Il federalismo scolastico che già c’è

«In tutti i gradi di scuola – vale a dire in quattro universi statistici distinti (docenti di scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di I e II grado) – i docenti che fanno meno assenze per malattia sono sempre quelli del Piemonte (dove peraltro operano molti professori di origine meridionale). Quelli che ne fanno di più – anche qui ripetutamente in tutti i gradi di scuola – sono invece quelli della Calabria, che si assentano dal servizio più del doppio dei colleghi piemontesi. In particolare, i più virtuosi sono i docenti delle scuole superiori della provincia di Asti (3,6 giorni medi all’anno di assenza per malattia). I meno virtuosi, o appunto i più cagionevoli di salute, cioè quelli che si assentano di più per malattia, sono quelli delle scuole superiori della provincia di Reggio Calabria (12,8 giorni medi all’anno pro capite)».

Quanto al personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario) e cioè i bidelli, le segretarie e così via, «la provincia con meno assenteismo è quella di Cuneo (7,5 giorni all’anno), quella con più assenteismo per motivi di salute quella di Nuoro, che sfiora (in media) i 15 giorni (Reggio Calabria è subito dietro con 14,5 giorni)».

Alle scuole materne la situazione non cambia molto: cinque giorni d’assenza media l’anno a Piacenza, 16,9, e cioè più del triplo, a Vibo Valentia.

Ma anche, per esempio, in quella dei voti più alti dati ai maturandi. Spiega infatti il dossier della rivista, sotto un titolo ironico («quasi geni a Vibo Valentia») che nel Vibonese «si registra alla maturità una delle più alte percentuali di studenti promossi con il massimo dei voti e la più bassa percentuale di studenti promossi con il minimo dei voti». Tanto per capirci: il 33,6% dei diplomati può mettere in bacheca un 100 o addirittura un 100 e lode. Una percentuale molto più alta della media nazionale (23%) ma addirittura tripla rispetto a quella della provincia di Varese. Domanda: è mai possibile che tutti i cervelloni si erano concentrati nel Vibonese e tutti i somari nel Varesotto? Come è possibile prendere sul serio un dato come questo se viene drammaticamente smentito, ad esempio, dai rapporti Pisa (Programme for international student assessment) dell’Ocse che ogni tre anni valutano la preparazione degli studenti quindicenni di tutto il mondo? E’ una malizia immaginare che a Vibo Valentia i docenti usino un metro di misura diverso da quello usato a Varese? La tendenza, del resto, è uguale a livello di macroaree: i «bravissimi» premiati con il 100 o il 100 e lode sono nel Sud il 25,8%, nel Nord-Ovest il 18,7: quasi un terzo di meno. Sul piano regionale, le differenze sono ancora più marcate: gli studenti che escono con il massimo dei voti dagli istituti superiori calabresi sono il 30,4%. Da quelli lombardi la metà: 16,6%. 

«La precarietà è di casa al Nord, mentre è molto più attenuata al Sud e nelle Isole». Qualche esempio? Solo 5,6% di docenti precari nella scuola dell’infanzia statali al Sud e 18,9 nel Nord-Est, solo 3,2 nelle primarie al Sud e 16,2 nel Nord-Ovest, 24,5% tra insegnanti di sostegno al Sud e 56,2 al Nord-Est. E così via… Una tendenza costante: «tra le province hanno fatto registrare una condizione di bassa precarietà Agrigento, Caserta e Lecce, mentre all’opposto, si trovano in fondo a questa poco invidiabile graduatoria Bologna e Modena. Negli ultimi 15 posti di questa graduatoria complessiva della precarietà si trovano 6 delle 9 province emiliano-romagnole e 5 delle 11 province lombarde». 
Il dato più preoccupante, tuttavia, è probabilmente quello sull’abbandono scolastico: «Ancora una volta Sardegna, Sicilia e Campania registrano le più alte punte di dispersione scolastica, perdendo per strada – negli istituti tecnici – circa quattro ragazzi ogni dieci iscritti al primo anno». Eppure il dato che «sembra destinato a fare sensazione», perché inaspettato, «è quello che attribuisce alla provincia di Novara la palma del maggior abbandono scolastico: il 36,3 per cento degli iscritti, alla fine del quinquennio dei licei classici e degli istituti ex magistrali, e il 46,8 per cento alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali».

L’articolo di Gian Antonio Stella, del quale ho copiato e incollato alcuni passaggi (molti, in realtà: fare una sintesi non è facile), lo trovate intero qui.

Ah, per favore, risparmiamoci battute sui somari del Varesotto e Renzo Bossi, grazie.

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14 thoughts on “Il federalismo scolastico che già c’è

  1. Bell’articolo .
    Peccato che Stella valuti la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento dai voti e non grazie a valutazioni “esterne” (Pisa ad esempio).

    • Un passaggio sui dati OCSE Stella lo fa: “Domanda: è mai possibile che tutti i cervelloni si erano concentrati nel Vibonese e tutti i somari nel Varesotto? Come è possibile prendere sul serio un dato come questo se viene drammaticamente smentito, ad esempio, dai rapporti Pisa (Programme for international student assessment) dell’Ocse che ogni tre anni valutano la preparazione degli studenti quindicenni di tutto il mondo?”

      Io sono tra i somari del Varesotto, comunque 🙂

  2. Valore legale del titolo di studio, modalità di reclutamento (i dati sul precariato al nord sono allarmanti), sostegno (sempre tuttoscuola aveva pubblicato uno studio sulla distribuzione territoriale da far mettere le mani nei capelli), rendimento e dispersione…

    Se poi però parli di necessità di rivoltare come un calzino l’organizzazione del sistema di istruzione ti dicono che fai il gioco della Gelmini… Come diceva Giolitti della credibilità?

  3. I dati sui livelli di apprendimento non registrano solamente la capacità della scuola di insegnare. La scuola non vive su Marte, ma in un contesto socio-culturale che partecipa della formazione complessiva dei ragazzi. I contesti in cui si registrano le peggiori performance (secondo i PISA-OCSE) sono di questo tipo:

    “Spicca il reportage in presa diretta della fiaccolata voluta dal centrosinistra a Scampia, il luogo simbolo di Gomorra. lì un energumeno con barba, canottiera bianca e occhiali da sole alla Venditti sbarra la strada al sindaco Rosa Russo Iervolino: con un vocione cavernoso esclamò, di botto: “Che cosa stae facendo? Cos’è quasta cosa?”. Guardando negli occhi l’omone, Rosetta rispose con la sua graffiante vocina: “E’ una fiaccolata per la legalità…”. Tronfia. Coraggiosa. Sorridente. Uno dello staff aggiunge: “…E contro la Camorra”. A quel punto l’Ercole della periferia sbuffò, senza alcuna possibilità di replica: “Ah, contro la Camorra? Ma qui è la Camorra che ci dà da mangiare, senza Camorra saremmo finiti”. E’ solo l’anticipo del gran finale, con una folla di donne che insultano il Sindaco, lanciando sacchetti della spazzatura dalle finestre. Rosa Russo Iervolino viene presa di peso e messa in auto; il prode De Magistris quasi portato a braccia dai membri del suo staff in un Suv, tanto era bianco in volto e terrorizzato dal quartiere (“Appena finisce, applaudiamo e via”, come sussurrò al collaboratore che aveva al suo fianco). La marcia per la legalità si scioglie in una fuga generale, protetta da un cordone di poliziotti.” (dalla recensione del libro “Emozioni primarie” di Iaccarino e Cerulo, su l’Espresso. Un libro scritto da due protagonisti delle primarie del PD di Napoli… un po’ di “Cronaca dal Sud Italia”).

    Detto questo, è chiaro che oltre al problema di un territroio sempre meno capace di preparare cittadini (e lavoratori) qualificati, c’è anche il problema che quella specie di “premio” per aree disagiate che si registra nei voti più alti assegnati a parità di merito poroduce anche effetti perversi. Come il fatto che chi esce da un percorso di formazione meno qualificante svolto al Sud ma con un voto più alto ha più possibilità di ottenere un posto nella Pubblica Amministrazione (al Sud, ma anche centrale e anche al Nord) di chi invece ha un voto meno alto ma una migliore preparazione data da un percorso formativo svolto al Nord. Questo effetto perverso produce a sua volta contro-effetti, come il “correttivo” preteso dalla Lega di inserire nei criteri per i punteggi di assunzione nella PA anche la residenza. Un modo sbagliato di reagire però a una percezione evidentemente corretta. Il PD, dal canto suo reagisce condannando il correttivo, ma misconoscendo nel contempo anche la giusta percezione della condizione e dunque la necessità di un qualche correttivo. Un disastro.

    daniele,milano

    • Per le assunzioni nelle PA, il correttivo potrebbe essere semplicemente un esame uguale per tutti che valuti direttamente le competenze, dando nel contempo meno peso al voto scolastico.

      • Scusa Pino, ma l’esame chi lo fa poi?
        Guarda che negli scorsi mesi hanno tentato di truccare quello di Notaio a Roma, tanto per dire l’aria che tira.
        E poi è semplicemente impossibile non considerare fra i titoli qualificanti il voto ottenuto agli esami finali delle superiori o dell’università, sarebbe come dire ad un ragazzo che non conta niente l’impegno profuso in sede di studio.

        Diciamo la verità Pino: il Sud ha generato le mafie e nel Sud amplissime fette della popolazione vivono di truffe, di ogni tipo (dai finti voti ai fondi UE rubati). Il problema, come sempre, è il Sud. Pensare di risolverlo unificando e centralizzando sempre di più leggi controlli e meccanismi è un errore già compiuto dai Savoia, do you know?
        Ma quanto ancora dovremo mangiar merda prima di capire che non possiamo più stare insieme?
        Ma è così sacrilego pensare che, nel contesto comunitario UE, staremmo meglio con (almeno) due stati divisi e indipendenti fra loro, piuttosto che con uno centralizzato che prende il peggio dal Sud e lo esporta al Nord, drogando il Mezzogiorno e inquinando pericolosamente il Nord?

  4. Con la scuola ho lasciato molto presto, conseguendo solo la licenza media inferiore; quindi non ne so molto.
    Ma se, da nord a sud, la protesta del mondo scolastico è unanime ci sarà pure un motivo, no?
    Evidentemente la riforma ci vuole, ma la dovrebbe fare qualcuno che sia competente.
    Questa è l’unica riflessione che posso fare.

    • Al di là della simpatia personale e al di là delle differenze di vedute, il particolare sulla tua preparazione scolastica aumenta il mio livello di stima nei tuoi confronti. Diffido profondamente di chi valuta le persone sulla base della preparazione scolastica (non a caso Berlusconi ha voluto che Scajola diventasse dottore, peccato che sempre Scajola sia rimasto).

      Sul merito della protesta, credo che si estenda da Nord a Sud perchè fa parte dell’essere studenti protestare a prescindere (dopo una settimana al Carducci di Milano avevo già preso parte ad un corteo, con tanto di passaggio collettivo a sbafo in metropolitana e cori in piazza Duomo). La protesta è cool e qualche ora in meno nei banchi non si nega a nessuno.
      Non ditemi cinico perchè se no m’incazzo, dato che queste cose le sa chiunque ci sia passato.
      Non è un caso, peraltro, che dei problemi seri, come quelli evidenziati dall’articolo e dal commento di Daniele, gli studenti si guardino bene dal parlare. Non sta bene dire che il trattamento scolastico nel Sud è socialmente compensativo, con effetti disastrosi sulle assunzioni nel settore pubblico…

  5. Pingback: links for 2011-05-06 « Champ's Version

    • Ottimo link.
      Noiseformamerika ci dice sostanzialmente che in Italia si spende troppo in istruzione (paramentrando la spesa a una serie di indicatori).

      Tre considerazioni aggiuntive:

      1) si tratta di un dato abbastanza interessante perché normalmente l’Italia occupa le ultime posizioni in qualsiasi capitolo di spesa pubblica. non perché i governi siano “cattivi” (come spesso si è portati a pensare), ma per il fatto semplice semplice che l’Italia ha il secondo debito pubblico in rapporto al PIL dell’OCSE (ci supera solo il Giappone) e dunque deve spendere una quota maggiore di PIL per pagare i relativi interessi, dispondendo quindi di minori risorse per servizi, prestazioni e investimenti.

      2) “Italia” statisticamente non significa un cavolo: nessun paese OCSE regitra un differenziale tanto rilevante tra diversi terditori (sia in termini di deltam, sia soprattutto in termini dic onsistenza demografica dei territori considerati). Questo significa che se i dati sull’Italia fossero regionalizzati, si scoprirebbe che al Nord si spende molto meno che al SUD perché i docenti (in rapporto agli studenti) sono meno (e il loro costo rappresenta il 95% della spesa).

      3) Il punto 2 è ancora più importante perché se all’analisi sugli input fatta da noisefromamerika si affianca qualla sugli output delle indagini PISA-OCSE si scopre che il Nord, pur spendendo meno, ottiene risultati molto migliori, tanto da piazzare la Lombardia ai vertici delle classifiche internazionali.

      daniele,milano

      • Lo metto qui, visto che si parla di istruzione, ma meriterebbe un pezzo a parte su Cronache dal Nord Italia, tanto per dare anche quelache “goddo news” come le chiama la Gabanelli.
        Istat ha diffuso i dati sulla lettura in Italia (trovate tutto sul sito, con tanto di tavole dettagliate). Ma intanto vi elenco le regioni in cui oltre il 50% dei cittadini con più di sei anni hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno:
        – Trentino A.A. (57,9%)
        – Friuli V.G. (56,3%)
        – Valle d’Aosta (55,7%)
        – Lombardia (55,1%)
        – Toscana (53,9%)
        – Veneto (53,7%)
        – Piemonte (53,1%)
        – Liguria (52,6%)
        – Emilia R. (51,5%)
        – Lazio (51,4%).

        Per la cronaca tutte le regioni del Sud, tranne l’Abruzzo e la Sardegna (40,8% e 49,1%), i lettori di almeno un libro all’anno si attestano sotto al 40% (picco del 37,8% in Molise, valle del 31,4% in Basilicata).

        Oh, perbacco, ma com’è che quegli ignorantoni, bigotti, montanari e valligiani, chiusi, razzisti e legaioli (e recentemente pare anche più mafiosi di tutti, Saviano dixiti e Vendula pure) del Nord-Est e della Lombardia leggono di più di quanto non si faccia nella colta Toscana o nell’amministrativamente perfetta Emilia Romagna patria degli asili-modello ed enormemente di più di quanto non avvenga nel dotto Mezzogiorno e nella millenaria Roma? Ah, forse ho la risposta: al Nord sicuramente leggono Tamaro e Bruno Vespa, altrove Nietzsche e Shakespeare… dev’essere proprio così, altrimenti come potrei confermare il fatto che al Nord berlsuconiano e leghista sono tutti necessariamente dei baluba.

        daniele,milano

  6. P.S.: farei anche notare che siccome al Nord la quota di immigrati sulla popolazione è enormemente più alta che al Sud (e i libri in arabo o in rumeno è esattamente matematico trovarli all’edicola sotto casa né al supermercato) il dato “normalizzato” tenendo conto di questo fattore darebbe probabilmente risultati con differenziali ancora più alti.

    Sul sito ci sono anche delle mappe… ora, vorrei ripetere ad nauseam: ma come si fa a considerare l’Italia, almeno statisticamente, qualcosa che abbia senso?

    daniele,milano

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