“Agli stranieri i nuovi posti di lavoro”

La situazione a Lampedusa si complica. Il mare grosso impedisce l’arrivo di nuovi migranti, ma anche il trasferimento sul continente delle migliaia di persone sbarcate nelle ultime settimane. Le navi che dovevano assicurare «in 48-60 ore» (parole di Berlusconi) lo sgombero dell’isola non riescono nemmeno ad attraccare, mentre i tunisini ammassati nella tendopoli pugliese di Manduria fuggono (o sono lasciati fuggire?) scavalcando esili reti di recinzione, o passando attraverso varchi lasciati aperti. Quanto alle Regioni che avevano dato la loro disponibilità a gestire i nuovi arrivati, una dopo l’altra fanno marcia indietro, o come minimo costellano di innumerevoli paletti e distinguo la loro volontà di accoglienza: sì ma solo i rifugiati politici, sì ma non nelle tendopoli, sì ma solo se nessun’altra regione si tira indietro.

Bruttissime figure, dunque, sono in arrivo per il governo in generale (l’ennesima promessa tradita) e per la Lega in particolare, pronta a fare la faccia feroce in campagna elettorale, ma impotente – come chiunque – al momento di affrontare il problema dell’immigrazione.
Già, ma qual è il problema? In questi giorni ho sentito due versioni. Una dice: se l’Europa se ne lava le mani, e noi italiani non riusciamo a rimandarli indietro rapidamente, il segnale di impotenza che inviamo a tutti i disperati del Nord Africa avrà conseguenze catastrofiche, perché i 20 mila migranti di questi mesi (tanti ma non tantissimi) potrebbero rapidamente diventare 50 mila, 500 mila, 1 milione. Per non parlare dei problemi di legalità: uno Stato serio non può accettare che sul proprio territorio circolino o transitino migliaia di persone non identificate, non tutte alla ricerca di un lavoro con cui campare.

C’è anche una seconda versione, che capita di ascoltare soprattutto in casa leghista: li vogliamo rimandare a casa perché in Italia c’è la crisi, manca il lavoro, e quel poco che c’è non basta nemmeno agli italiani. Insomma, i tunisini li vogliamo mandare via non perché siamo razzisti, ma perché c’è la disoccupazione. La prima versione del problema immigrati – un Paese ha diritto di limitare gli ingressi e far rispettare le leggi – pone un mucchio di problemi morali, giuridici, pratici, ma è comprensibile, al limite del puro buonsenso. Sulla seconda versione, che sottolinea la mancanza di lavoro, ho invece molti dubbi. Sembra logica anch’essa, ma lo è meno di quanto appaia a prima vista.

Vi consiglio di proseguire la lettura dell’editoriale di Luca Ricolfi, cliccando qui.

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2 thoughts on ““Agli stranieri i nuovi posti di lavoro”

  1. Ho letto anch’io quell’editoriale di Ricolfi, però non mi convince. Ricolfi chiude dicendo:

    “Visto da questa angolatura il problema dell’immigrazione assume contorni un po’ diversi. Sul versante del mercato del lavoro, il problema dell’Italia – per ora – non è di essere invasa dagli stranieri, ma di essere più adatta agli stranieri che agli italiani. Il nostro guaio non è che gli stranieri ci portano via i posti di lavoro, ma che ci ostiniamo a creare posti che né noi né i nostri figli sono disposti a occupare. Camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori continuano a servire al sistema Italia. Molto meno ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori, tutti mestieri per i quali – se si è davvero bravi – forse è meglio guardare alle opportunità che si creano negli altri Paesi avanzati che sulla scuola, la ricerca e la cultura hanno puntato più di noi”

    Primo: che significa “essere disposti a occupare” o meno un posto di lavoro? I casi sono due: a) il salario è troppo basso, funque c’è (come effettivamente c’è) una questione di ineguale distribuzione della ricchezza tra rendite, profitti e salari in italia; b) c’hai talmente il culo nel burro che ti puoi permettere di rifutare un lavoro (e anche questo in parte è vero, dal momento che le famiglie italiane sono di gran lunga le più ricche e capitalizzate del mondo insieme a quelle giapponesi).

    Secondo: visto quanto detto, è indubitabile che in un Paese dove esistono aree con oltre il 20% di disoccupati -peraltro calcolati su una popolazione attiva bassissima- come nel Sud, non abbia alcun senso imbarcare nuova forza lavoro: prima si faccia lavorare quella che c’è e non lavora, vuoi perché il lavoro è pagato poco, vuoi perché trova più conveniente fare altro.

    Terzo: trovo irritante oltre che stupido pensare che un ingegnere sia meglio di un artigiano o di un operaio specializzato o di un cameriere (tanto più in un paese con una base industriale manifatturiera enorme e che avrebbe enormi potenzialità turistiche). E trovo idiota pensare che si possa avere un paese fatto solo di professioni “alte” perché “non sta bene” avere in circolazione troppa gente che lavora con le mani e non con la testa. C’è una dignità del lavoro – tutto il lavoro – e sarebbe il caso di recuperarla un po’, soprattutto da sinistra (e Ricolfi pare essere uno di sinistra). Possibile che neppure lo schianto della crisi, le guerre per accaparrarsi le materie prime, gli ottimi risultati di un paese manifatturiero come la Germania riescano a scalfire l’illuzione di un mondo che non si capisce bene come dovrebbe essere tutto “immateriale” e “pulito”?

    daniele,milano

  2. Sarebbe meglio far lavorare gli italiani? Ma se il mercato del lavoro cerca braccia da sfruttare a minor prezzo è ovvio che gli immigrati accettano, più degli italiani, di stare a certe condizioni. Il mercato del lavoro non è esterofilo, sta solo erodendo quei diritti che i lavoratori avevano conquistato quarant’anni fa.

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