Brevetti, l’Italia perde posti in Europa

La Lombardia si conferma la locomotiva d’Italia anche durante la crisi: dei 6.333 brevetti depositati durante il primo semestre 2010, ben 1.793 sono partiti dalla nostra regione. Nota dolente: il bel paese soffre ancora sotto i colpi della crisi, ed è uno dei pochi a livello europeo ad essere quasi fermo sul piano della ricerca e dell’innovazione.

E’ quanto emerge dal rapporto 2010 dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM). L’anno scorso si è chiuso con un totale di 9.636 brevetti italiani, di cui però solo un terzo si è tramutato in brevetti europei: sono infatti circa 2.300 le innovazioni di origine italiana registrate dall’European Patent Office. Per fare un confronto, sono 25.000 quelli tedesche, 9.000 quelli francesi e 6.000 quelli svizzere. Questo significa che, a livello europeo, l’Italia è scivolata all’ottavo posto dei paesi leader nella ricerca.
Inoltre, il nostro paese presenta brevetti in settori “tradizionali” (come la meccanica industriale), ma stenta ad affermarsi nei settori che offrono maggiori prospettive di crescita (biotecnologie, informatica, etc).

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2 thoughts on “Brevetti, l’Italia perde posti in Europa

  1. Sui brevetti gira sempre una riddda di numeri in cui personalmente faccio fatica a districarmi.
    L’anno scorso, una ricerca Unioncamere evidenziava come l’Italia fosse sì all’ottavo posto tra i 12 paesi più industrializzati, ma con un tasso di crescita medio nel decennio 1999-2008 più alto degli altri, dunque migliorando la sua posizione. La stessa ricerca riportava la suddivisione per macro-aree geografiche: 81,1% dal Nord (49,7 Nord-Ovest, 31,9% Nord-Est), solo 13,2 dal Centro e un miserrimo 3,9% dal Sud.

    Sempre lo scorso anno, un’altra indagine della Camera di Commercio di Milano evidenziava come i brevetti nazionali depositati in Lombardia fossero circa un terzo del totale, solo Milano un quarto. Ma soprattutto che le posizioni di Lombardia e Milano erano particolarmente notevoli anche in termini qualitativi perché registravano ottime performance nei campi del biomedicale, dell’informatica e dei prodotti “sostenibili” dei vari settori (p.es. edilizia, sistemi di abbattimento degli inquinanti, ecc.), oltre a quelli tradizionalmente lombardi del design e soprattutto di quello straordianrio bacino di competenze e competitività che è la meccanica.

    In termini generali, sulla posizione dell’Italia nel contensto internazionale, valgono 3 considerazioni:

    1) la peculiare struttura del sistema delle imprese italiane (predominanza assoluta di piccole e piccolissime imprese) rende l’innovazione forse più complicata (mancanza di economie di scala sufficienti per dotarsi di strutture dedicate) e senz’altro meno monitorabile (spesso la piccolissima impresa innova “spontaneamente” senza classificare quegli investimenti nelle voci di bilancio R&S);

    2) l’enorme debito pubblico e i relativi interessi riducono sensibilmente le risorse pubbliche disponibili per investimenti (o incentivi) pubblici in questo settore (come in tutte le altre voci di spesa pubblica);

    3) Quella gigantesca area di sottosviluppo tra i 25 e i 30 milioni di abitanti chiamata Mezzogiorno risulta un peso sempre meno sostenibile perché comporta una pressione fiscale – in particolare sui soggetti produttivi – elevatissima cui non corrsiponde un livello altrettanto elevato delle spese pubbliche per investimenti, prestazioni e servizi pubblici proprio in quelle aree che rappresentano la fonte principale per mantenere in piedi la baracca. A furia di legnare fiscalmente i territori produttivi senza dargli strumenti funzionali a mantenere il livello di competizione necessario sui mercati internazionali (infrastrutture, istruzione, formazione, efficienza della pubblica amministrazione, ecc.), il rischio è quello di affondare tutti: se il Nord cede è il Paese che cede. A me sembra già miracoloso che imprese e lavoratori dei territori produttivi siano riusciti in questi anni a mantenere saldamente una posizione di eccellenza nell’export (in particolare manifatturiero). In questo senso mi sembra che si possa dedurre – al di là dei monitoraggi ufficiali sui brevetti – che è stata fatta innovazione, altrimenti i nostri prodotti sarebbero senz’altro andati fuori mercato.

    Anche da questo punto di vista, gli impatti del divario mi pare siano arrivati vicino a un punto nel quale sarà necessario una qualche discontinuità, lungo due possibili direttrici: a) nulla cambia e lo stivale affonda per intero nel Mediterraneo, b) qualcuno un bel giorno si sveglia e decide che dopo 150 anni le ragioni dell’Unità non ci sono più, pena affondare nel Mediterraneo. Una terza possibilità – recuperare almeno in parte il mezzogiorno – sulla carta sarebbe la migliore (e mi apre che in qualche modo sia la politica di Tremonti e anche della Lega che pensa ala ferealismo – tipico strumento di unione – e non alla secessione), ma a me pare del tutto velleitaria e impraticabile.

    daniele,milano

  2. Avevo visto anch’io quei dati e concordo in pieno sull’analisi.
    Concordo anche sul velleitarismo alla base dei tentativi di mantenere in piedi l’unità, dato che il Lazio-Mezzogiorno fa di tutto per non mutare le proprie condizioni strutturali.
    Ergo l’unità d’italia è tafazzismo puro. Padano doc, s’intende.

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