Il nord, nel bene e nel male (parte seconda)

La Lombardia del buon governo

Torniamo all’inizio di questa storia, all’Ufficio di presidenza della Regione Lombardia, e una telefonata intercettata, e riportata dall’Eco di Bergamo:

«Il materiale loro lo vogliono pulito, così com’è adesso, vai lì e prendi paura. C’è dentro: legna, plastica, cellophane, c’è dentro di tutto, tubi di plastica, anche roba grossa, è sporco tantissimo insomma, vai lì a vedere, sembra la discarica lì». La telefonata, intercettata dai carabinieri, è di Bartolomeo Gregori, 42 anni, di Telgate, il responsabile della gestione dei mezzi e degli autisti dell’impresa Locatelli. È il 9 luglio e Gregori sta parlando con Giovanni Battista Pagani, 51 anni, di Pontoglio, ritenuto il factotum di Pierluca Locatelli (entrambi si trovano ora agli arresti domiciliari, ndr). Frasi eloquenti, secondo chi indaga, sul presunto traffico illecito di rifiuti che sarebbero stati riversati – è la tesi dell’accusa – nel fondo stradale della Brebemi dall’impresa di Grumello del Monte, oggi nell’occhio del ciclone.

Al centro dello scandalo, ricorderete, c’è Franco Nicoli Cristiani, vicepresidente PdL del consiglio della Regione Lombardia ed ex assessore (per due legislature) all’Ambiente. Leggiamo su Repubblica:

I reati contestati sono traffico di rifiuti illeciti e corruzione aggravata. Che sono poi i due pilastri, anche dal punto di vista “tematico”, sui quali si basa l’indagine. L’ordinanza è divisa in due parti distinte: la prima ha a che fare con il traffico di rifiuti, l’altra sui reati contro la pubblica amministrazione. Iniziamo dai rifiuti. ll sistema escogitato da Locatelli funzionava così: anziché trattare e smaltire a norma di legge gli scarti pericolosi che le sue aziende ricevevano da diverse acciaierie lombarde, li faceva interrare nei cantieri della Brebemi.

In pratica: i fondi della massicciata di alcuni tratti della nuova autostrada (Brebemi è parte lesa nell’inchiesta e si costituirà parte civile) sono in costruzione su un base di rifiuti non trattati e scorie miscelate con materiale di demolizione. Locatelli è accusato di aver operato in modo illecito. Anche e soprattutto grazie ai suoi appoggi nel mondo della politica. Al centro del capitolo che riguarda Nicoli Cristiani e la mazzetta da 100mila euro c’è invece una cava destinata a ospitare amianto. Per dare il via libera a far partire l’impianto, Nicoli avrebbe accettato – secondo i pm bresciani – la stecca in oggetto: il denaro consegnatogli da Locatelli è stato trovato dai carabinieri nello studio del suo appartamento. “Sono rovinato”, ha esclamato il politico al momento dell’arresto

Gli ingredienti sembrano esserci tutti. Palazzo e Mafie, a seguito delle indagini, sembrerebbero evidenti. Il luigino si nasconde dietro alle aziende (le acciaierie, in questo caso) che, verosimilmente, permettevano la gestione del proprio ciclo dei rifiuti ad aziende che, presumibilmente, lavoravano con tariffe fuori dal mercato. Attenzione, potremmo trovarci di fronte a un caso di luigino assolutamente “in buona fede”, “a sua insaputa”. E i contadini danneggiati? Sono almeno due: l’azienda che smaltisce i propri rifiuti a prezzi di mercato e l’azienda che non si è aggiudicata il cantiere della Bre-Be-Mi perché la competizione probabilmente era truccata.

Poco più di una settimana fa, un secondo esempio. Questa volta nell’occhio del ciclone ci finisce Massimo Ponzoni. Eletto consigliere regionale della Lombardia, con Forza Italia, per la prima volta nel 2005, con la bellezza di 19.866 preferenze, nel 2006 è stato nominato prima assessore alla Prevezione, Protezione civile e Polizia Locale, e quindi, nel 2008, assessore alla Qualità dell’Ambiente. Rieletto nel 2010, assumerà l’incarico di consigliere segretario dell’Ufficio di Presidenza. Un forte consenso costruito sul territorio, a Desio, dove nel 1995 fondò la sezione locale di Forza Italia e dove mosse i primi passi in Consiglio Comunale. Successivamente diventerà consigliere di amministrazione dell’autodromo di Monza e coordinatore provinciale del PdL.

Un consenso che, stando a quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, sembra quasi organizzato, perché l’esistenza di una “cricca brianzola” coordinata da Ponzoni – protagonista della politica dal 1995, quando giovanissimo fu eletto consigliere comunale per Forza Italia con un record di preferenze – era nota a tutti. I nomi, gli affari sospetti, le connessioni pericolose con la ‘ndrangheta venivano denunciati pubblicamente da anni dall’opposizione di centrosinistra a Desio, cittadina in provincia di Monza epicentro del potere del numero del Pdl in Brianza, e riportate dai giornali. Non solo quest’ultima per corruzione, bancarotta e altri reati, ma anche nell’operazione Infinito del 13 luglio 2010 – un anno e mezzo fa – contro la ‘ndrangheta in Lombardia. Dove Ponzoni veniva definito “capitale sociale” dell’organizzazione criminalee Desio il trapianto “meglio riuscito” della criminalità calabrese al Nord, arrivata fino ai “gangli” dell’amministrazione locale. Possibile che solo Formigoni e i vertici del partito berlusconiano siano rimasti all’oscuro per tutti questi anni?”.

E i gangli dell’amministrazione locale rispondono ai nomi di “Franco Riva, ex sindaco di Giussano, Antonino Brambilla, vicepresidente della provincia di Monza e Brianza, Rosario Perri, ex assessore provinciale e storico direttore dell’Ufficio tecnico del Comune di Desio, Filippo Duzioni, imprenditore bergamasco accusato di aver pagato una tangente a Ponzoni”. Anch’essi arrestati.

Dove si sostanzierebbe la teoria della tavola imbandita dai Contadini? Ovviamente nei reati contestati a Ponzoni. Riportiamo sempre da Il Fatto Quotidiano:

A Ponzoni sono contestati reati contro la pubblica amministrazione, in particolare diversi episodi di corruzione, concussione e peculato. Determinati, secondo la Procura di Monza, “dalla capacità di Ponzoni Massimo di determinare, almeno in parte, i contenuti dei Piano di governo del territorio di Desio e Giussano, assicurando ad imprenditori a lui vicini (referenti di importanti gruppi societari) cambi di destinazione di terreni (da agricoli a edificabili), grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni (a loro volta destinatari di denaro e/o altri vantaggi, anche solo in termini politico elettorali)”. Un ruolo chiave nell’indagine ha assunto la figura del’imprenditore Duzioni, il quale, a capo di un gruppo di aziende di consulenza, avrebbe trattato grosse somme di denaro frutto degli accordi corruttivi. Duzioni è accusato tra l’altro di aver pagato a Ponzoni una tangente di 220 mila euro per operazioni urbanistiche a Desio.

La seconda tranche dell’indagine riguarda oltre alla Mais, la bancarotta dell’Immobiliare Pellicano srl, che aveva sede a Desio, in provincia di Monza e Brianza, nella segreteria politica di Ponzoni. Tra i soci figuravano esponenti di punta del Pdl lombardo: l’attuale assessore regionale Massimo Buscemi, il consigliere regionale Giorgio Pozzi e Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia e moglie del parlamentare berlusconiano Giancarlo Abelli, già condannata per riciclaggio. Immobili di lusso costruiti da Pozzi, con la società General Project & Contract, sono interessati al “condono” dei sottotetti attualmente in discussione in consiglio regionale.

L’indagine sulla Pellicano e sull’Immobiliare Mais nasce alla fine del 2009 e si è sviluppata su due fronti. Uno che riguarda reati contro il patrimonio (appropriazione indebita sfociata anche in ipotesi di bancarotta fraudolenta) e finanziamento illecito a esponenti politici in relazione al sostenimento di spese, sia per la campagna elettorale di Massimo Ponzoni sia per fini personali, addebitate a una serie di compagini societarie, riconducibili sempre a Ponzoni e amministrate dall’allora socio e uomo di fiducia, il ragioniere Sergio Pennati – l’autore della lettera che accusa Formigoni – anche attraverso il ricorso alle false fatturazioni. Le due sono state dichiarate fallite dal Tribunale di Monza nel 2010, a seguito degli accertamenti condotti nel corso delle indagini.

Una notizia di ieri, pubblicata dall’Espresso, sembra arrivare a pennello per descrivere il ruolo giocato dai Luigini, attraverso le competenze che offrono:

Pochi giorni fa i giudici elvetici hanno trasmesso ai pm milanesi nuovi documenti bancari, che sembrano quasi la fotografia di un peccato originale. Un sistema di conti esteri che per almeno un decennio, quello dell’ascesa e consacrazione del governatore lombardo, ha nascosto e custodito un fiume sotterraneo di finanziamenti che irrorava una specie di cupola di Cl. Soldi versati segretamente da aziende del gruppo Finmeccanica, compresa l’ormai famosa Selex (già Alenia), e dai petrolieri italiani coinvolti nello scandalo Oil for food. Ora le carte documentano che il conto più importante era gestito da due tesorieri ciellini. Almeno uno di loro, negli stessi anni, viveva vicino a Formigoni. Molto vicino. Praticamente sotto lo stesso tetto.

Insieme a Formigoni, allo stesso indirizzo di via Villani 4 ha vissuto per anni Alberto Perego, un fiscalista milanese degli studi Sciumè e Interfield. Lo dichiara lui stesso, il 13 ottobre 2006, deponendo in procura come testimone nell’inchiesta Oil for food. Il pm gli chiede se per caso è lui a essersi intestato, per conto dei Memores, un deposito svizzero chiamato Paiolo: è il forziere dove tra il 1994 e il 2004 sono finiti, tra l’altro, 829 mila dollari versati dalle industrie militari del gruppo Finmeccanica. Perego conferma di far parte dei Memores, spiega che nella casa-comunità di Formigoni viveva anche il suo segretario Fabrizio Rota, ma smentisce qualsiasi pasticcio elvetico: “Non ho mai avuto conti esteri né alcun rapporto con Finmeccanica”. Il pm Alfredo Robledo, sulla base di altri documenti e testimonianze, lo indaga per falsa testimonianza. Ora sta per aprirsi il processo. E la Svizzera, il 12 gennaio scorso, ha finalmente trasmesso il documento ufficiale con i nomi dei beneficiari del conto Paiolo, aperto nel lontano 1991, prima di Tangentopoli, alla Bsi di Chiasso.

Il primo titolare è proprio Alberto Perego. Ma la vera sorpresa è che il conto Paiolo, quello che ha custodito fino al 2004 i soldi di Finmeccanica poi travasati verso ignote destinazioni, ha anche un secondo contitolare. Un altro tesoriere occulto di Cl, secondo l’accusa. Che almeno per ora resta senza identità: le autorità svizzere hanno cancellato il suo nome dalle carte. E la procura di Milano non ha fatto una piega, perché rientra nelle regole del gioco: è il segno che si tratta di una persona che finora non è mai emersa nelle indagini italiane. Per cui ha diritto di restare protetta dal segreto bancario svizzero. Morale: nella saga dei conti esteri dell’aristocrazia ciellina, spunta un nuovo mister X delle tangenti bianche.

Sul governatore assediato, però, incombono emergenze giudiziarie più gravi del processo all’amico Perego, destinato a quasi sicura prescrizione.

Dove sono i Contadini?

Ci sono tutti, ma proprio tutti. I Luigini che mettono a disposizione le proprie competenze, il Palazzo “catturato”, le Mafie. Poi ci sono anche i Contadini, che ricoprono un ruolo di secondo piano, ai fini della nostra storia, ma assolutamente indispensabile per creare la ricchezza che viene spartita dal sistema sopra descritto. Non si vuole qui sostenere che il sistema sia universale, cioè che tutto il Palazzo ne faccia parte, ma non si vuole nemmeno essere tanto ingenui come Roberto Formigoni, il quale sostiene che si tratti di vicende che “attengono integralmente alla responsabilità personale delle singole persone” e che non coinvolgono “minimamente la Regione Lombardia, nè l’amministrazione regionale”. Alcuni elementi costitutivi del Palazzo – proprio quello, di Palazzo: il Pirellone – e che siedono ai piani più alti, all’Ufficio di Presidenza, sembrano proprio fare parte del sistema. E anche se i casi giudiziari fossero “strettamente personali”, il caso politico è strettamente regionale: in queste condizioni è difficile andare avanti, per la politica e, soprattutto, per i produttori di ricchezza che vengono spremuti da questo gioco in cui a vincere è sempre il “tavolo”. Parliamo del tessuto produttivo diffuso del nord Italia, costituito da piccole, medie e micro imprese, già sufficientemente messo in difficoltà da una tassazione stratosferica, rispetto ai servizi ricevuti, abbinata a una buona propensione al pagamento delle tasse (l’intensità dell’evasione Lombarda è in linea con gli standard centroeuropei, con la particolarità che sembra concentrarsi nelle imprese con alta capacità di reddito), dalla difficoltà di pagamento da parte dello Stato (tempo medio di pagamento nel 2010 pari a 186 giorni, in crescita rispetto al 2009, mentre in Francia si contano 65 giorni, in Germania 36 giorni e nel Regno Unito 48 giorni – dati in diminuzione rispetto al 2009) e delle stesse imprese più grandi, che beneficiano anche di un miglior accesso al credito rispetto alle PMI, da un costo dei fattori produttivi molto elevato (paghiamo il gas fino al 50% in più degli inglesi), da delle liberalizzazioni che sono funzionate solo in parte, se pensiamo che il prezzo del gas è aumentato del 43,3% negli ultimi dieci anni, e così “le bollette dell’acqua (+25,5%) e i biglietti dei trasporti ferroviari (+23,6%), a fronte di un’inflazione del 4,9%”.

Si spiega così la “questione settentrionale”, che rispetto agli anni in cui si affacciava sul panorama politico si è arricchita di un elemento, che esula dalle relazioni tra centro e periferia dello Stato, tra Roma e le Regioni, che va oltre il federalismo e riguarda il nord in quanto tale.

La sfida è farsene carico. Noi ci proviamo, a cominciare da Varese.

Per chi non potrà esserci, seguite il liveblogging. Su On the Nord, naturalmente.

(La prima parte è qui).

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2 thoughts on “Il nord, nel bene e nel male (parte seconda)

  1. Pingback: Luigini e contadini (parte seconda) | [ciwati]

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