La manovra, l’evasione, le regioni

Su Repubblica è apparsa una mappa che, in tempi di manovra finanziaria e di caccia all’evasore, deve far riflettere:

Grazie a Daniele per la segnalazione.

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8 thoughts on “La manovra, l’evasione, le regioni

  1. Causa la consueta faciloneri agiornalistica, è difficile fare qualunque conto a base di eventuali commenti ponderati su questo grafico, perché – oltre a non citare la fonte, che almeno consentirebbe di andarsi a studiare l’oggetto – nella dida parla solo di “imposte”, lasciando il dubbi, proprio per la faciloneria giornalistica, sul fatto che si tratti solo di imposte o computi anche tasse, tariffe e contributi oppure che si tratti dell’insieme delle imposte dirette e indirette, o ancora, se solo di dirette si parla, poniamo, solo dell’irpef o solo di imposte erariali e non di quelle dell’Ires o dell’Irap o di quelle locali.

    Sappiamo solo – da altre fonti – che qualora si parlasse anche di contributi, il livello di evasione in alcune regioni italiane è immensamente più alto che in altre, vista l’enormità del fenomeno del sommerso in quelle stesse regioni. Sappiamo, allo stesso modo, che anche l’evasione a livello di imposte locali è enormemente più alto in alcune regioni (p.es. sull’Ici), esattamente come quella sulle tasse e tariffe (quali la Tarsu-Tia o i biglieti del tram) o ancora sull’Irap e anche sull’Iva.

    Quello che però anche questa mappa conferma – al di là della fumosità e anche al di là delle differenze che si riscontrano di indagine in indagine – è che il termine “Italia”, almeno dal punto statistico (e non è poco), non significa nulla. Perché quando hai un’area – il Nord Centro – interamente senza alcuna accezione collocata sotto la media e un’latra (il Sud e Isole) interamente e senza eccezioni, collocata sopra alla media è chiaro che questo apese è virtuale: stiamo inconfutabilmente parlando di 2 paesi diversi.

    E’ così sulle imposte ed è così qualunque parametro si voglia assumere: dal reddito alla disoccupazione, dalla qualità dell’istruzione a quella della sanità, dai tassi di criminalità a quelli sull’efficienza della macchina pubblica, dalla produttività dei fattori ai vari indici di qualità della vita.

    Ma se parlaimo solo di rapporto tra contribuente e Stato, il quadro andrebbe completato almeno con altre due mappe, oltre a quella sulla “compliance” fiscale (adesione agli obblighi fiscali):

    1) l’efficienza della macchina pubblica che è destinataria di quel prelievo (quanto ci vuole in ciascun contesto territoriale per erogare lo stessa prestazione o lo stesso servizio pubblico), per esempio con il rapporto tra dipendenti pubblici degli enti territoriali e popolazione dello stesso territorio, oppure come costo del servizio di cura del patrimonio arboreo di un territorio e km quadrati di patrimonio sullo stesso territorio, ecc.

    2) efficacia delle azioni compiute dalla macchina pubblica (misura dei risultati, al di là dell’efficienza), per esempio sul servizio di raccolta rifiuti, sul servizio sanitario o sull’istruzione.

    I risultati del combinato disposto di queste 3 fotografie sono facilissimi da immaginare, perché anche le altre duie fotografie rappresenterebbero lo stesso identico divario.

    La qualc osa pone un problema molto serio di legittimità del prelievo su quei territori che ne sono più pesantemente oggetto non tanto in virtù della loro maggiore ricchezza (il che sarebbe ovvio e legittimo), quanto della loro maggiore adesione agli obblighi fiscali: perché subire un prelievo – grande o picolo che sia – in nome della “solidarietà” e della “unità” se quei territori che ne sono destinatari: a) non pagano neppure il poco che dovrebbero (evasione) e b) sprecano quello che ricevono (efficienza ed efficacia della spesa pubblica)?

    Questa palese ingiustizia è ulteriormente aggravata quando a) il tributo di “solidarietà” risulta particolarmente pesante (e oggi, per le regioni italiane cui è rischiesto risulta essere di gran lunga il più pensante in Europa) e b) quando il contesto economico generale richiederebbe di non sprecare un solo euro, ma al contrario di investire molte risorse per garantire almeno il mantenimento degli attuali livelli di sviluppo e competitività, peraltro a loro volta necessari a garantire quello stesso tributo di “solidarietà”.

    Si dirà -a nzi si dice – che lariduzione del divario richiede tempo. Però, al di là del fatto che non paiono essere stati conseguiti grandi risultati nell’arco degli ultimi decenni (l’esperienza dovrebbe insegnare qualcosa), sono i continui appelli che piovono dall’Europa, gli andamenti di Borsa e quelli degli interessi sui titoli di Stato a dirci che di tempo non ce ne resta più.

    daniele,milano

  2. Ma in che senso la non collaborazione?
    Certo, non recepire da parte delle regioni norme ingiuste sarebbe auspicabile, ma ciò aprirebbe la strada anche a quelle giuste, che già in qualche caso hanno avuto la non applicazione. La strada da percorrere è quella della lotta all’evasione, cosa che evidentemente è ben lungi dall’essere, ma anche quella di cancellare il debito pubblico riappropriandosi della sovranità monetaria, cosa impossibile con l’euro, a meno di non consolidare un’europa in un’unica sovranità monetaria scalzando via le banche che quel debito hanno creato. Le risorse sarebbero immense, e ci si potrebbe impegnare sul territorio con persone e risorse per dissuadere chi evade dal farlo; i servizi migliorerebbero ed il deficit diverrebbe un trascurabile effetto secondario, collocato in una logica dove il profitto non ci deve essere, ma l’unico imperativo è l’efficienza e l’efficacia del servizio alla persona.
    Il sistema, in somma, va rivoltato come un calzino; chiaramente ci vuole una netta volontà politica in quella direzione, volontà che andrebbe contro quella economica capitalistica che ha creato la situazione di instabilità nella quale ci troviamo: le persone e l’ambiente sono mezzi, il denaro il fine.

    • Caro Roby, quello che tu descrivi, in una parola è comunismo (o socialismo reale). Non mi pare un sistema che abbia dato buoni frutti. E probabilmente, al di là di qualsiasi osservazione nel merito di quel sistema, l’errore alla radice è che pretende di essere perfetto, di poter pianificare e programmare tutto, di eliminare le contraddizioni che sono insite non nell’uomo, ma nella natura delle cose (in primis il conflitto d’interessi nascente dalla limitatezza delle risorse).
      In effetti, a ben guardare, il disastro finanziario attuale non è figlio del capitalismo, bensì della pretesa regolazione monopolistica ad opera degli stati delle transazioni di ricchezza, attraverso il monopolio della moneta. Probabilmente in ognuno di noi esiste una metà capitalista e una metà comunista, proprio perchè non siamo perfetti ed assoluti. Pensare però che i guasti della finanza derivino dalla proprietà privata è un errore. La moneta (compresa quella virtuale che cresce a dispetto di qualsiasi base reale di riferimento, e che genera poi le bolle che vediamo) è figlia dello stato, che non a caso è l’unico ente autorizzato a batterla (che si chiami dollaro, euro o vecchia lira).
      In effetti, a ben guardare, l’unico comunismo sensato è quello volontario e anarchicheggiante. Io lo pratico molto volentieri in casa mia.
      Quanto alla non collaborazione, ritengo che ognuno farebbe bene a cominciare a ritenere lo stato un elemento di pericolosa instabilità nelle nostre vite. Molto meno stato, molto più individuo. E nel mezzo, tante comunità politiche autonome/indipendenti a seconda dei contesti, perchè la socialità è importante, ma le cose preferisco metterle in comune con chi mi è vicino.

      • “In effetti, a ben guardare, il disastro finanziario attuale non è figlio del capitalismo, bensì della pretesa regolazione monopolistica ad opera degli stati delle transazioni di ricchezza, attraverso il monopolio della moneta. ”
        No. Non è possibile. Dalle magnifiche sorti e progressive derivanti da una fantomatica “riappropriazione della sovranità monetaria” all’ “abolizione del monopolio dell’emissione” come mezzo per prevenire crisi finanziarie.
        Il tutto su signoraggio.com. O su Voyager by Giacobbo.
        Rimanere nel mondo reale senza complottismi insulsi è impossibile, vero?

  3. @ Valerio
    Non iscrivermi nel partito dei complottisti. E’ la cosa più lontana dalla realtà; non mi interessano in nessun modo la teoria del complotto e menate simili.
    Ma la bolla monetaria ormai enorme che incombe sul mondo è esattamente frutto della costruzione di soldi di carta invece che fondati su beni reali. E i soldi, fino a prova contraria, sono gestiti in monopolio dagli stati (con il concorso delle banche, se vogliamo). Non si tratta di signoraggio, si tratta di inflazioni varie e assortite, anche quando non si vedono o non si indagano.

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