Da Nord a Sud, le cose cambiano

Milano, come sempre, anticipa i tempi sul resto d’Italia. Lo avevamo intuito questa primavera, lo spiega Aldo Bonomi, intervistato da Marco Alfieri:

«La fine del berlusconismo è la fine del lungo ciclo della Milano da bere. La spettacolarità, il rampantismo, l’ostentazione e l’happy hour. Con Pisapia la movida è finita nel senso che la crisi ha spazzato un’epoca e Milano comincia a fare i conti con la transizione difficile: il welfare da riformare, l’integrazione, i mestieri terziari, la disoccupazione giovanile».

Una transizione da affrontare con un ritorno all’economia reale: «Pisapia vince su un modello che incorpora già l’austerity e la sobrietà rispetto agli effetti speciali di Berlusconi», contrapponendo alla finanza creativa di Albertini e Moratti – in cui ogni promessa diviene immediatamente debito, nel senso più cupo del termine – misure impopolari ma concrete. Su questa piattaforma si possono «aumetare i biglietti dell’autobus, rivedere i canoni del piano urbanistico o introdurre il super Ecopass».

Impopolari, quindi, ma reali. E così se non si ha un simbolo o un sogno da vendere sui mercati del voto forse, per una volta, è un bene. Perché non abbiamo tempo di rincorrere i sogni, adesso, perché il tempo scarseggia e l’unico, impellente obiettivo è assicurare che il nostro debito sia sostenibile. Un obiettivo che si può – anzi, si deve – perseguire guardando alla giustizia sociale. E le due cose si tengono insieme. Come ho già avuto modo di dire, abbiamo due proposte, “dai mobili agli immobili” e il “Fisco 2.0” – di cui ha scritto ieri anche Milena Gabanelli – che possono dare una mano per rimettere in movimento l’ascensore sociale e far pagare – finalmente – chi non ha mai pagato. La precondizione, per tutto ciò, è non finanziarsi con tassi insostenibili. E io lo so che Monti è di Goldman Sachs, e lo so che lo è anche Draghi, e poi ci mettiamo Papademos e il gruppo Bilderberg, e il fatto che Goldman Sachs abbia aiutato la Grecia a truccare i conti, ma la precondizione è non finanziarsi al 7%, perché altrimenti crolla tutto e addio giustizia sociale e addio mondo come lo conosciamo. Puntellare le fondamenta del Paese, per poi andare al voto in primavera. Un governo tecnico, e a scadenza.

E questa volta andiamo al voto per portare al governo una nuova generazione. Quella generazione che pagherà il debito contratto dai propri genitori – e non si nasconde nel parlamentino di Mantova -,  una generazione che con l’aver dato interi Paesi in pasto ai banchieri non c’entra nulla, una generazione che riaffermi e restituisca dignità alla politica, una generazione che metta all’angolo quelli che “si è sempre fatto così” per rispondere “e sai qual è la novità del giorno? Da oggi non si fa più così”, da Nord a Sud e da Sud a Nord. Quella generazione che ha anche, ma non solo, a che vedere con l’anagrafe. Perché Pisapia, per dire, è uno di noi.

Avrei voluto usare il termine “responsabilità”, ma anche questo ci hanno portato via, nell’era dello Scilipotismo.

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6 thoughts on “Da Nord a Sud, le cose cambiano

  1. Tutto molto giusto e molto bello, a parte la fine della “Milano da bere” che, per la verità, data 17 febbraio 1992, ma pazienza.

    Però in quest’ottica ti chiederei tre cose:

    1) sul piano nazionale, se davvero credi al fatto che Monti “farà pagare chi non ha mai pagato”, visto il suo cv e viste le ipotesi programmiatiche che circolano (perché una tra le tante cose assurde è che questo non chiede un voto di fiducia in Parlamento, ma un atto di fede, un voto senza sapere precisamente che cavolo di programma ha, tranne la mistica del “salvare il paese” che vuol dire tutto e vuol, dire niente)?

    2) Sul piano locale – sempre a proposito di giustizia sociale, di partecipazione, trasparenza e tutte queste belle cose – vorrei che mi spiegassi com’è che un’ipotesi di quotazione in Borsa con azionariato diffuso e azioni riservate ai lavoratori e ai residenti di una quota di una società di proprietà del Comune di Milano (peraltro sana e in attivo) s’è trasformata in un’ipotesi di vendita a fermo in blocco della medesima quota a un unico soggetto di cui peraltro tutti sanno nome, cognome, composizione societaria e appartenenza ideologico-finanziaria per così dire (cioè F2i; banche, assicurazioni, fondazioni bancarie e CdP; “finanza bianca”).

    3) ancora sul piano nazionale e a proposito del fatto che “non si fa più cos da Sud a Nord”: secondo le stime più accreditate, le mafie in Italia muovono 135 miliardi di euro/anno. Siccome è difficile per Totò u’ spacciatore tenere una tale mole di soldi sotto il materasso, è molto ragionevole pensare che le mafie siano ottimi clienti delle banche. Come pensi che un governo fondamentalmente di banchieri (o di accademici loro tirapiedi) possa fare qualcosa contro le mafie? Non ti insospettisce che nelle varie chiacchiere sul da farsi per questo governo, oltre che sul colpire il 10% di famiglie che detiene il 45% della ricchezza, non ci sia una virgola sulla lotta alla mafia?

    Solo una nota sul debito: guarda che “i nostri genitori” giocavano su due tavoli: da un lato – come elettori – votavano partiti che partecipavano ad aumentare il debito pubblico (e che trascuravano la crescita dell’evasione), dall’altro lato – come riparmiatori – compravano BOT a rendimenti iperbolici (e, come contribuenti, in parte evadevano allegramente) con i proventi dei quali compravano le case che andranno ai loro figli. Il problema non lo vedrei tanto come questione di generazioni, piuttosto come disequilibrio tra famiglie e Stato, dove in Italia tu hai contemporaneamente le famiglie (tutte, genitori e in prospettiva anche figli) più ricche e patrimonializzate e meno indebitate del mondo (dopo quelle giapponesi) e lo Stato più povero e più indebitato d’Europa. Naturalmente, dentro il dato generale ci sono tutte le differenze (particolarmente accentuate territorialmente e in quanto a disuguaglianza, in Italia). Ecco perché la dismissione di patrimonio pubblico, soprattutto quello produttivo come per esempio le società del Comune di Milano, è una follia (ancora più folle in un momento in cui tendenzialmente sei costretto a svendere) e non andare a colpire le famiglie (ovviamente partendo dalle più ricche e gravando sui patrimoni e sulle rendite, non sui redditi da lavoro) è altrettanto folle, secondo me. Perché, per esempio, non andiamo a rivedere un attimo i valori e le categorie catastali, rimediando a quella vergogna che sono immobili accatastati come A/2 o addirittura A/3 in pieno centro di Milano, cioè classificati come economici e venduti a 12.000 euro/mq? Perché non cominciamo a far pagare quei quattro puzzoni miliardari che ci vivono a sbafo e che quel che risparmiano in tasse lo danno alla banca perché glielo porti legalmente all’estero sfruttando brecce e pertugi delle leggi? Ma prima di scassinare il lavoro dipendente, vogliamo – se ci fegiamo di esser di sinistra – pestare su ‘sta gente qui, cribbio?!

    daniele,milano

    • Sul punto 1) e 3). Il mio post si riferisce al “dopo Monti”, alla necessità di cambiare generazione alle prossime elezioni. L’ho scritto, ho anche io diverse perplessità rispetto al cv di Monti, ma penso che andare ad elezioni avrebbe compromesso definitivamente la nostra sovranità, con conseguenze impensabili per le fasce deboli. Pensi che sarebbe stato meglio andare subito alle elezioni? (Chiedo senza malizia, perché io penso che l’estrema incertezza, le tensioni di una campagna elettorale certamente esasperata, la possibilità di maggioranze risicate avrebbe fatto definitivamente esplodere i tassi, condizione a cui siamo drammaticamente vicini).
      Sul punto 2) non so che dirti, sicuramente conosci meglio di me la vicenda. Quello che ho capito è che c’è necessità di fare immediatamente cassa. Probabilmente lo si è fatto a discapito di strategie di più lungo periodo.

      Sulla questione del debito. Sarebbe interessante capire come si sono evoluti i detentori del debito italiano. Perché finché il debito è nelle mani degli italiani ritornerà agli italiani, ma circa la metà del debito è in mano a investitori stranieri, e perciò gli interessi finiscono a loro. Poi, non sono un economista, ma se non si può più agire sulla leva monetaria chi assicura che il debito venga onorato se il Paese non cresce? Chi pagherebbe le conseguenze di ciò? In questo senso il discorso è generazionale. Infine, ripeto, tassare gli immobili e detassare i mobili, tutta la vita, che già una vita è passata.

  2. Qualche considerazione polemica sparsa.
    Sarebbe il caso di ammettere che esiste un approccio moralistico e pauperistico nel giudicare la Milano da bere. Mi sembra infatti che ampia parte della sinistra lombarda militante pensi concretamente che all’happy hour vada sostituita una sad hour. E’ una visione da perdenti e da portasfiga, con tutto il rispetto. Non basta vincere le elezioni per essere dei vincenti. La gara non è con il popolo di destra o con la Lega, la gara è con il mondo e con gli animal spirits che dominano buona parte delle economie più sviluppate. Chi si abbevera al mito della decrescita, alla ricerca della “serietà” al governo (che poi diventa seriosità e, infine, tristezza), marcia in direzione esattamente opposta al “sol dell’avvenire”, che vedeva nel trionfo dell’energia creativa dell’uomo, nella sua capacità di modificare e reinventare di continuo il mondo, l’obiettivo da raggiungere. Non è una visione di sinistra, è una visione da secoli bui, da clausura sociale. Sì al sol dell’avvenire, no alle città del sole (che non sono i bellissimi negozi di giocattoli, ahimè, ma un incubo totalitario ante litteram).
    La Gabanelli non è una fonte da citare. La Gabanelli ha invocato l’eliminazione del contante nelle transazioni fra privati, anche di piccolissimo importo, tramite tassazione punitiva di prelievo e versamento del contante stesso in banca. Come esempio ha citato il fatto che a Starbucks il caffè si paga con la carta di credito o con il cellulare. Mi sono rotto i coglioni di queste citazioni sceme degli Stati Uniti come terra in cui il contante non se lo filerebbe nessuno, perchè sono palle gigantesche. Esattamente come una palla gigantesca è il fatto che tale tassazione sul contante, come dice Pinocchia Gabanelli, farebbe crollare gli affari della criminalità organizzata. Infatti, prendendo per buono il suo farlocco esempio newyorkese, dovremmo ritenere strano che esista ancora la mafia nella Grande Mela. La Gabanelli spara esempi e sentenze a caso, contraddicendosi in modo evidentissimo. E in fondo non è nient’altro che l’ennesima fan di grandi fratelli statuali capaci di controllare ogni singola azione dei cittadini sudditi.
    Preoccuparsi della crescita con idee che favoriscono la decrescita è una contraddizione innanzitutto nella propria testa e nel proprio animo. Soprattutto quando la si porta avanti in uno stato che, ben lungi dall’essere esempio di buona amministrazione della cosa pubblica, è semmai esempio lampante di come esistano enormi sacche di spreco e clientelismo. Sulle quali, naturalmente, nessun partito italiano mostra di voler agire per davvero. Molto più facile invocare la tosatura dei sudditi.
    Chiudo sulle fatture elettroniche a mezzo Agenzia delle Entrate. Probabilmente a Prossima Italia non avete le idee chiare su come funzioni l’Erario e su come sia “facile” interagire con gli uffici…
    Piccolo esempio: il Governo ha recentemente sancito l’eliminazione della comunicazione preventiva da inviare alla sede di Pescare per fruire della detrazione del 36% sui lavori edili, nell’ambito di una semplificazione delle procedure amministrative. Contestualmente, il Governo ha affidato all’Agenzia il compito di emanare un provvedimento esplicativo per chiarire ai cittadini quali documenti avrebbero dovuto comunque tenere a disposizione per eventuali controlli. Piccoli dettagli, si dirà… Ebbene, l’Agenzia ha stabilito che i cittadini, oltre a dover conservare i documenti già in precedenza richiesti per fruire della detrazione, dovranno munirsi di apposita autocertificazione (timbrata in Comune per avere la data certa) con cui indicare la data di inizio lavori. Insomma, prima bastava una raccomandata, adesso, PER SEMPLIFICARE, serve un documento timbrato in Comune -è forse superfluo specificare che in Posta ci si va molto più spesso e con orari molto più flessibili che non in Comune, nevvero?…-

    Non ci siamo proprio.

    • Ciao Alex,
      sì c’è un po’ di moralismo nell’approccio, probabilmente perché metto in relazione gli anni della Milano da bere, il denaro facile e tutto ciò che ne è conseguito, fino alla deregolamentazione dei mercati finanziari. Forse semplifico troppo, ma l’idea non è quella delle sad hours, ma di un ritorno all’economia reale, che preferisco alla finanza creativa.
      Milena Gabanelli può aver esagerato, ma rimango a favore della tracciabilità dei pagamenti, anche di quelli minimi.
      Non ho capito in che senso il tuo esempio sull’Erario sarebbe in contrasto con la proposta di Prossima Italia di rendere tutto informatizzato.
      Scusate la sintesi, ma non ce la faccio a scrivere commenti più lunghi dei post.

      • Rispondo solo sull’Erario.
        L’Agenzia delle Entrate, in quanto ente (al di là quindi dei singoli funzionari, fortunatamente non tutti uguali) non cerca di avere un approccio pragmatico con il contribuente. L’approccio è iperformalistico, come dimostra l’esempio fornito, da cui si evince l’incapacità di procedere con semplificazioni vere e non fittizie.
        Potrei citare svariati altri esempi, naturalmente, e concretissimi.
        Affidare quindi all’Agenzia stessa il compito di stabilire una procedura completamente informatizzata e sotto il suo pieno controllo per l’emissione di fatture ecc. avrebbe il solo esito di consegnarsi mani e piedi ad un ente rigido e lontano dal mercato, dalle persone, dalle esigenze reali della società.
        Ti dico sinceramente che il solo pensiero mi metterebbe i brividi, proprio dal punto di vista operativo. Cioè, qui non si parla di aspetti finanziari, di livello di tassazione, di evasione: qui si parla proprio di operatività concreta, di cosa succede se uno sbaglia a compilare una fattura, se si cominciano a pretendere moduli, contromoduli e procedure di sicurezza varie, se si vogliono avere deleghe da parte di chi riceve la fattura, accessi sui conti correnti delle due parti per verificare il passaggio di denaro, ecc. Insomma, Stefano, ma c’è proprio bisogno di incubi orwelliani de noantri? Non sarebbe più semplice cominciare a sfoltire le schiere di clientes in Regione Sicilia o in Regione Calabria?
        A margine: anche io ho notato, come Dan, che di lotta alla mafia, lotta vera senza paura, non c’è alcuna traccia nel programma di Monti. Il problema dei problemi, insomma, non esiste. Prossima Tassa, questo è l’obiettivo, as usual.

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