Nord e Sud, il paradosso della crescita

C’è un’idea su cui sembrano d’accordo quasi tutti, e che ormai è diventata un ritornello: il problema numero uno dell’Italia è il Sud. Se si considera solo il Nord, siamo una fra le realtà più avanzate d’Europa, se si considera solo il Sud siamo una delle realtà più arretrate. Dunque il problema è di consentire al Sud di agganciare il resto del Paese.

Questa diagnosi è vera solo a metà: se guardiamo al reddito per abitante, al tasso di disoccupazione, ai livelli di apprendimento degli studenti, all’occupazione femminile, effettivamente il Nord (a differenza del Sud) se la cava più che bene nel confronto con i maggiori Paesi europei. Ma c’è un punto fondamentale su cui, contrariamente a quanto si crede, il Nord non è affatto in vantaggio sul Sud. Questo punto è la crescita: dal 1995 a oggi il prodotto interno lordo (Pil) del Nord non è affatto cresciuto più di quello del Sud, e in termini pro capite è cresciuto decisamente di meno. E questo è vero non solo per gli anni della crisi (dopo il 2007), ma per il lungo periodo che va dalla fine delle svalutazioni della lira (1995) all’ultimo anno pre-crisi (2007). In quel dodicennio il Pil pro capite del Sud è cresciuto a un tasso medio dell’1,4%, quello del Nord a un tasso compreso fra lo 0,7% e lo 0,8%, dunque circa la metà di quello del Mezzogiorno. Insomma è in parte vero, come spesso sentiamo dire ai nostri politici, che l’economia italiana si muove «a due velocità».

Ma non è vero che il Nord corre e il Sud arranca, semmai è vero il contrario.

L’editoriale di Luca Ricolfi continua qui.

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8 thoughts on “Nord e Sud, il paradosso della crescita

  1. Vorrei sapere come è stato calcolato tale pil pro capite…quanto è frutto di trasferimenti pubblici?
    Ricolfi poi dice:”È come se, di fronte all’incapacità di tutti i governi, di destra e di sinistra, di ridurre in modo apprezzabile le aliquote fiscali che gravano su lavoratori e imprese, una parte del Paese se le fosse autoridotte senza aspettare alcuna riforma. ”
    mah…bravi!

  2. P.s
    il 2 aprile in alcuni giornali on line si scriveva:
    http://news.denaro.it/blog/2011/04/02/se-il-sud-cresce-piu-del-resto-del-paese/

    Ma è proprio vero, come dice Tremonti, che l’Italia non cresce perché gravata dalla zavorra Mezzogiorno, palla al piede del Paese? A smentire questa affermazione arrivano dei dati da fonte autorevole: il Centro Studi Confindustria. Si tratta di elaborazioni effettuate da Massimo Rodà e avallate dal Direttore del Centro Studi, Luca Paolazzi, che ne ha riferito puntualmente e con grande efficacia sul Sole 24 Ore. Nel periodo che va dal 1997 al 2007, anno che ha preceduto l’inizio della grande recessione, il prodotto interno lordo per abitante è cresciuto del 13,1% al Sud e appena dell’8,1% al Nord. Si è trattato di un incremento in ogni caso molto contenuto, considerando che stiamo parlando di un decennio, ma in assoluta controtendenza rispetto ai generali e assorbenti dati e luoghi comuni che presentano un Mezzogiorno sempre “secondo”. La sintesi dello studio presentato è quindi che se il Sud continua a precipitare, le cosiddette aree forti del Paese hanno avuto una flessione ancora più marcata.
    Negli ultimi anni, il Mezzogiorno ha continuato a dare un sostanziale apporto all’economia del Settentrione. Basta far riferimento alle stime elaborate dalla Fondazione Curella sugli effetti della mobilità del capitale umano intellettuale. Tanti giovani per buona parte laureati si sono trasferiti dal Sud al Nord per trovare lavoro. In termini di costi sostenuti la formazione ricevuta è costata ai territori di provenienza circa 15 miliardi l’anno. Fate il conto sugli ultimi 10 anni ed avrete un piano sud e mezzo di prima maniera e tre piani sud di ultima formulazione. In aggiunta, l’investimento che tante famiglie meridionali fanno sui loro figli si tramuta in un sostegno alla qualificazione della forza lavoro settentrionale e quindi anche alla crescita del pil di quell’area del Paese.
    Come ha opportunamente sottolineato Paolazzi, “non è fondata l’affermazione che c’è un Nord che tiene il passo del resto d’Europa”. Anzi. Per certi versi la crescita del Nord nel passato anche recente è stata favorita dal mercato di sbocco rappresentato dal Mezzogiorno. Il declino del Paese ha coinciso “con la riduzione dei trasferimenti alle regioni meridionali”.
    Da ciò, va innanzitutto prestata sempre maggiore attenzione al così detto Piano Sud perché possa far ripartire il Paese (come ritengo nelle intenzioni del Governo) ma anche perché possa rappresentare finalmente vera occasione di rinascita del Mezzogiorno e non strumento di rinvigorimento della politica dualistica, che, paradossalmente, potrebbe avere effetti distorcenti, se è vero che il Mezzogiorno ha finalmente manifestato la sua maggiore vitalità nel decennio di minore attenzione da parte della politica nazionale.
    Peraltro, parlando di Piano Sud, c’è da osservare che se è vero che la crescita del pil procapite del Sud è superiore a quella del Nord, significa che per ogni euro di investimento effettuato al Sud l’effetto sulla crescita del Pil è superiore a quello del Nord. La differenza si amplificherebbe ulteriormente se si riuscisse ad interrompere l’enorme emorragia culturale e finanziaria collegata alla mobilità del capitale umano. Se si vuole far crescere l’Italia, insomma, bisogna premere proprio sulla leva Mezzogiorno.
    Il Piano Sud, che a questo punto potrebbe essere a buon diritto rinominato Piano Italia, per il rilancio dell’intero paese, può costituire un’ottima opportunità. E’ tuttavia importante la scelta delle modalità con cui dare concretezza a questo strumento. Se si vuole superare lo squilibrio territoriale enorme, che divide ancora il Meridione dal Centro-Nord, bisogna favorire gli investimenti i cui profitti restino sul territorio a generare ulteriore ricchezza incidendo in maniera strutturale sul divario. In alternativa c’è il rischio che il Piano Sud gestito nella logica assistenzialistica e dualistica possa paradossalmente pregiudicare quello che di buono il territorio meridionale ha espresso nel decennio considerato. In ogni caso va evidenziato, come peraltro afferma Paolazzi, che per pareggiare il pil pro capite tra le due aree servono tre lustri in cui a una crescita Nord del 2% corrisponda una del Sud di quasi il 6% l’anno, ma è questo l’unico modo per assicurare una spinta propulsiva a tutta l’Italia.

    *presidente Gruppo Piccola industria
    Unione Industriali Napoli

    sottolineo una frase da incorniciare: ” Il declino del Paese ha coinciso “con la riduzione dei trasferimenti alle regioni meridionali”.”…
    per non parlare del fatto che” il nord crescerebbe grazie al mercato rappresentato sud…”

    • “elaborate dalla Fondazione Curella sugli effetti della mobilità del capitale umano intellettuale. Tanti giovani per buona parte laureati si sono trasferiti dal Sud al Nord per trovare lavoro. In termini di costi sostenuti la formazione ricevuta è costata ai territori di provenienza circa 15 miliardi l’anno. Fate il conto sugli ultimi 10 anni ed avrete un piano sud e mezzo di prima maniera e tre piani sud di ultima formulazione. In aggiunta, l’investimento che tante famiglie meridionali fanno sui loro figli si tramuta in un sostegno alla qualificazione della forza lavoro settentrionale e quindi anche alla crescita del pil di quell’area del Paese.”

      Scusa tanto, ma ‘sta argomentazione mi pare piuttosto risibile.

      Primo perché – differentemetne dai soldi – le persone DECINDONO di spostarsi, mentre le tasse te le prendono e finiscono dove decide lo Stato, non dove decidi tu.

      Secondo perché allora dovremmo fare i conti di quanti alureati italiani (anche del Nord) se ne sono andati in mezzo mondo e rivendicare il fatto che la Repubblica italiana e le famigle italiane hanno sostenuto una quota parte della crescita di Usa, Uk, Germania, Francia, ecc…. ma che cacchio vuol dire?!!!

      daniele,milano

  3. Ricofli compie un’analisi a metà e allude a una soluzione, secondo me, poco credibile.

    L’analisi è a metà, perché Ricolfi si dimentica di farsi una semplicissima domanda: perché i tassi di crescita del Nord si riducono a partire dagli anni Novata? La risposta è che in quegli anni si sono verificati 3 cambiamenti molto rilevanti: a) l’apertura completa del mercato comune europeo (1992) e la progressiva apertura dei mercati mondiali (1994); b) la stretta su debito pubblico (a partire dal 1992); c) l’introduzione dell’euro (1998-2001).

    Questi 3 fatti hanno comportato il fatto che le aree produttive del Paese (cioè prevalentemente il Nord) abbiano dovuto contemporaneamente a) affrontare un aumento della pressione competitiva senza più strumenti di difesa (barriere doganali, svalutazioni competitive) e un aumento della pressione fiscale visto che non era più possibile espandere il debito per fare fronte alla spesa pubblica, compresa quella improduttiva (presente soprattutto al Sud).

    E’ OVVVIO, pertanto, che quelle aree connotate da PIL produttivo e maggiore fedeltà fiscale abbiano visto diminuire i loro tassi di crescita, mentre quelle in cui il PIL è fatto maggiormente di spesa pubblica (anelastica e non esposta alla competizione di mercato) siano state toccate meno dalle difficoltà di crescita. Infatti non è il Sud che cresce di più, ma il Nord che cresce meno, e c’è una bella differenza in questa apprante sfumatura.

    La tesi di Ricofli è che il Sud ha tassi di crescita maggiori perché evade di più. Questo è anche vero, ma cozza con le conclusioni, laddove dice: “Usare i proventi della lotta all’evasione e i risparmi di spesa anche per ridurre le aliquote, anziché continuare a riversarli tutti nel grande calderone della riduzione del debito, può sembrare azzardato”. Infatti, se tu riduci l’evasione fiscale al Sud e vai a tagliare la spesa improduttiva (largamente presente al Sud), il Sud -che di questo (evasione+ spesa pubblica improduttiva) campa- smette di crescere.

    Tra l’altro, l’allusione al fatto che meno tasse significihi necessariamente più crescita, è pericolosa e – per me – anche sbagliata. Non è il livello di pressione fiscale che conta, ma:

    a) la corrispondenza tra tributi versati e servizi, prestazioni e investimenti pubblici . Questa corrispondenza al Nord non esiste perché una parte delle risorse estratte dal fisco al Nord servono ad alimentare i trasferimenti in “solidarietà nazionale” (cioè al Sud) in dimensionid el tutto sconosciute alkle altre regioni ricche d’Europa che non hanno da sobbracarsi il peso della più vasta area di sottosviluppo del continente (il Sud Italia). E’ questo che fa la differenza tra il Nord Italia e e le altre regioni forti d’Europa con cui quelle del Nord mostrano tante somiglianze tranne i tassi di crescita. Questo sarebbe cresciuto il Nord se una buona parte delle risorse publiche devolute in “solidarietà” fossero state spese in potenziamento della sua dotazione infrastrutturali, incentivi alla ricerca&sviluppo, innovazione della PA, ecc.?

    2) da dove prendi le risorse come Stato. In Italia, infatti, il prelievo – come peraltro nota Ricolfi – colpisce molto i redditi, meno i consumi, pochissimo le rendite e per nulla i patrimoni. Ma se non pigli i soldi dai produttori, allora devi per esempio spostarti sui consumi. I consumi al Sud non differiscono molto da quelli del Nord (proprio perché il Sud conta su un gruzzolo di risorse accumulato con l’evasione) e se andassi ad aumentare il prelievo lì, probabilmente rischieresti di comprimere i consumi al Sud, e dunque di ridurne, anche in questo caso, la crescita.

    La soluzione è una e una sola, e a me sembrea pressoché impossibile da attuare: rendere aree con una capacità produttiva di PIL mercato (cioè quello “vero”) un po’ meno improduttive. portere cioè il Sud a livelli non certo del Nord, ma almeno della Grecia o del Portogallo. Con il problema di dover fare i conti con 4 organizzazioni criminali tra le più potenti del mondo che non appestano Grecia e Portogallo. Impossibile. A me pare che gli esiti posano essere sostanzialmente 2:

    a) il paese declina (come sta già facendo) perché prima o poi a furia di massacrarlo, il nord perde capacità produttiva (il che porta subito dopo ovviamente al tracollo del Sud, privato dei trasferimenti dal Nord).

    b) il paese si spacca. Di fronte alla catastrofe del declino, qualcuno comincia a pensare che è l’ora di piantarla di foraggiare 11.000 forsetali in Clabria, 27.000 dipendenti della Regione Sicilia, gli autisti senza patente del Comune di Palermo, la “emergenza” più che decennale dei rifiuti di napoli che nonostante l’esercito di netturbini e miliardi di spese extra non si risolve mai, la pletora di finte pensioni di invalidità, le regioni come la Puglia che hanno il record di finanziamenti europei assegnati e non spesi, i sistemi sanitari di lazio, Sicilia e Calabria che da soli fanno l’80% del debito sanitario italiano peraltro con prestazioni così schifose da costringere i loro malati a migrare in Lombardia, un sistema scolastico che pone la Clabria agli ultimim posti OSCE insieme a Cile, Turchia e Messico, quando la Lombardia è ai primi con Finlandia, Giappone e Norvegia, gli assegni di disoccupazione dei braccianti di Rosarno che mandano nei campi i “negri” a 5 euro al giorno, salvo poi sparagli alla schiena quando si stufano, eccetera, eccetera, eccetera.

    daniele,milano

    • il mio intervento relativo a: ” Il declino del Paese ha coinciso “con la riduzione dei trasferimenti alle regioni meridionali” era ironico..volevo sottolineare che tale argomentazione mi sembra ridicola…ossia trasferimenti= sviluppo.
      Su Ricolfi concordo con te Daniele.

      • Ok. Mi ricordo le uscite sui giornali. Anche sul fatto – mi pare riportato da SVIMEZ – che il Nord vivrebbe grazie al mercato rappresentato dal Mezzogiorno.

        Ora:
        1) in un contesto di mercati aperti, non si capisce cosa significhi questa osservazione.

        2) sono convinto che se si facesse un’analisi compiuta di quali sono i mercati grazie a cui “vive” il Nord, non sono così convinto che in termini di valore e di dinamica il Mezzogiorno costituisca un mercato cruciale per le imprese del Nord.

        3) casomai il problema è esattamente il contrario. Finché il sistema era chiuso e i fattori immobili, il Nord beneficiava del Mezzogiorno prima come area di manodopera a basso costo e poi come mercato di sbocco. Saltate le frontiere, e mobilizzati i fattori, la manodopera a basso costo le imnrpese la possonoa vere o delocalizzando le attività nei paesi più poveri o “importando” manodopera da quegli stessi paesi, mentre il mercato di sbocco è il mondo e, contemporaneamente, la domanda localizzata nel Mezzogiorno (come ovunquer) può soddisfare i suoi bisogni acquistando prodotti fabbricati non al Nord. Dunque quel presunto beneficio del Nord è senz’altro diminuito.

        daniele,milano

      • Sarà banale e imperfetto ma lo schema dovrebbe essere :
        io ho una mela e un euro e do a te un euro con cui tu compri la mela…chi ne ha beneficiato?

  4. Consiglio di ascoltare in versione podcast la trasmissione radiofonica odierna di Giannino su radio24 “la versione di Oscar”, in cui Ricolfi ha spiegato in modo approfondito l’articolo apparso Lunedì sulla stampa.
    In sostanza il pil pro capite del sud (anni 95-07) è cresciuto di più per un auto abbassamento delle tasse …ossia evasione.

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