Politica, non ti conosco ma mi manchi

Dell’editoriale di Jacopo Tondelli – pubblicato oggi da Linkiesta, che descrive lo spaesamento preventivo del Paese, di fronte alla possibilità, con le prossime elezioni, dell’uscita di scena di Monti – mi ha colpito particolarmente un passaggio:

Ma non è solo da Via Solferino, dove Mario Monti è di casa da decenni, che si leva il plauso al governo di bonifica guidato dal Professore. Anche la Repubblica, con Massimo Giannini, sottolinea che il grande capitale vuole il bis. Cita Giovanni Bazoli e Federico Ghizzoni, Tomaso Cucchiani, Franco Bernabè e perfino Marco Tronchetti Provera: tutte le correnti del capitalismo italiano, anche storicamente lontane o avverse tra di loro, sono iscritte al partito di Monti. L’unico a non essere menzionato, tra i grandi vecchi ancora in sella, è l’Ingegner Carlo De Benedetti, ma nessuno dubita che anche l’editore di Repubblica sia iscritto alla corrente del “montismo” e fin dal primo giorno.

Molto, ma davvero molto, curioso che tutte le correnti del capitalismo italiano siano d’accordo sull’operato di Monti. Ma c’è di più:

Ma non sono solo le élite a guardare con spavento alle urne che ogni giorno si fanno più vicine. E non sono solo i partiti che, repressa appena qualche inquietudine, mentre si sciolgono al primo sole non sanno certo resistere alla guida fredda e senza sbavature di Monti. No. È il paese stesso che, dopo un ventennio di urla e ribaltoni, teatrini e soubrette, promesse mirabolanti e riforme mai fatte, si ritrova tutto sommato soddisfatto del governo che ha, e poco importa se non lo ha votato. Certo, non mancano rabbie latenti e manifeste, alimentate da una crisi economica che entra sempre più a fondo nella carne viva di famiglie e imprese. Ma anche lì, dove la rabbia e la paura si fanno più buie, dove i 1000 euro che prima arrivavano a fine mese non arrivano più, c’è da giurare che un ritorno al passato non sarebbe gradito. Anzi. Nessuno ha voglia di una campagna elettorale fatta di grida e accuse, di nuove promesse fatte da bocche logorate da tutte quelle che non hanno saputo mantenere.

Tutti d’accordo. Tronchetti Provera, la casalinga di Voghera, il lavoratore dipendente, il microimprenditore, passando per De Benedetti. E l’aspetto preoccupante è che è tutto vero. Vero l’ampio consenso nei confronti di Monti – come scriveva anche Ilvo Diamanti ieri su Repubblica. Vero il timore di un’Italia senza Monti, se pensiamo agli ultimi venti anni.

Pensavo che la cosa non mi piace, per niente. Il motivo è semplice. Il compito della politica è quello di rappresentare interessi contrastanti, di limitare lo scontro tra questi interessi – che altrimenti sarebbe insostenibile per il sistema – attraverso delle regole e di condurre questo scontro entro i limiti stabiliti dalle regole, per giungere a delle decisioni, che rispecchieranno la forza degli interessi in gioco. Ora, o sono scomparsi gli interessi e ci troviamo – all’improvviso – in un mondo in cui le risorse sono infinite e gli esiti del conflitto sono uguali per tutti i partecipanti, o esiste il rischio che il conflitto non sia più visibile, ma che esista comunque, che stia accumulando energia, pronto ad esplodere.

Sbaglio, perché esiste una terza soluzione. Il conflitto c’è, ma non esiste la volontà necessaria per rilevarlo, descriverlo, renderlo sistemico, interpretarlo.

Ecco perché è necessario il ritorno alla politica. E ben vengano le elezioni, alle quali parteciperanno bocche non logorate e capaci di interpretare il cambiamento, ci auguriamo.

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