2061

Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell’ingresso. Occorre ricordare qual era la condizione degli italiani prima dell’unificazione? Facciamolo con le parole di Giuseppe Mazzini – 1845: «Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome politico, non voce tra le nazioni d’Europa; non abbiamo centro comune, né patto comune, né comune mercato. Siamo smembrati in otto Stati, indipendenti l’uno dall’altro. Otto linee doganali dividono i nostri interessi materiali, inceppano il nostro progresso, otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri». E ancora, proseguiva Mazzini, Stati governati dispoticamente, «uno dei quali – contenente quasi il quarto della popolazione italiana – appartiene allo straniero, all’Austria». Eppure, per Mazzini era indubitabile che una nazione italiana esistesse, e che non vi fossero «cinque, quattro, tre Italie» ma «una Italia».

Tratto dal discorso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, davanti alle Camere riunite, in occasione della festa dell’Unità d’Italia.

Nel 2061 sarà, saremo, così? Qualcuno citerà ancora Mazzini? Al New York Times sembrano essere molto scettici:

Beyond the political theater, the polemics reflect a profound reality: as Italy prepares to celebrate its 150th anniversary it is more fractured than ever before — politically, geographically and economically. The country has always been more a patchwork of regions with strong local identities rather than a strong nation-state.

Even today most Italians consider themselves the product of their hometowns or regions more than their nation.

In 1911, Italy celebrated the 50th anniversary of unification by inaugurating the hulking Victor Emmanuel Monument in central Rome. (It also invaded Libya, the start of 40 years of bloody colonial rule.) In 1961, for the 100th anniversary, Italy was riding high in an economic boom.

This time around, as the country gears up for fireworks, concerts and special exhibitions — and kicks off a four-day weekend, with public offices and schools closed starting Thursday — the mood is different. Italy is facing economic difficulties, political scandals, brain drain, and once again problems with Libya, its largest supplier of natural gas.

Le identità locali e regionali hanno il sopravvento su quella nazionale, e se nel 1911 l’Italia inaugurava il Vittoriano e invadeva la Libia, e nel 1961 era sulle ali del boom economico, oggi, 2011, l’umore è differente: difficoltà economiche, scandali politici, fuga di cervelli e – ancora una volta – problemi con la Libia.

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4 thoughts on “2061

  1. io penso che nel 2061 mezza italia ricorderà mazzini,perchè ormai l’intento dell’altra è orientato a dividere l’italia.Non condivido questo modo di operare e di pensare,io sono per l’unione,perchè l’unione a mio avviso fa la forza.Una famiglia deve essere unita per poter stare in armonia,ed essere ammirata dagli altri.Invece di dividerci uniamoci sempre di piu’:Speriamo

  2. «Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome politico, non voce tra le nazioni d’Europa; non abbiamo centro comune, né patto comune, né comune mercato. Siamo smembrati in otto Stati, indipendenti l’uno dall’altro. Otto linee doganali dividono i nostri interessi materiali, inceppano il nostro progresso, otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri»

    Questo era molto vero 150 anni fa. Oggi No.

    – La bandiera (ammesso che serva a qualcosa) è blu con dodici stelle gialle;
    – Il nome è Europa;
    – voce in Europa non ne abbiamo neppure oggi molta, ma in questo caso non dipende dalle dimensioni demografiche ed economiche ma dalla capacità di contare
    – il policentrismo plurisecolare italiano evidentemente non si cancella d’autorità e, anzi, costituisce il dato europeo. Oggi è un vantaggio, non un limite.
    – In Europa il mercato è comune a 27 paesi, dunque anche questo non conta più, così come le “linee doganali”.
    – la moneta è una per 20 stati di cui 17 della UE e laddove la moneta non sia condivisa (altri 10 stati Ue) non paionbo sussistere necessariamente problemi di integrazione
    – pesi e misure sono oggi largamente condivisi, salvo che dagli anglosassoni i quali, peraltro, marciano benissimo anche con once, piedi e galloni.
    – il diritto comunitario detta gli indirizzi all’80% dei diritti nazionali e una certa diversificazione ha anche aspetti positivi.
    – oggi vive in Italia una quantità di stranieri più o meno uguale al numero di italiani che vive all’estero e internamente la popolazione è largamente mista (un milanese “doc” bisogna cercalro con il lumicino). D’altra parte anche i tedeschi sono un po’ sparpagliati in diversi stati senza che questo sia vissuto come problema (anzi il problema è sorto quando si è sentito parlare di “grande Germania”, non certo quando il Belgio ha assunto anche il tedesco come terza lingua ufficiale).

    Tutto questo epr dire cosa? Per dire che con la retorica e le citazioni d’antan non si fa il paese. Il paese si fa e si mantiene unito cercando di capire come mai oggi – come si dice nel pezzo citato del NYT – il senso di unità è indebolito e valutando se siano prevalenti le ragioni di mantenimento dell’unità o quelle di cambiamento. Gli stati non sono perenni, nascono, crescono, declinano e muoiono secondo le circostanze storiche e le scelte che si compiono in relazione ad esse. Nel mondo e in Europa sono numerosissime le istanze separatiste e anche i casi di effettiva separazione. Non si capisce perché l’Italia dovrebbe esserne immune. Si tratta LAICAMENTE di capire cosa si vuole fare, sapendo che le istanze separatiste – oltre che legittime – hanno un loro fondamento e una loro dignità politica.

    Se invece si preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto con roboante retorica e sventolii celebrativi, si faccia pure. Ma il rischio è che prima o poi il fiume carsico del separatismo emerga in modi più complicati da gestire e con esiti meno controllabili.

    Ah,m retorica per retorica, citazione risorgimentale per citazione risorgimentale, sentite questa. Nell’ottobre 1860 Luigi Carlo Farini, inviato nel Mezzogiorno da Cavour, scriveva a quest’ultimo: “Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile”. Anche questo è stato il Risorgimento.

    daniele,milano

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