Sicurezza e territorio: sì, ciao

Da anni qui si sente parlare di sicurezza e di territorio. Anzi, per la precisione, di sicurezza e di radicamento. Nel territorio.

A nessuno, però, in tanti anni di propaganda spinta fino agli eccessi è venuto in mente di associare i due termini. Anzi. La sicurezza del territorio è proprio quello che ci siamo curiosamente dimenticati, nell’azione amministrativa. Ed esplode in molti casi giudiziari, proprio nel ‘profondo’ Nord, dove molti leggevano Gomorra con distacco e fastidio, perché la politica non solo non se ne è fatta carico, ma ha addirittura aggravato la situazione.

Perché abbiamo messo videocamere, militari, ronde e pettorine catarifrangenti a ogni incrocio, ma del movimento terra e delle discariche abusive, dell’inquinamento delle falde e delle infiltrazioni (any sense) della criminalità organizzata ci siamo occupati pochissimo. Erano temi da ambientalisti. E si sa, con l’ambiente, come con la cultura, non si mangia. Adesso abbiamo scoperto, per altro, che non si può nemmeno bere, perché la questione riguarda proprio la falda. Che sorpresa.

Il cromo esavalente sversato (parola brutta come quello che descrive) nei campi non è un argomento da manifesto: un tunisino funziona meglio. Com’è del resto molto facile essere forti con i disperati e deboli con i prepotenti.

Per dirla con uno slogan che forse capiscono anche i nostri bravi amministratori, la politica della sicurezza dovrebbe radicarsi nel territorio. Proprio qui, dove una volta era tutta padania. E forse qualcuno si è accorto che la storia che ci hanno raccontato non era vera. Perché la storia si svolgeva da un’altra parte. Dove non c’erano telecamere. No. Le telecamere si spegnevano, da quelle parti.

Pippo Civati – anche – per On the Nord

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One thought on “Sicurezza e territorio: sì, ciao



  1. Quando la Lega diceva queste cose era un partito “razzista, sporco e cattivo”.
    Sarei comunque curioso di capire cosa prevede il programma di Civati per contrastare i magistrati amici degli amici, tanto per parlare di infiltrazioni ‘ndranghetiste in Magistratura (Democratica). Oppure per contrastare le allegre gestioni campano-calabresi della cosa pubblica locale, con bassolini e loieri intenti per anni a perpetuare i riti di spartizione dei fondi pubblici a beneficio delle note conventicole che nulla hanno prodotto se non sottosviluppo (citazione ad hoc: “Le Regioni, da Roma in giù, sono un cancro. Quando va bene sono orientate alla gestione del consenso, quando va male alla gestione del malaffare” Mariano D’Antonio, ordinario di Economia dell’Università Federico II di Napoli e assessore al Bilancio della giunta Bassolino tra il 2008 e il 2010, da http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-11-24/scandalose-riunioni-politici-063957.shtml?uuid=Aa3A56NE )
    Se il PD non è capace al suo interno (o nelle sue “cinghie di trasmissione”, diciamo così) di individuare ed espellere le mele marce, non capisco come possa addebitare ad altri la responsabilità dell’insicurezza sul territorio lombardo. Peraltro l’ha detto la Boccassini che la ‘ndrangheta non fa differenze di partito. L’ha detto per un motivo preciso, no?
    Se ci pensate, è facile da capire.
    E allora, ripeto, invece di accusare altri, se si è in un partito con un ruolo primario sarebbe il caso di agire proprio all’interno del partito. In modo netto, chiaro e, mi si consenta, brutale (cioè rompendo, non restando a guardare come spettatori mentre i maiali quel partito se lo mangiano, da Roma in giù, con finte tessere, gestioni vergognose, sperperi abominevoli, sostegni alle più svariate giunte pur di sgovernare, ecc.).
    Saluti un po’ polemici,
    Alessandro

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