio) con lo “scassinamento” del emrcato del lavoro in Italia, con il peggioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori (tutti, italiani e non) e il crollo della quota relativa attribuibile ai salari nella richeezza prodotta in rapporto a quelle di profitti e rendite. Questi fatti non dicono niente alla sinistra? Se non gli dicono niente, non è più sinistra, al di là del catalogo walt disney di nomi con cui continuano a chiamrsi gli eredi del PCI e affini.

    3) Prospettiva. Il combinato disposto dei due punti precedenti ci raccontano un paio di cosette sul futuro che stiamo costruendo per questo paese. Se tu continui a tenere aperto il rubinetto dell’immigrazione al massimo, immettendo quantità ampie di flussi a velocità elevata, non puoi pensare che la società autoctona trovi il tempo e i modi di integrare gli immigrati, esattamente come non puoi pensare che chi arriva trovi tempi e modi per integrarsi. In condizioni di crescita economica strutturalmente bassa, poi, non puoi non sapere che quel rubinetto aperto al massimo non può che far crescere ulteriormente la massa delle persone tenmute ai margini e far duqnue peggiorare le condizioni e i salari di chi lavora. E’ impossibile che possa avvenire il contrario. Ma allora, che razza di società stiamo costruendo?

    Personalmente non ho nula contro la società multiculturale, ho solo molti dubbi che questo sogno (di alcuni) possa concretamente realizzarsi senza coflitti e prevaricazioni di una cultura su altre. Peraltro, il rispetto delle altre culture non significa affatto – per me – relativizzare la grandezza e l’eccellenza della cultura occidentale: Nessuno, che non racconti balle propagandistiche o non sia acciecato dall’ideologia iperrelativista, può sinceramente affermare che sia qui, in Europa, che la storia abbia prodotto i più alti livelli di civiltà… basterebbe pensare alle condizioni di vita dei poveri, a quelle delle donne, dei bambini delle fasce deboli in generale, al fatto che l’omicidio sia stato fondamentalmente sradicato non dai codici legali, ma dai codici comportamentali della maggior parte degli individui… un fatto di per sé straordinario. Dunque, bene pure il multiculturalismo, ma – fanculo – la cultura europea ha i suoi primati e vanno riconosciuti e fatti riconoscere.

    Incidentalmente dico che ho invece molto in contrario – l’ho sempre avuto, da comunista e da ateo – contro le chiese e contro le religioni. in questo non sono affatto liberale. E trovo allucinante che oltre a non procedere alla chiusura delle chiese (che sarebbe un obiettivo minimo di sradicamento “dell’oppio di popoli”), qui la cosiddetta sinistra stia anche dietro all’aperura delle moschee.

    daniele,milano

    • Faccio tre brevi considerazioni.

      L’argomento “non potrei essere razzista a causa del miscuglio di provenienze dei miei avi” è un argomento che non sta in piedi, sembra quello dei “non ho nulla contro i gay, infatti ho un sacco di amici gay”. Questo non per darti del razzista, ma proprio perché, secondo me, l’argomento non sta in piedi.

      Sul fatto che l’Italia sia terra di migrazioni da 4 o 5 anni, mi sembra che sia un’interpretazione troppo tecnica, dato che guardando al solo saldo migratorio (che credo sia il dato che prendi in considerazione) si perde di vista che le migrazioni in Italia non sono un fatto degli ultimi 4 o 5 anni, ma un fenomeno che circa 20 anni fa ha impattato sull’immaginario italiano con gli sbarchi in Puglia. Il surplus del saldo migratorio è solamente un momento all’interno di un processo di più lungo periodo. (Nel caso trattato nel post, inoltre, si considera nello specifico la questione degli sbarchi, che ha un forte impatto mediatico, ma un’importanza marginale rispetto all’intero fenomeno. Però è molto redditizio nelle cabine elettorali.)

      Infine, non penso di potermi definire propriamente un praticante, ma credo che la vocazione della sinistra sia anche quella di battersi perché i diritti e le libertà di tutti siano rispettate, per questo anche io sto dietro alla apertura delle moschee.

      Ciao,
      stefano

      • Sul primo punto: un buon quarto della mia famiglia è finita in campo di concentramento. Diciamo che quantomeno ho avuto un’educazione piuttosto precisa in merito.

        Sono d’accordo sul dato tecnico, ma quello è solo la certificazione definitiva di quanto sia recente il fenomeno. Vent’anni sono niente in termini di processi di trasformazione sociale. Mettere il dato quantitativo accanto a quello temporale (=velocità) serve a capire che Il cambiamento cui ha assistito o partecipato una sola generazione ha una portata che “normalmente” (mi riferisco ai processi storici) è stata “digerita” da più generazioni. Non puoi pretendere che mia nonna che ha 102 anni possa adattarsi a una trasformazione così radicale e profonda con la stessa “agilità” con cui lo può fare un ventenne, davvero non puoi. Io stesso, che non sono esattamente un vecchietto, sono rimasto molto stupito (e in parte spaesato) quando da pasdaran dei mezzi pubblici m’è capitato di trovarmi la sera su un tram nella mia città (e chi è di Milano sa quanto il tram sia il simbolo stesso della città) unico italiano tra una ventina di persone che parlavano almeno tre lingue diverse. Fai fatica in quei casi a sentirti “a casa”, saltano i riferimenti della tua Heimat. E tutto è successo in pochissimi anni… a me tra il liceo e l’università.

        Dunque o tu regoli i flussi e costruisci meccanismi attraverso i quali avvicini chi arriva alla tua cultura e consenti alla tua cultura di inglobare pezzi di quelle che arrivano, oppure è quasi matematico, meccanico, che si creino conflitti. Io credo che ci siano davvero pochi posti in Europa con la capacità di integrazione di Milano (e dico soprattutto Milano, molto più che non la Lombardia), ma anche questa straordinaria macchina d’integrazione che è la mia città ha dei limiti. Non mai capito come la cultura sedicente di sinistra abbia perfettamente colto il concetto di limite quando si parla di sviluppo (sostenibilità) e invece appaia del tutto incapace, direi quasi completamente idiota, nel coglierlo relativamente per esempio all’immigrazione. Se metti una manciata di sale nell’acqua della pasta ottieni un cibo gustoso, se ce ne metti mezzo chilo una schifezza. Non mi pare difficile da capire.

        Quanto infine alle religioni – che era un inciso ideologico, non una constatazione pragmatica, come ho esplicitato – io invece penso che costituiscano (in particolare le 3 monoteiste), oltre che un terrificante sistema di potere, un eccezionale freno alla comprensione razionale dei fenomeni e alla ricerca di soluzioni pratiche. Naturalmente anche lì ci sono differenze da fare. E l’islam, tra le 3, non mi pare certo la meno involuta. Ci sono elementi – in parte di quelle culture religiose – che sono semplicemente inaccettabili per chi voglia proseguire sul cammino della civiltà (a partire dalla considerazione per la donna e il suo ruolo).

        daniele,milano

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