Quindici anni in due commi

Questo decreto è irricevibile, siamo molto preoccupati significa che non potremo più usare la liquidità per circa 9 miliardi di euro. Vuol dire che un Comune di 80-90 mila abitanti non potrà più disporre di qualcosa come 300-500 mila euro frutto finora degli interessi bancari.

Uno degli attacchi più decisi, oltre a quelli di matrice leghista, ai commi 8 e 9 dell’art. 35 del decreto liberalizzazioni proviene da Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci. A seguire, Flavio Zanonato, sindaco di Padova, anch’egli democratico, anch’egli dell’Anci:

Una nuova botta all’autonomia dei Comuni: un’altra dimostrazione che in questo Paese il federalismo si pratica solo a parole, per essere poi puntualmente smentito dai fatti.

Come oramai saprete, i commi sopra citati prevedono la scomparsa delle tesorerie comunali e il trasferimento delle risorse dei Comuni, lì depositate, alla tesoreria statale.

Di cosa stiamo parlando, quando parliamo di tesoreria unica? Il regime di tesoreria unica è stato introdotto nel 1984 e prevedeva che tutte le risorse dei Comuni fossero versate alla Banca d’Italia, su due conti separati. Su un conto, infruttifero, confluivano tutte le risorse trasferite dallo Stato. Sull’altro conto, fruttifero, confluivano le risorse prelevate direttamente dagli Enti locali. Quando il Comune doveva effettuare un pagamento, era tenuto a prelevare prima le risorse dal conto fruttifero. E’ necessario specificare che, ai tempi, la maggior parte delle risorse dei Comuni erano intermediate dallo Stato e finivano perciò sul conto infruttifero. Di conseguenza, gli Enti locali avevano una capacità di gestione della propria liquidità praticamente nulla, così come era praticamente nulla la possibilità di percepire degli interessi su questa stessa liquidità.

Nel 1997 è stato introdotto il regime di “tesoreria mista”, che nel 2008 è stato esteso a tutti gli Enti locali. Il sistema è misto perché prevede che le entrate provenienti dallo Stato finiscano su conti speciali presso le tesorerie provinciali, gestite dalla Banca d’Italia, mentre tutte le altre entrate possono essere depositate presso i tesorieri dell’Ente locale.

I vantaggi della gestione della liquidità comunale tramite una propria tesoreria sono diversi. In primo luogo, un maggior controllo delle risorse liquide può permettere una migliore capacità di pianificazione nell’uso delle stesse. In secondo luogo, la possibilità di rivolgersi al mercato ha permesso ai Comuni di beneficiare di migliori tassi di interesse, mettendo “a gara” la gestione di capitali, alle volte, piuttosto consistenti. C’è da dire che, in alcuni casi, i Comuni hanno abusato di tale possibilità, avventurandosi nel felice mondo dei derivati. Infine, alcuni osservatori hanno rilevato come la vicinanza geografica abbia reso più semplice i pagamenti.

Il decreto liberalizzazioni sancisce, di fatto, il ritorno al sistema di tesoreria unica. Perché? Perché, attraverso questa manovra, lo Stato centrale contabilizza gli 8,6 miliardi di euro al momento depositati presso le tesorerie degli Enti locali sul proprio bilancio, “a copertura”, per accrescere le garanzie della Tesoreria. In questo modo lo Stato potrà ridurre il ricorso ai mercati per finanziarsi, risparmiando, sugli interessi che dovrebbe pagare, 300 milioni (circa) nel 2012, 150 nel 2013 e altri 150 nel 2014.

Lo Stato spenderà queste risorse per ripianare dei debiti, magari prodotti da comuni poco virtuosi o dalla stessa amministrazione statale? Sul punto c’è molta confusione. In linea di principio, no. Abbiamo chiesto al responsabile Economia del Partito Democratico, Stefano Fassina, il quale ci ha garantito:

Le risorse rimangono, fino all’ultimo euro, del comune che le versa. Cambia la tesoreria, ma non c’è appropriazione di fondi. È una centralizzazione che aiuta il Tesoro nella gestione del debito, ma è pur sempre una centralizzazione.

Quali sono le cose che non tornano, perciò? In primo luogo, ciò che, da anni, non torna è il patto di stabilità interno. Qualche manciata di miliardi di euro depositati presso le tesorerie degli Enti locali e non spendibili sono il problema centrale. Da ciò discende un secondo problema: gli Enti locali virtuosi, che hanno dei risparmi presso le proprie tesorerie, per anni si sono impegnati nel rispettare il patto di stabilità, con la promessa che queste risorse, prima o poi, saranno rese disponibili. Con questo provvedimento non si tocca il patto di stabilità e inoltre si privano le autonomie della possibilità di gestire come vogliono queste risorse e quindi di percepire interessi superiori. Al contrario, queste stesse risorse verranno utilizzate per garantire la Tesoreria statale, risparmiando allo Stato il pagamento di interessi derivanti dall’emissione di debito: nella sostanza, tolgo maggiori entrate agli Enti locali e diminuisco le uscite dello Stato centrale (una sorta di scambio di flussi derivanti dagli interessi, uno swap Enti locali – Stato centrale), con buona pace dei Comuni che quelle risorse le hanno accumulate tagliando prestazioni e servizi e a tutto vantaggio di chi, invece, ha contribuito alla crescita del debito pubblico (sia esso statale o degli Enti locali).

La questione, depurata dagli interessi partitici, è questa. Sembra invece molto azzardato sostenere che questi soldi siano già stati spesi e che questi soldi sono stati scippati (semmai è stato scippato un surplus di futuri interessi che su questi soldi sarebbero maturati), come sembra molto azzardato sostenere che per gli Enti locali non cambia nulla, e sembra anche azzardato escludere, come conseguenza dell’ultima affermazione, che non sia in ballo la responsabilizzazione delle autonomie locali.

Una nota finale per il Partito Democratico: se si vuole fare il federalismo delle buone pratiche, se si vogliono riportare al centro i Comuni, se si vuole fare il partito dei sindaci, se vogliamo dimenticare anni di “L’Abruzzo? Un peso morto” e si vuole riprende quel cammino del quale le tesorerie comunali non erano che una tappa (“è una procedura  che  riporta  gli  Enti locali  indietro  di  15  anni” – ci ha scritto il senatore Musi). Se si vuole, dicevo… Ecco.

 

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12 thoughts on “Quindici anni in due commi

  1. Bravo anche qui a Stefano. Un consiglio? Fai una telefonata a Fassino e intervistalo sulla questione, ha già fatto qualcosa di critico verso il patto di stabilità.

    • Personalmente rovescerei la domanda:
      posto che l’opzione separatista dovrebbe essere vista in modo del tutto laico, quindi senza assurdi preconcetti moralistico-unitaristi, perchè vi ostinate a non appoggiare questa opzione, per la Regione Lombardia e per la Regione del Veneto, pur restando all’interno del PD?
      Forse che in una Repubblica Lombarda indipendente nell’UE o in un Veneto Stato indipendente nell’UE non ci sarebbe un Partito Democratico? Forse che il sostenere le ragioni della separazione, secondo procedure pacifiche e democratiche, impedirebbe di preoccuparsi comunque della difesa dei cosiddetti diritti civili, oppure impedirebbe di sostenere le ragioni dell’immigrazione, oppure impedirebbe di rivendicare l’esistenza di un welfare state robusto ?

      Davvero, non capisco perchè i giovani piddini del Nord più lucidi si ostinino a difendere un’unità che fa solo male (e tantissimo) alle nostre Regioni e non capisco perchè si siano fatti prendere prigionieri dal culto (inconsapevolmente fascista, senza se e senza ma) del tricolore e dell’unità savoiarda, costruita come mito imperialistico in un secolo di tragedie e lutti.
      Va bene che dalle elezioni europee del 1999 la Lega Nord ha dato il peggio di sè, sporcando ampiamente il separatisto e le tematiche stesse dell’autogoverno, però sarebbe anche ora di superare questi traumi infantili. Oppure volete assistere indefessamente alla distruzione del Lombardo-Veneto a colpi di centralismo, lasciando per giunta che siano Lega e PDL a gestire in modo scellerato e sadomasochistico le nostre Regioni, perchè così si fa un dispetto a quel cattivone razzista e ignorantotto di Bossi e alla sua banda di buffoni?

      • Personalmente, rimango nel PD perché una delle ambizioni è quella di cambiare il contesto, di cui parlavo nel post precedente. E per questo sono unitarista. Non credo di essere prigioniero di un culto, ma semplicemente mi sento italiano. Le migrazioni interne alla penisola sono la storia della mia famiglia (e di tante altre) e mi piace questa storia. Poi voi dite che la mia è retorica patriottarda e sventolii di bandiere, ma non è così, si tratta (credo) di sentimenti e della speranza di poter cambiare il Paese, tutto intero, perché io sono affezionato a questa entità statuale, che piaccia o meno, che funzioni o meno. Per questo cerco di raccontare i dati così come sono (oltre la retorica patriottarda ma anche separatista – se permettete), senza fare il tifo, per fare in modo che le cose cambino, da Varese a Salerno (per riprendere la campagna di affissioni varesine di questi giorni).
        Da quando c’è On the Nord mi sono beccato anche dei ceffoni allucinanti da alcuni di voi, ma li incasso volentieri e cerco di portarmi a casa qualcosa di buono (e di non separatista! :)) da ogni commento.
        Saluti,
        stefano

      • @ Stefano

        Sai che i miei ceffoni sono quelli di un fratello maggiore 🙂
        E’ che vedere persone intelligenti che sprecano tempo in speranze controproducenti mi fa incazzare, proprio come se un tuo fratello perdesse tempo con le ragazze sbagliate.

        Ciao Ste, buona serata,
        Alex

  2. Il concetto importante è che, sia che siano nelle tesorerie locali, che siano in quella nazionale, quei soldi NON possono essere spesi dagli enti locali, causa patto di stabilità (stabilito per legge dello Stato). Quei soldi sono SEMPRE stati nominalmente intestati al rispettivo ente locale, ma non sono MAI stati nella disponibilità dell’ente, perché bloccati nel conto da legge dello Stato.

    Quel che succederà (secondo me) è che lo Stato spenderà la liquidità intestata agli enti locali (ma mai stata nella loro disponibilità) e poi piazzerà nei conti dei singoli enti locali presso la tesoreria di stato una “cambiale” con scritto “pagherò”. In questo modo lo Stato risparmia gli interessi sul debito pubblico, perché usa la liquidità intestata agli enti locali, anche se al tempo stesso si indebita (a tasso infimo) con gli enti locali intestatari.

    Quando restituirà i soldi non è poi molto importante: tanto gli enti locali quei soldi, per legge (patto di stabilità), non li possono spendere. Gli enti locali invece ci perdono tassi d’interesse vantaggiosi, ma anche lì, poco conta: tanto sono sempre guadagni che non possono essere spesi.

    Benvenuti nel magico mondo del patto di stabilità.

    • Autonomia (non separatismo) significa anche riconoscere che i risparmi del tal ente sono suoi. E il fatto che il patto di stabilità ne blocchi il libero uso non significa comunque obbligare a depositarli presso una cassa unica statale.
      Di fatto, qui si stanno utilizzando gli artifici contabili propri della grande finanza internazioanle (quella che il buco globale ha contribuito a generarlo) per affossare l’ombra dell’autonomia locale italiana.

      Inoltre non si capisce allora perchè venga siglato il patto di stabilità comunitario, se poi lo stato può bypassarlo mentre gli enti locali virtuosi (I NOSTRI!) devono nel frattempo subirlo, licenziando dipendenti e tagliando servizi. Mentre, sempre nel frattempo, gli enti locali del Lazio-Mezzogiorno continueranno a generare voragini contabili e a vedersi ripianati, o di riffa o di raffa, i propri debiti.

      In ogni caso, questa vicenda spiega meglio di cento altre giustificazioni perchè E’ VENUTO IL TEMPO DI SECEDERE.
      Del resto, se una cosa così fosse accaduta ai tempi di Crispi, i socialisti sarebbero scesi in piazza armati per bruciare i tricolori e cacciare i prefetti. E avrebbero fatto bene. Ma quelli, naturalmente, erano altri tempi. Adesso, noi uomini liberi, democratici ed evoluti, siamo pronti a farci asservire dal grande fratello statuale senza colpo ferire, distratti da qualche tweet su primavere arabe o caucus iowani.
      La discesa verso l’autoasservimento alla tecnocrazia statual-comunitaria è cominciata da tempo, solo sta finendo la vasellina. E fa più male. Ma se chi è sempre stato pronto a scendere in piazza per qualsiasi cosa adesso volta lo sguardo dall’altra parte (che si chiami Lega o PD fa lo stesso) allora non c’è più grande speranza.

      Ecco la vera morale: finito Berlusconi, tutti pronti a diventare veramente schiavi.

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