La cantera bergamasca

Il calcio italiano è in crisi, lo si sapeva da tempo, e una Champions non cambia le cose. L’inchiesta di Repubblica “Non è un calcio per giovani” butta, però, anche l’occhio verso l’isola felice bergamasca, che oramai da anni sforna giocatori per i campionati professionistici italiani. Non si può assolutamente dire che sia un modello diffuso in tutto il nord Italia, anzi. I grandi club adottano politiche completamente diverse,  sia sufficiente pensare all’età media della squadra campione d’Italia o, su un altro versante, all’Udinese scesa in campo ieri sera, composta da giovani, ma in maggior parte stranieri (africani e sudamericani), portati in Italia tra i 16 e i 17 anni.

L’Atalanta, invece, è un’altra storia.

L’Atalanta segue una filosofia diversa da quella di altre provinciali: prende i calciatori a 11 o 12 anni e cerca di portarli in prima squadra. “In questo momento abbiamo Consigli, Bellini, Capelli, Bonaventura, Raimondi e Padoin – spiega Favini – senza contare i prodotti del nostro vivaio che giocano nell’Albinoleffe. All’ultimo Torneo di Viareggio la nostra primavera aveva 15 ragazzi cresciuti con noi fin da piccoli. Mentre in giro è pieno di squadre allievi con 5-6 stranieri. La nostra è una strategia faticosa perché non è facile accompagnare la crescita di un ragazzo. Ma dà tantissime soddisfazioni.

A maggior ragione l’Atalanta che scova i bambini migliori dei dintorni – tra città, pianura e valli Brembana e Seriana -, pagandoli 12-14mila euro in premi di preparazione alle società dilettantistiche, e poi li accompagna per tutta l’adolescenza. Per apprezzare il risultato basta scorrere l’almanacco della Panini: a ogni pagina compare qualche calciatore di A e B nato in provincia di Bergamo: “E’ merito anche del carattere dei bergamaschi che credono molto in ogni iniziativa intrapresa”, dice Favini.

Ma è merito anche del suo metodo che punta molto sulla tecnica. “Sono 40 anni che insegno sempre le stesse cose: stop, conduzione della palla, tiro di collo o esterno, controllo di piatto o suola, e così via. Purtroppo da qualche tempo in Italia ci siamo dimenticati di questi fondamentali. Anche per questo motivo ci troviamo di fronte a un clamoroso buco generazionale che ci lascia senza campionissimi dopo le ondate degli anni Sessanta con Vialli, Maldini, Mancini, Baggio e Zola, e Settanta con Pirlo, Totti, Del Piero e Nesta. Adesso qualcosa sta cambiando.

Si tratta di una politica molto più europea: Barcellona, diversi club inglesi, una sfilza infinita di tedesche – per la cronaca, il calcio tedesco ha superato quello italiano, nel ranking UEFA – adottano strategie simili, ma su scala molto più ampia rispetto alla val Brembana e alla val Seriana. E i risultati si vedono, o di sicuro si vedranno.

L’inchiesta di Repubblica non perde l’occasione per criticare il modello italiano:

Meno virtuosi altri percorsi di “scouting”. La ricerca del campioncino, ad esempio, degenera in provini artigianali organizzati da intermediari e faccendieri alla periferia di Napoli: grazie ad alcune società dilettantistiche usate come copertura vengono radunati decine di ragazzini promettenti dalle squadrette della zona e invitati osservatori di club professionistici che talvolta comprano, ovviamente in nero. Facile anche immaginare i legami non proprio candidi sottesi a certe operazioni.

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