Il nord, nel bene e nel male (parte prima)

Le vicende che hanno travolto, negli ultimi mesi, l’ufficio di presidenza della Regione Lombardia, erano prevedibili. Ovviamente il sottoscritto poteva solo lontanamente percepire, leggendo le cronache locali, che vi fosse qualcosa di oscuro, tra Desio e Milano. Qualcun altro, invece, sapeva tutto, ma non poteva denunciare, non per mancanza di volontà: perché mancavano i nomi. Il sistema, la struttura, però, era chiara. Quel qualcosa di oscuro è una parte del “lato oscuro della questione settentrionale”, sottotitolo di “Luigini contro Contadini”, di Gabrio Casati. Nel modello elaborato da Casati, gli attori principali sono contadini, luigini, assistiti, palazzo e mafie. Dal “lato oscuro” sono esclusi gli assistiti. E se palazzo e mafie sono di – relativa – facile comprensione, conviene soffermarsi sulle categorie di luigini e contadini, prese a prestito da “L’orologio”, romanzo di Carlo Levi, scritto nel 1950. 

I Luigini e i Contadini

Ebbene: chi sono i Contadini? Sono prima di tutto i contadini: quelli del Sud, e anche quelli del Nord: quasi tutti; con la loro civiltà fuori del tempo e della storia, con la loro aderenza alle cose, con la loro vicinanza agli animali, alle forze della natura e della terra, con i loro dèi e i loro santi, pagani e pre-pagani, con la loro pazienza e la loro ira. […] Ma non sono soltanto i contadini. Sono anche, naturalmente i baroni […], quelli veri, con il castello in cima al monte: i baroni contadini. […] E poi ci sono gli industriali, gli imprenditori, i tecnici: soprattutto quelli della piccola e media industria, e anche qualcuno della grande: non quelli che vivono di protezioni, di sussidi, di colpi di borsa, di mance governative, di furti, di favoritismi, di tariffe doganali, di contingenti, di diritti di importazione, di privilegi corporativi. Gli altri, quelli che sanno creare una fabbrica. […] E gli operai, […] la grande massa operaia abituata all’ordine creativo della fabbrica, alla disciplina volontaria, al valore che sta nelle cose. Non importa come la pensino, in quale partito siano organizzati: sono Contadini anche loro, e non solo perché vengono dalla campagna; ma perché, su un altro piano, hanno la stessa sostanza: la natura per loro non è più la terra, ma sono torni, frese, magli, presse, trapani, forni, macchine; con questa natura di ferro, sono a contatto diretto, e ne fanno nascere le cose, e la speranza e la disperazione, e una visione mitologica del mondo.

E i Luigini, chi sono? Sono gli altri. […] Sono quelli che dipendono e comandano; e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano. […] Sono di più, ma non molto, per ragioni evidenti. […] perché ogni Luigino ha bisogno di un Contadino per vivere, per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo. […] I Luigini hanno il numero, hanno lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l’esercito, la Giustizia e le parole. I Contadini non hanno niente di tutto questo: non sanno neppure di esistere, di avere degli interessi comuni. Sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui”.

Sessanta anni dopo

Ora. Tornate nel 2012. Chiedetevi e cercate di immaginare chi può essere, oggi, il contadino e chi il luigino. La risposta è semplice, ma allo stesso tempo molto complessa. Nella sostanza il contadino sarà il creatore di ricchezza, quindi l’operaio, il piccolo imprenditore che paga le (tante) tasse e compete sui mercati internazionali, il professionista onesto, l’impiegato statale devoto al suo lavoro, il piccolo risparmiatore, il giovane studente-lavoratore. E il luigino? Il luigino sarà colui che trae degli extrarendimenti rispetto al proprio lavoro, perché garantito dallo status quo e dal suo posizionamento, sarà colui che, sfruttando un brutto mercato del lavoro, comprimerà i salari, spremendo l’operaio-contadino, sarà colui che elude il fisco attraverso meccanismi di ingegneria tributaria.

Al tavolo dei luigini siedono altri partecipanti, pronti a riempirsi la pancia spartendosi il lauto banchetto gentilmente offerto dai contadini. Si tratta del palazzo e delle mafie. Ci serviremo del testo di Casati per inquadrarli meglio:

Se da una parte i partiti «acquistano» direttamente e autonomamente una parte del voto di scambio attraverso la costituzione di propri sistemi clientelari, dall’altra si vedono costretti a ricorrere alla mediazione di altri soggetti capaci di mobilitare ulteriori e consistenti pacchetti di voti: le Mafie. […] In cambio del conferimento di «pacchetti» di voti al «Palazzo», le Mafie ricevono la possibilità di intercettare enormi flussi di finanza pubblica (appalti, spesa della pubblica amministrazione, reti di fornitura ecc.) e l’inefficienza complessiva dei sistemi di controllo e repressione delle sue attività legali.      

Gli scambi avvengono in alcuni settori noti, dove la criminalità organizzata, in Lombardia, ha messo profonde radici. Parliamo del settore delle “costruzioni, la grande distribuzione e la logistica, a parte, inevitabilmente, il credito e i servizi finanziari”.

Il cercho di questa estrema semplificazione si chiude sul rapporto forse meno evidente tra Mafie e Luigini. Centotrentacinque miliardi di euro di «fatturato» e settanta di «utile», da qualche parte devono finire ed è poco verosimile che la loro destinazione finale siano unicamente le regioni centromeridionali. Qui si sostanzia lo scambio: gigantesche risorse finanziarie (se è vero che almeno il 30% annuo del giro di affari criminale ha necessità di rientrare nell’economia legale), in cambio di competenze: progetti di investimento, mercati di sbocco, alta ingegneria finanziaria e consulenze legali. […] I Grandi Luigini in sé, e come ponte verso il mondo.

Gli altri, coloro che producono queste ricchezze e che imbandiscono la tavola, sono i Contadini, costretti ad accontentarsi delle briciole dei succulenti piatti che loro stessi hanno prodotto.

(Continua domani… In attesa di Giù al Nord, tra secessione e recessione).

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2 thoughts on “Il nord, nel bene e nel male (parte prima)

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