In gita giù al Nord, a fine gennaio

La famigerata “questione settentrionale” torna a far capolino. Mentre crolla l’era dell’imprenditore di Arcore, ne parlano, da una parte, il neopremier Monti che, chiedendo la fiducia al Senato, ha confermato l’esistenza di una “questione settentrionale” e, dall’altra, la Lega che, dopo un decennio passato sugli scranni del governo nazionale, torna all’opposizione riunendo contemporaneamente il Parlamento della Padania dopo anni di inattività.

Prossima Italia è convinta che da troppo tempo il Nord attenda risposte.

E non si può certo più contare sui simboli di questi ultimi vent’anni, sui parlamenti magici, sui ministeri-scrivania di Monza e sulle ampolle del Monviso. Le soluzioni, d’altra parte, non sono queste e lo hanno capito anche i leghisti della prima ora, che sono invecchiati portando con sé il sogno di un federalismo che si è realizzato solo a parole mentre gli enti locali soffrono i tagli più ingenti che la Repubblica ricordi.

La secessione è stata attuata, ma solo all’interno di quel partito che qualcuno definiva “monolitico”, la Lega Nord: tutti contro tutti in una battaglia senza esclusioni di colpi.

Tutto, da troppo tempo, sembra girare attorno ad un Alberto da Giussano, oggi più che mai con la spada spuntata e lo scudo arrugginito.

La questione settentrionale è stata in questi anni “esternalizzata” a Gemonio ma i problemi del Nord sono ancora lì da risolvere. Pochissimo è stato fatto. Piccoli imprenditori, artigiani e semplici cittadini, delusi e sfiduciati da una politica troppo lontana, si sono abituati ad “arrangiarsi”. A sopravvivere, nel bene e nel male, “nonostante tutto”. Nonostante lo Stato, soprattutto.

Eppure, il PD e il centrosinistra in questi anni si sono limitati ad osservare questa partita da bordo campo con commentatori, filosofi ed intellettuali. Talvolta negando i problemi, come spesso viene fatto per i temi che riguardano la competitività e la piccola impresa, talvolta proponendo le stesse risposte, semplicistiche ed inadeguate, proposte dall’asse Gemonio-Arcore (è evidente che si preferisce l’originale all’imitazione).

È chiaro che queste risposte non bastano. Ci vuole un lavoro più serio, più rigoroso e più concreto. Senza farsi trasportare dalla retorica del famoso ‘territorio’, senza cercare radici che si faticano a trovare, ma provando a rilanciare una sfida che riguardi l’innovazione e la competitività e una ritrovata misura fiscale.

Ci si rende conto poi che questa partita, che qualche anno fa tutti davano per persa prima del calcio di inizio, oggi è più che mai aperta. Non solo perché i casi di Milano, Torino, Venezia, Novara, Trieste, Pordenone, Lecco dimostrano che il vento è cambiato anche al Nord. Ma soprattutto perché la società settentrionale richiede oggi nuove risposte di fronte all’emergenza della crisi che è culturale prima ancora che economica.

Per tutte queste ragioni Prossima Italia riprenderà nelle prossime settimane i fili di un lavoro iniziato tempo fa, per provare a rilanciare, sul piano politico, avviando un percorso che riavvicini quello che a Roma si ostinano a chiamare «profondo Nord» (nemmeno fosse la Groenlandia) al resto del Paese.

Un lavoro che riprenderemo dall’”incubatoio” di Varese che tempo fa partorì trote ma che oggi vuol creare risposte.

Tenetevi liberi per il 28 gennaio per venire giù al nord, a Varese per un grande incontro che dia vita a questo incubatoio di idee e proposte. Nelle prossime settimane saremo più precisi e puntuali con ospiti, istruzioni e idee. Nel frattempo vi chiediamo di darci le vostre opinioni scrivendo su blog On the Nord o via mail a onthenord@gmail.com.

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9 thoughts on “In gita giù al Nord, a fine gennaio

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  2. “Esiste anche una questione settentrionale: costo della vita, delocalizzazione, nuove povertà, bassa natalità”. Sono queste le parole con cui Mario Monti ha parlato alle Camere. Perché anche se la qualità della vita è nettamente migliore al Nord (http://www.repubblica.it/economia/2011/11/08/news/rapporto_censis-accredia_sulla_qualit-24610501/?ref=HREC1-4), la crisi in questi anni ha colpito pure qui e si fa sentire:
    – per il lavoro, crisi (http://www3.varesenews.it/lombardia/articolo.php?id=217402) ma anche mancanza di liquidità per le aziende (http://www3.varesenews.it/economia/articolo.php?id=218062)
    – per i tagli ai servizi sociali (http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_22/ospedali-tagli-regione-reparti-1902257530510.shtml)
    – per l’aumento dei costi (http://www.repubblica.it/economia/2011/11/21/news/gli_affitti_aumentano_al_nord_e_diminuiscono_al_sud-25340572/)

    • Se paghi più tasse i prezzi sono più alti (costo della vita).
      Se le tasse su imprese e lavoro sono più alte rispetto ai vicini, le imprese fuggono (delocalizzazione).
      Il combinato dei due fattori precedenti determina minori disponibilità di denaro nelle tasche delle persone comuni (nuove povertà).
      Costi della vita più alti, precarizzazione strutturale delle opportunità lavorative, minori disponibilità reddituali concorrono -insieme a fattori culturali- a determinare un calo delle nascute (bassa natalità).

      Manca il fattore iniziale, in questo ragionamento: se devi mantenere il territorio a maggior tasso di parassitismo e a minor tasso di produttività d’Europa (Lazio-Mezzogiorno) non puoi pensare di avere una società sana ed equilibrata. La crisi mondiale sta facendo venire al pettine tutti i nodi.
      Vale per la Germania e la Grecia nell’Euro, tanto più per la Padania e la Magna Grecia nella penisola italica.

    • Sì avevo sentito le parole del Professore alle camere. Mah, secondo me l’illustre non ha capito (o fa finta di non aver capito) una mazza.
      Intanto perché parla degli effetti, mentre sarebbe più utile parlare delle cause e poi perché – volendo parlare di effetti – si “dimentica” per esempio (sarà un caso?) dell’infiltrazione mafiosa.

      Il probelam del Nord è innanzitutto che è strangolato dal prelievo fiscale. Non in quanto Nord, ma in quanto territorio con una delle più alte concetrazioni di produttori di ricchezza d’Europa collocata in uno Stato che nel contempo deve dare da mangiare a una delle più vaste aree di sottosviluppo d’Europa.

      Le crisi industriali (e dunque le nuove povertà, il costo relativamente alto della vita, in qualche modo anche la bassa natalità) sono il punto. Se tu hai livelli di tassazione sui produttori di ricchezza doppi rispetto ai tuoi competitori in Europa e, nello stesso tempo, servizi funzionali alla competizione (efficienza della PA, infrastrutture, istituti di welfare, investimenti in R&S, accesso al credito, ecc.) peggiori, semplicemtne VAI FUORI MERCATO.
      E se vai fuori mercato o delocalizzi, o chiudi, o vendi (magari alle mafie, piene di quella liquidità che le banche non ti riconoscono).

      Il problema è che lo Stato per abbassare il prelievo sui produttori e garantire migliori servizi dovrebbe compiere scelte che fino a oggi né i governi di centrosinistra, né quelli di centrodestra sonos tati capaci di compiere (e mi sa che anche il governo delle banche e dei professori avrà qualche difficoltà a compiere). Visto che a) nonc resci più al 9% come negli anni ’50/’60, non puoi più fare debito pubblico come neglòi anni ’70/’80 e nemmeno svalutare la moneta come fino agli anni ’90, l’unica cosa che ti resterebbe da fare per non uccidere il tessuto produttivo, sarebbe quello a) di colpire la spesa pubhblica improduttiva e/o b) andare a pescare soldi da patrimoni e rendite (o accrescere il gettito dai consumi).

      Sul secondo punto, forse, qualcosa proveranno a fare: l’aumento dell’Iva al 23% (ma non era unos candalo l’innalzamento di un punto al 21% fatto da Berlusconi?) è una misura, peccato che naturalmente colpisca di più consumatori e produttori-venditori di prooprio quelle aree in cui le tasse si pagano di più e lasci indifferenti quelle in cui non ti fanno uno scontrino neppure se li minacci con un mitra, dunque colpisce ancora innanzitutto il Nord; l’ICI colpisce quelle aree in cui i valori catastali sono più aggiornati e meno fasulli e, soparttutto quelli in cui il patrimonio edilizio è se non altro accatastato (in Calabria, per dire, l’evasione ICI era al 45%!!!), dunque ancora il Nord.

      Sul primo punto (colpire la spesa pubblica improduttiva), invece, la vedo durissima: significherebbe mandare a casa – tanto per fare il solito esempio – 10.900 degli 11.000 forestali calabresi (tra i quali ho scoperto proprio qui nell’altro thread) è pieno di ‘ndranghetisti), oppure -a ltro esempio consueto- piantarla di dare 1 miliardo all’anno a Napoli epr una cosidetta emergenza che dura da 17 anni e non ha portato a niente… praticamente impossibile!

      Fuori discussione, anturalmente, che un governo al servizio delle banche muova un dito0 sulle mafie che, con i loro 135 miliardi di euro/anno, sono forse il miglior cliente che abbiano in italia.

      Fuori discussione che un governo che assegna un posto chiave a chi fino a oggi è stato a) il principale creditore delle imprese italiane, b) uno dei principali soggetti nella definizione degli investimenti in infrastrutture e trasporti con quote azionarie ovunque, provi a) a facilitare le imrpese nell’accesso al credito e b) metta il naso nelle mostruose storture (favoritismi, protezioni, ecc.) di servizi quali le autostrade gestite in concessione o il trasporto aereo i cui costi vengono sistematicamente scaricati sugli utenti (tra cui le imprese e i lavoratori) e sulla collettività.

      Altrettanto fuori discussione che un governo subordinato a BCE, FMI, Commissione Europea e pieno zeppo di talebani liberisti della Bocconi provi a fiatare sul potere esorbitante e devastante dei mercati finanziari che, ormai, sembra che abbiano persino al facoltà di dirci quando possiamo o non possiamo esercitare la nostra sovranità popolare con le elezioni (ma vi rendete conto?!!!!!).

      Tutt’al più andranno a scassinare ulteriormente il emrcato del lavoro, al grido di equità tra i lavoratori (ma tacendo il fatto l’equitàarà fatta verso il basso e non migliorando le condizioni di chi sta peggio) e i pensionati. La solita solfa.

      daniele,milano

      • Sulla scorta delle tue puntuali e scomode considerazioni, caro Dan, vorrei aggiungere un’osservazione.
        La vera svolta “analitica” consiste nel coniugare l’anima “laburista” della questione settentrionale all’incontestabile territorialità della stessa. Cioè: non si può affrontare tale questione fattivamente se non si ammette che essa è anche territoriale. O meglio: la questione è “laburista” proprio perchè è territoriale, in quanto la cultura produttiva e sociale che esprime il nostro territorio è quella, e coinvolge la gran parte di coloro che vi si installano (persino la mafia, sospetto, è più votata a reinvestire in maniera più produttiva i soldi al Nord di quanto non avvenga al Sud, dove mi pare di capire che il fenomeno si limiti al parassitismo puro; è una mezza provocazione la mia, ma spero se ne comprenda il senso).
        Qui è l’aria che respiri, se mi si passa l’espressione, che porta tutti a produrre incessantemente in un turbinio irrefrenabile, dal padroncino che lavora fino a 80 anni nell’azienda che si è fatto da sè fino all’ultimo extracomunitario che fa due lavori per mandare avanti la famiglia.
        E allora bisogna che la questione settentrionale venga affrontata nella sua ambivalente natura socio-economica _E_ territoriale, perchè le due cose sono inscindibili, soprattutto se il parassitismo che vampirizza, con gli effetti di cui si è detto, il nostro tessuto produttivo, viene esercitato in modo massiccio e territorialmente maggioritario da parte dell’altra metà della Repubblica.

        In quest’ottica qualsiasi politica socio-economica, specialmente se votata a salvaguardare il lavoro, dev’essere coniugata con la richiesta di istituzionalizzare la specialità del territorio. Una via catalana per la Lombardia, su cui possano marciare insieme sostenitori della secessione e sostenitori dell’unità, nel nome di un obiettivo possibile di breve termine.

      • Dunque, caro Ale, io scinderei i piani.
        Tenderei a seguirti, se il contesto del dibattito è di carattere culturale.
        Preferirei continuare a ragionare in termini di categorie produttori/parassiti (Contadini/Luigini) se il contesto è politico, non perché ritenga la tua osservazione sbagliata, ma perché la ritengo inopportuna, nel senso che rischia di rivelarsi inefficace nell’ambito del gioco politico. Provo volgarmente a semplificare: se tu dici, come la Lega, “abbassiamo le tasse ai lavoratori e alle imprese del Nord” è inevitabile che a) chi legittimamente rappresenta interessi legittimi o illegittimi del Sud abbia buoni appigli per contraddirti (e vista la loro potenza di fuoco, per bloccarti) e b) chi non capisce una mazza della cosa, come spesso la sinistra cosiddetta, idem; se invece dici: abbassiamo le tasse ai produttori tutti, concretamente persegui il medesimo obiettivo, ma togli terreno tanto agli avversari quanto ai pirla.

        Una cosiderazione circa la tua “provocazione” sulla mafia. Concordo pienamente con l’osservazione, lo penso da tempo e, anzi, il fatto che parte delle attività mafiose qui abbiano una qualche utilità economica mi pare fuori discussione. Mi sono sempre chiesto come mai qui la mafia sia comunque capace di acquisire o creare attività economiche assolutamente efficienti, spesso anche di alto rpofilo (penso per esempio all’ingaggio di architetti e designer di fama internazionale per il restyling di catene commerciali o per progetti immobiliari) mentre nelle sue terre d’orgine qualunque cosa abbia l’aspetto di Beirut. Probabilmente – mio sono sempre risposto – è perché qui un’organizzazione criminalke si confronta comunque con un tessuto che la porta a declinare secondo standard meno incivili i suoi investimenti e le sue attività. Come è normale in qualunque relazione, entrambe le parti (in questo caso organizzazione mafiosa e contesto socio-economico e culturale locale) mutano nell’interagire reciprocamente.
        Ovviamente questo non impedisce alla criminalità organizzata di disintegrare progressivamente i meccanismi e la cultura per il buon funzionamento delle relazioni sociali, economiche e politiche, e dunque di pregiudicare le prospettive di sviluppo civile (ancor prima che economico) future.

        daniele,milano

  3. @ Dan

    Capisco le tue considerazioni e ne comprendo il senso, tuttavia penso di non aver spiegato con sufficiente chiarezza il mio punto di vista.
    Sono d’accordo sul fatto che si debbano fare riforme specifiche a favore dei “contadini” (uso la brillante definizione adottata da Gabrio Casati per immediatezza del concetto).
    Ritengo però che esse vadano accompagnate (attenzione, non territorialmente limitate) ad altre riforme tese a costruire uno status di specialità per la Regione Lombardia.
    Altrimenti il rischio è che, come nel caso della proposta di tassazione “dagli immobili ai mobili”, il beneficio dell’operazione (posto che vi sia) finisca soprattutto nelle zone ad alto tasso di parassitismo. Perchè è chiaro che lasciare invariata la tassazione complessiva elevatissima su un corpo sociale come quello lombardo significa farlo schiattare, alla lunga.
    Quindi, se le riforme economiche “universali” procontadini non si legano ad una revisione drastica dei meccanismi che presiedono alla perequazione interna dei flussi fiscali, l’effetto sarà poco più che nullo.
    Per usare un gioco di parole che qualcuno capirà sicuramente, proContadini sì, ma proLombardia anche.

    A questo proposito penso che vada trovata una piattaforma di discussione fra tutti coloro che sono disposti a riconoscere nella Lombardia un territorio meritevole di essere promosso e difeso. Questa piattaforma può basarsi su tre modelli di paragone: Ticino, Catalogna, California. Sono tre realtà diverse fra loro, anche molto lontane geograficamente nel caso dello Stato americano, ma con interessanti elementi di raffronto.
    TICINO: sono “italiani” (o meglio, lombardi…), ma indipendenti dallo Stato italiano; ciò significa che il tabù dell’unità statuale a tutti i costi per le genti di cultura italiana non ha alcun fondamento; inoltre sono un perfetto esempio di democrazia diretta, nel senso più alto e nobile dell’espressione;
    CATALOGNA: sono i lombardi di Spagna, anche culturalmente (lingua, simboli, vicende storiche e tradizioni socio-economiche ci avvicinano a loro), ma hanno saputo sempre difendere con i denti la propria autonomia, evitando un nazionalismo etnico regressivo e scegliendo piuttosto la strada vincente del nazionalismo civico inclusivo, in virtù del quale la loro identità si plasma ogni giorno; un esempio da guardare con attenzione e rispetto, molto più vicino a noi di quanto non appaia;
    CALIFORNIA: è la Lombardia degli States, per peso demografico, capacità di attrazione di nuovi immigrati sia interni che esteri, multietnicità spinta, capacità produttiva tradizionale e d’avanguardia, tradizioni politiche (uniscono un’anima progressista ad una libertaria, in una miscela che presenta contraddizioni ma che ha generato enormi opportunità di sviluppo); in un contesto come quello degli States, dove non esiste e non avrebbe del resto molto senso un nazionalismo etnico all’Europea, gli Stati godono però di forme di autonomia che nemmeno gli Stati membri UE hanno in certi settori; ciò dimostra che è possibile e più che legittimo adoperarsi perchè la Lombardia abbia un proprio status in grado di garantirle margini operativi veri e non più sudditanza a Roma.

    Attorno ad una piattaforma del genere, che qui ho soltanto tratteggiato per immagini, possono trovarsi sia separatisti lombardi che autonomisti o militanti di altri partiti. Non si tratta di negare le proprie visioni, ma solo di percorrere sentieri comuni fin dove è possibile, in spirito di fattiva collaborazione. Questa è la mia proposta per gli amici di OnTheNord e per il raduno Giù al Nord.

  4. Pingback: Il Nord come non l’avete mai visto | [ciwati]

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