Il foglietto di Maroni

Ho visto ieri Maroni in tv solidarizzare con le popolazioni del Maghreb in fuga. Un terremoto, l’ha definito. Di fronte al quale attivarsi come si fa con i terremoti. Con la protezione civile e tutto il resto (o quasi, perché non si è capito perché il centro di accoglienza di Lampedusa sia stato aperto solo ieri). Comunque, non ce n’è: si tratta di una straordinaria emergenza umanitaria.

Maroni lo diceva come se il terremoto non durasse da sempre, nella transizione post coloniale che assomiglia tanto alle transizioni italiane, perché non finisce mai.

Maroni lo diceva, come se non fossero disperati in fuga anche quelli dei barconi che la Lega pubblica ancora sui manifesti, ad ogni appuntamento elettorale, anche a più di quindici anni di distanza da quando quella foto è stata scattata, dopo il terremoto e la conseguente emergenza umanitaria dei primi anni Novanta.

Maroni lo diceva come se i respinti in mare non fossero disperati e gli africani bloccati in Libia non fossero gli ultimi della terra. Come se questiquelli non fossero ‘clandestini’, secondo la definizione che gli è talmente cara da averla trasformata in reato. Come se i regimi di cui parlava non fossero gli stessi che il governo di cui fa parte ha spesso elogiato (da Gheddafi a Mubarak, e non solo per la nipote), affidando loro la difesa dell’Europa dalla marea di donne e uomini disperati e ‘clandestini’.

Maroni lo diceva perché, a suo dire, Lampedusa dista dalla Tunisia come Milano da Bergamo (un po’ di più, per la verità, ma l’unità di misura è significativa).

Maroni lo diceva, parlando con toni sobri e misurati anche della necessità di realizzare «condomini orizzontali», ovvero campi rom autorizzati e attrezzati, proprio quelli contro i quali la Lega ha sempre costruito le proprie fortune elettorali.

Maroni lo diceva e poi, a un certo punto, ha estratto un foglietto con una dichiarazione di una persona giunta sulle coste italiane, che si diceva senza risorse, in fuga da un paese senza governo, esposta a violenze di ogni tipo.

Prima, il ministro dell’Interno, non ne aveva mai sentito parlare. Prima del foglietto, si era fidato dei manifesti del suo partito. Prima del foglietto, non aveva mai pensato di poter diventare un giorno premier (nonostante l’abbigliamento, si dirà).

Ecco, per favore, non permettiamolo. Sarebbe troppo.

Pippo Civati – anche – per On the Nord

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