Novanta sono troppi?

Novanta sono davvero troppi? In Italia i costi della politica – e di tutto ciò che vi ruota attorno – sono esorbitanti, e quindi sì, probabilmente 90 Consiglieri regionali in Sicilia sono troppi.

Il numero di Consiglieri regionali per Regione, effettivamente, vede in testa la Sicilia:

Però. C’è un però. Mettendo in rapporto Consiglieri e abitanti – in fondo, i politici dovrebbero rappresentare qualcuno… – la Sicilia guadagna posizioni. La Regione più “virtuosa” è la Lombardia, seguita dalla Campania. La meno “virtuosa”, quella che conta meno abitanti per ciascun Consigliere, è la Valle d’Aosta:

Insomma, una bella sfoltita dovrebbe essere data in gran parte d’Italia.

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8 thoughts on “Novanta sono troppi?

  1. Ci sono un paio di annotazioni al semplice “numero di consiglieri per Regione”:
    la prima è che le Regioni a Statuto Speciale hanno maggiori competenze, e quindi lavoro, rispetto alle altre; inoltre, per quello che riguarda la Val d’Aosta, è opportuno notare che è un consiglio molto grande, ma hanno di fatto accorpato in un unico ente Regione (per di più a Statuto Speciale) e Provincia e per il TAA si tratta di un consiglio regionale fatto dei due consigli delle Province Autonome in seduta congiunta.

    Aggiungo poi che un’eccessiva sforbiciata dei consigli regionali potrebbe avere come effetto perverso quello di provocare la mancanza di adeguata rappresentanza di tutto il territorio.

    • Ottima osservazioen su VdA e TAA. Però l’ultima considerzione mi apre un po’ azzardata. Anche perché se fosse vero che una riduzione dei consiglieri ridurrebbe la rappresentanza, dovremmo trarre la coclusione che, stando a come sono oggi, il territorio lombardo è ultra-sottorappresentanto. Se infatti adottasse il parametro molisano di rappresentanza, il Consiglio Regionale della Lombardia dovrebbe contare – fatte le proprozioni – 829 (OTTOCENTOVENTINOVE!!!) consiglieri.
      E se adottase quello – pur “virtuso” – della Campania dovrebbe averne 103 (cioè il 50% in più rispetto a ora).

      Se adottasse quello del Parlamento italiano (sommando deputati e senatori), che è di 63.852 cittadini per ogni parlamentare, dovrebbe averne 154 (quasi il doppio di quelli che ha).

      Se si chiedesse una riduzione dei consiglieri nelle regioni “sovrarappresentate” ci sarebbe da aumentare quello delle regioni “sottorappresentate” come la Lombardia.
      Salvo non adeguare tutti al parametro lombardo. In quest’ultimo caso il Molise avrebbe 2,5 consiglieri contro 27 attuali, un decimo)!!!, la Campania 47 (contro 61 attuali): Il parlamento italiano ne avrebbe 489 parlamentari (163 senatori e 326 deputati) contro i 945 attuali (quasi la metà!).

      daniele,milano

    • Concordo con le osservazioni.
      Aggiungo, da federalista quale sono, che ogni ente dovrebbe poter decidere per se stesso. E ovviamente pagare per se stesso. Cosa che soprattutto in Sicilia non avviene, dato che li manteniamo noi.
      Detto questo, tutte le caotiche spinte e controspinte “pseudofederaliste” di questi giorni dimostrano che nessun federalismo è possibile nello stato italiano, causa ingordigia romana, parassitismo congenito lazial-meridionale, fascismo latente nella testa di moltissime persone e, of course, inadeguatezza totale della classe dirigente padana: PD del Nord per primo e ovviamente Lega inclusa, ma i leghisti dovrebbero essere solo “rozzi ignoranti”, quindi non contano, mentre i piddini sono tutti professori o quasi, quindi sono colpevoli doppiamente -spero venga colto il senso delle mie affermazioni, che non sono gratuitamente polemiche, bensì specificamente polemiche verso un intero settore dell’arco costituzionale che non riesce a rappresentare di per sè i nostri territori, preferendo andare al traino di Bossi, il che è tutto dire. Scegliere, si deve: o il Nord o il Sud, gli interessi non sono coincidenti.

      Quindi, data la situazione di cui sopra, meglio propagandare apertamente la secessione. Strada netta e chiara. Utopia? Staremo a vedere, intanto noi andiamo Avanti. Non abbiamo bisogno di farci dettare l’agenda dagli altri. Noi.

  2. Il numero corretto per un assemblea deliberativa non dipende solamente dal numero di cittadini rappresentati per eletto. Si individua trovando un equilibrio tra due criteri: avere un rapporto cittadini/eletti il più basso possibile e contestualemente avere un numero complessivo che permetta che l’assemblea non si trasformi in cagnara.

    Scriveva Madison, meglio di me:
    “Sixty or seventy men may be more properly trusted with a given degree of power than six or seven. But it does not follow that six or seven hundred would be proportionably a better depositary. And if we carry on the supposition to six or seven thousand, the whole reasoning ought to be reversed. … In all very numerous assemblies, of whatever character composed, passion never fails to wrest the sceptre from reason”.

    Comunque è errato pure confrontare il numero di eletti tra regioni senza vedere quanto vengono pagati quegli eletti: se si hanno due Regioni ed una, che ha il doppio degli eletti di un’altra, li paga la metà, per me le due Regioni sono da considerarsi equivalenti.

  3. @Valerio: “Comunque è errato pure confrontare il numero di eletti tra regioni senza vedere quanto vengono pagati quegli eletti: se si hanno due Regioni ed una, che ha il doppio degli eletti di un’altra, li paga la metà, per me le due Regioni sono da considerarsi equivalenti.”
    —————
    Matematicamente parlando, e a parità di altre condizioni. Invece capita spesso di sentir dire dai rappresentanti del Sud che non hanno risorse per garantire i servizi minimi necessari (se si applica un po’ d’auterità, leggi costi standard). Se le classi dirigenti di certe regioni mangiano il pollo, lasciando la cresta al popolo che li elegge, dicendo poi che è quello che lo Stato italiano dà loro… non mi sento moralmente in obbligo di far sì che questo sistema prosegua per un tempo indefinito.
    Le tematiche di unità nazionale e solidarietà sono agitate oggigiorno solo per ragioni di marketing politico ed interessi di bottega proprio da quei sudisti che governano da più di 30 anni a Roma e nel Sud. Napolitano è napoletano e mai si metterebbe a sottoscrivere un atto legislativo e/o decreto che possa ridurre i posti nel pubblico impiego nella sua città (usati come armotizzatori sociali), tanto per fare degli esempi. L’Italia non è riformabile se non dietro forti pressioni estere (come è sempre stato).
    Siamo mal assemblati e ciò rende la nostra comunità inconcludente e decadente (si sta vivendo di rendita, ma la rendita prima o poi finisce).

    • Napolitano non ha approvato il decreto perché la legge delega con cui il Parlamento ha delegato i propri poteri al governo, prevedeva il passaggio parlamentare per entrare in vigore. Non si può contestare un napoletano per una volta che applica la legge! 😉

      Si mi rendo conto di quello che vuoi dire (spero): lo stipendio dei consiglieri regionali dovrebbe anche tener conto, non solo del numero di consiglieri e di abitanti, ma anche della capacità fiscale del territorio in cui operano. E’ un’ottima osservazione.
      Per il resto, mi sa che non era l’argomento di questo post!

      P.S. c’è anche un altro fattore di cui tener conto: un’assemblea deve avere un numero di persone sufficiente a garantire anche la funzionalità della stessa e soprattutto delle sue commissioni particolari.

      • Non penso Stefano volesse fare riferimento all’opposizione di Napolitano al decreto legislativo sul “federalismo” in corso di approvazione, bensì a qualsiasi specifico atto che dovesse esplicitamente avere come oggetto la riduzione del numero di dipendenti pubblici campani. In effetti, mi sembra che il signor Napolitano, nei confronti delle miriadi di posti pubblici clientelari nel Sud, si guardi bene dal fare anche soltanto opera di moral suasion, quantomeno esplicita e inequivoca (“Comune di Napoli, dovete diminuire gli organici vostri e delle municipalizzate”: poche parole chiare che suonerebbero melliflue per le nostre orecchie, ma sono solo sogni).

        Concordo in pieno con le osservazioni di Stefano, in ultima analisi.

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