Da est a ovest, la crisi e le risposte

Abituati a farcela nonostante lo Stato, questa volta il grido d’aiuto sembra arrivare forte e chiaro. Il rischio di un’imminente recessione, annunciato nei giorni scorsi anche dal ministro Passera, è percepito chiaramente, da Nord Est a Nord Ovest. Se fino a questo momento – come descritto da Daniele Marini, docente dell’Università di Padova e direttore scientifico della Fondazione Nord Est – la vocazione all’internazionalizzazione del Nord Est è stata in grado di tenerlo agganciato alla crescita mondiale (le esportazioni sono cresciute del 15,9% nel primo trimestre 2011 e del 14,8% nel secondo),  «l’ultima rilevazione di fine novembre 2011 riporta tutti, però, con i piedi per terra. Di più, sembra gelare le aspettative future nel loro complesso. Gli indicatori sulle previsioni per il primo trimestre 2012, misurati come saldi di opinione (fra chi sostiene una crescita e chi, invece, un calo), evidenziano una netta inversione di tendenza: la produzione scende a -10,9 (era +22,5 a maggio scorso), gli ordinativi a -11,5 (da +23,5), l’utilizzo degli impianti a -11,6 (da +19,6), l’occupazione a -20,6 (da -1,5)». I problemi riguardano soprattutto gli ordini, nella maggior parte a scadenza nel breve periodo. Una condizione di incertezza che si riflette sul lato degli investimenti e del personale. E poi gli ordinativi dall’estero, ancora positivi, ma in calo.

A Nord Ovest le cose non vanno molto meglio. Con dinamiche differenti, la cifra della crisi sta nella perdita di 4mila posti di lavoro all’anno e nelle procedure fallimentari, cresciute, tra Busto Arsizio e Varese, da 75 del 2007 a 180 del 2010, con un trend in crescita per quanto riguarda il 2011. La crisi ha dei nomi altisonanti, a Ovest. Si chiama Whirlpool (multinazionale degli elettrodomestici) che ha annunciato il licenziamento di 500 operai e 100 impiegati. Si chiama Inca, di Porto Valtravaglia, specializzata in cosmetici, con 100 addetti su 300 in Cigs. Si chiama Ims, leader nella produzione di compact disc, con 132 dipendenti, a rischio chiusura dopo la richiesta di messa in liquidazione. E con queste, a seguire, le piccole industrie dell’indotto, che contano circa 1.200 posti di lavoro. C’è la Mascioni, di Cuvio, che con 450 occupati soffre (60% dei lavoratori in Cigs) delle difficoltà del gruppo Zucchi. Un effetto domino  che non risparmia né i Grandi né i Piccoli. E stiamo parlando della sola provincia di Varese, dove si contano 53,7 imprese per chilometro quadrato – contro una media nazionale di 17,5. Le ricadute sociali, inutile dirlo, potranno assumere dimensioni eccezionali.

E quindi ci sono le cose da fare. Quelle annunciate a suon di proclami roboanti negli ultimi venti anni, ma che sono ancora lì, perché nessuno ci ha messo mano. C’è chi ha studiato molto e ancora una volta ci indica la strada. «La crisi – racconta Federico Visconti, varesino e docente alla Bocconi, intervistato dal Sole 24 Ore – ha messo a nudo una serie di aspetti: l’imprenditore che per anni non ha controllato i costi con metodo, quello che non ha affrontato il rapporto impresa-famiglia», che poi sarebbe il famoso tema del passaggio generazionale, del quale già parlammo; e della necessità, alcune volte, di superare una gestione esclusivamente famigliare. «O il tema delle alleanze», cioè del passaggio da dinamiche di tipo competitivo a dinamiche di tipo collaborativo. «Le piccole imprese, da sole, rischiano la sopravvivenza», fa eco Daniele Marini: «Per essere competitivi sui mercati esteri è necessario avere una dimensione e una struttura organizzativa industriale minima». Arrivano, infine, i veri compiti della politica, oltre a quelli di incentivare i processi appena descritti. Parliamo, in particolare, di politiche di lungo periodo, orientate verso l’estero: «L’internazionalizzaione – prosegue Marini – richiede anche un sistema paese che preliminarmente avvii relazioni istituazionali», ed è della stessa opinione Giovanni Brugnoli, presidente dell’Unione degli industriali: «Oramai da più di un ventennio sosteniamo che le posizioni acquisite nel passato devono essere costantemente riconquistate. Occorre una politica proiettata nel tempo. Oggi scontiamo ritardi accumulati in decenni di sottovalutazione delle necessità imprenditoriali».

Di questo e di molto altro, vi ricordo, parleremo il 28 gennaio, a Varese.

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3 thoughts on “Da est a ovest, la crisi e le risposte

  1. Sloveni e slovacchi ci fanno il culo…
    Poche tasse e costo del lavoro ridotto: o si cambia modo di gestire le aziende (organizzazione, dimensioni maggiori, ricerca, innovazione tecnologica) e i servizi pubblici (meno tasse, più efficienti) o questi sostituiranno l’Italia del Nord nella sua struttura produttiva simbiontica con l’Austria, la Germania del Sud e la Svizzera (sì proprio quella zona arancione su Europa 2000+, che con l’allargamento dell’Ue e dell’Eurozona si sta spostando proprio ad Est).
    Se si sveglia pure la Cechia (che equivale a Slovenia+Slovacchia), abbandonando il suo nazionalismo del piffero…

    • Ah sì. Quasi dimenticavo. Poi ci sono un sacco di intelligentoni che credono che la soluzione sia uscire dall’Euro, quando Slovenia e Slovacchia si sono potenziate soprattutto grazie all’Euro.

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