Caro ministro Bossi

Caro ministro Bossi,

le stanno portando via il federalismo fiscale. Lo soffocano sotto il peso di emergenze che nulla hanno a che vedere con gli interessi reali del Paese, del Nord e del Sud indistintamente. Lo depotenziano perché distratti dalla sopravvivenza di un governo in apnea, quasi non si rendessero conto che quella in agenda è la più importante riforma sul funzionamento dello Stato degli ultimi decenni. Queste cose lei le sa perfettamente. Eppure, va avanti pur di portare a casa il risultato, mentre è ormai chiaro a tutti che questo, semplicemente, non è federalismo. È un ibrido che rischia di trasformarsi in un pasticcio che non determinerà né autonomia né equità. Noi lo ripetiamo da mesi: al federalismo crediamo tanto quanto la Lega, ma vogliamo farlo bene. Abbiamo presentato studi che dimostrano che la rotta va corretta. Ci siamo detti favorevoli a collaborare e a votare sì, ma a patto di riequilibrare le distorsioni del federalismo municipale. Abbiamo espresso posizioni molto dure sugli sprechi delle pubbliche amministrazioni, di quelle del Sud in particolare, invitando tutti a mettere da parte alibi e tabù ideologici in nome dell’interesse generale del Paese. Chi bene amministra va premiato, chi amministra male va sanzionato. Proprio per questo, ministro Bossi, sostituire le entrate proprie con quelle derivate distorce il principio cardine del federalismo, ossia lo stretto legame tra autonomia finanziaria e responsabilità, e tradisce l’assioma “pago-vedo-voto”. Allo stesso modo i paletti messi dal ministro Tremonti rischiano di mortificare sul nascere la riforma. La legittima preoccupazione di far quadrare i conti, anziché tradursi in veti preventivi, potrebbe infatti risolversi con ordinarie clausole di salvaguardia sui vincoli di finanza pubblica e sul divieto di aumentare la pressione fiscale. Perché non correggere in corsa questa incongruenza? La realtà è che stiamo acquistando una Cinquecento invece di una Ferrari, solo perché oggi siamo costretti a percorrere strade con un limite di velocità bassissimo, incuranti del fatto che domani saremo obbligati a correre in Formula 1. Infine, Berlusconi, che si ostina dire no a qualsiasi imposta sul cespite-prima casa. È vero: eliminare l’ICI, come anche non tener conto dei redditi catastali, è giusto, dato che i valori catastali sono i primi elementi che determinano la più grande sperequazione e ingiustizia tra i cittadini (anche all’interno dello stesso Comune). Meno giusto è che oggi una famiglia privilegiata – con casa propria senza figli, né anziani, né familiari con problemi a carico – non paghi di fatto niente al Comune. Ma dove mai il sindaco di un Comune senza seconde case né immobili con destinazione produttiva potrà trovare le risorse? La risposta è elementare: dovrà chiederle alle famiglie che usufruiscono dei servizi comunali, quelle con figli, anziani, portatori di handicap. Tutto questo prima o poi la Lega dovrà pur spiegarlo ai propri amministratori e militanti. Ed è prevedibile che anche per voi sarà difficile non pagare lo scotto di una decisione frettolosa e di palese sapore elettorale. Per questi motivi ripetiamo a lei, e ai ministri Calderoli e Tremonti, che servono garanzie reali sui servizi una volta definiti i fabbisogni. Con una tempistica stringente: prima si definiscono i fabbisogni, poi la perequazione. Prima si comprende quanto occorre per finanziare asili nido, mammografie, servizi ai disabili, poi si costruisce il fondo di solidarietà per non lasciare indietro le aree deboli. Per questi motivi le rilanciamo la proposta Letta sulle detrazioni fiscali per 4 milioni di inquilini non proprietari, attraverso la cedolare secca. Per questi motivi insistiamo sull’autonomia vera: i sindaci ottengono le risorse, i sindaci devono utilizzarle bene, i sindaci sono mandati a casa o riconfermati in funzione di questo utilizzo. Siamo ancora in tempo per evitare un corto circuito istituzionale e per fare della riforma del federalismo fiscale quel riassetto delle finanze dello Stato all’insegna della responsabilità e dell’equità che tutti vogliamo, a partire dal PD. Non consentiamo alla degenerazione dell’etica pubblica di corrompere anche un percorso comunque collaborativo sul federalismo fiscale. Un percorso iniziato, sia pure tra alterne fortune, ormai dieci anni fa con la riforma del Titolo V della Costituzione. Il Paese tutto intero non ce lo perdonerebbe e a nessuno potremo dire per scusarci: “E’ colpa di Ruby”.

Francesco Boccia e Marco Stradiotto

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6 thoughts on “Caro ministro Bossi

  1. Pingback: links for 2011-01-24 « Champ's Version

  2. Non esiste un “interesse del Paese”. Esistono differenti ed inconciliabili interessi dei territori che fanno parte di questo putrescente stato.
    La retorica del “ma anche” è il primo male dialettico da estirpare.

  3. Questa lettera di Boccia e Stradiotto e pelosa.
    Perché offre senz’altro valutazioni oggettivamente incontestabili sulle condraddizioni del federalismo fiscale come declinato da Calderoli, ma non dice che lo stravolgimento dello spirito del federalismo fiscale è prodotto proprio dallo stillicidio di emendamenti e mediazioni al ribasso portati avanti da un eterogeneo fronte meridionale (e in seconda istanza dai conflitti tra diversi livelli ammnistrativi, a partire da quello tra Regioni e Comuni). Il tutto operato con “condizioni al contorno” quantomeno critiche per la necessità assoluta di rigore estremo dei conti pubblici, alla cui guardia c’è un severissimo (e onestamente ottimo) Tremonti.

    Il punto, se si vuole fare analisi e non propaganda, è che il fronte meridionale tende ad annacquare il federalismo fiscale (cambiare tutto per non cambiare niente) non per “cattiveria”, ma perché non può fare diversamente, pena l’esplosione del conflitto sociale nelle regioni del Sud. La ragione è semplicissima, quanto complicata da affrontare: quella parte del paese non produce neppure lontanamente la ricchezza sufficiente per poter garantire lo standard di prestazioni, servizi e investimenti pubblici attuali e pretesi secondo l’universalità riconosciuta in Costituzione. Questo è il principale motivo per il quale al Sud proliferano i posti di lavoro finti nella P.A., le finte pensioni di invalidità, ecc.: si tratta di un territorio sostanzialmente sussiadiato, con l’aggravante – niente affatto marginale – che quei sussidi sono spesi talmente male da garantire servizi, prestazioni e investimenti concretamente molto peggiori di quel che ci si potrebbe aspettare (p.es. una regione come la Calabria col suo numero straordianriamente alto di operai forestali – circa 11.000 contro i 170 del Friuli – doverbbe avere i boschi più curati del pianeta e invece fanno schifo e bruciano milto di più di quanto non avvenga altrove), perché quando la distribuzione di risorse pubbliche diventa sostanzialmente il pilastro di un’economia locale, la P.A. e chi la governa diventano i driver del consenso elettorale.

    Da notare che non stiamo parlando di una piccola regione sussidiata, come è normale che sia ovunque in Europa, ma – comprendendo il Lazio – di quiasi metà della popolazione italiana.

    In queste condizioni, il taglio dei trasferimenti al Sud si tradurrebbe inevitabilmente in un taglio delle forme palesi e occulte di sussidio. Quale politico (Boccia e Stradiotto inclusi) potrebbe mai andare di fronte ai suoi elettori abituati a scambiare il proprio voto in cambio di qualche forma di sussidio dicendo “la festa è finita, al prossimo giro non solo non aumenterranno i dipendenti della Regione, ma anzi dobbiamo tagliarne il 30%”? Nessuno. Il più onesto, limpido e lucido sostenitore di questa tesi è stato Micciché che qualche tempo fa in un’intervista a Il Sole 24 ORE ha detto: “Sì, è vero, nel Sud ci sono migliaia di dipendenti pubblici assolutamente inutili. però cosa dobbiamo fare? Licenziarli tutti? Ci sarebbe una rivolta”. E ha ragione. Poi a La7 ha detto anche, “sono d’accordo a trovare una soluzione, noi non volgiamo il poesce, ma imparare a pescare – citazione biblica che riconosce il fatto che al Sud non si produce niente – ma se si pensa di poter fare costare una prestazione sanitaria in Sicilia quello che costa in Lombardia, allora non è possibile fare niente, perchè non siamo abituati” (“non siamo abituati”… ha detto davvero così!).

    D’altra parte, se si continua a succhiare l’enormità di risorse che si succhiano ai territori produttivi, il rischio è che l’equivalente settentrionale della rivolta sociale del Sud sia la rivolta fiscale del Nord. E, anche qui, non per “cattiveria” (nonostante la trafila di insulti che spesso si indirizzano al Nord, visto come una congrega di egoisti), ma perché un prelievo che non ha pari in alcuna regione d’Europa sta gradualmente azzerando la capacità competitiva di questi territori. E se muore la vacca che si munge, il latte poi manca per tutti. Al Sud questo lo sanno benissimo.

    Questi due “blocchi” (produttori e sussidiati) sono elettoralmente più o meno equivalenti. Bel dilemma dal punto di vista politico. Proprio per questo io non ho mai creduto che questo oggettivo conflitto ditributivo tra territori possa risolversi attraverso il federalismo fiscale, che è uno strumento di unione tra territori, cioè per via parlamentare: perché al Nord chi interpreta la disperazione di un sistema produttivo che si vede sempre più concretamente a rischio espulsione dal circuito dei territori virtusi del mondo non può accettare l’annacquamento del federalismo fiscale e al Sud chi rappresenta la disperazione di territori che sostanzialmente non producono niente e che dovrebbero adattarsi a standard di vita sideralmente lontani dalla media europea non può accettare alcun taglio ai flussi di susssidio.

    In questo senso è molto più ragionevole analiticamente e politicamente pensare al separatismo. Il quale però ha una serie di complicazioni gigantesche sia sul piano internazionale, sia su quello della gestione di un territorio ampio come quello del Sud che si troverebbe a sprofondare nel Mediterraneo, peraltro sotto il controllo assoluto della criminalità organizzata.

    Non ho conclusione, naturalmente. L’unica cosa che mi viene da dire è che, di fronte a questa realtà, le retoriche risorgimentali, i festeggiamenti del 150°, gli inni e gagliardetti, gli sventolii tricolori e i richiami a un’astrattisima “solidarietà nazionale” o al sacro principio costituzionale della “indivisibilità della repubblica” mi paiono oggettivamente patetici.

    daniele,milano

  4. Non un commento, ma una lezione.
    Chapeau.

    p.s.: il problema “politico” secondo me consiste in questo: gli attori pubblici del Nord, con l’eccezione della Lega e di altre realtà molto minori ma abbastanza dinamiche, non accettano il principio basilare (e anche sindacale) per cui si deve chiedere 100 per ottenere 50. Se il Sud è disposto a perdere zero e il Nord chiede di trattenere 100, alla fine si potrà ragionevolmente trovare un compromesso a livello 50. Ma se oltre la metà dei politici/amministratori/militanti del Nord ritiene che ci si debba sempre prostrare di fronte alle pretese assistenzialistiche del Sud, non si troverà mai un vero compromesso ragionevole.

    In poche parole: la sinistra del Nord (che ha in dotazione buona parte di quel 60/70% di padani pregiudizialmente “solidaristi” verso il Sud) deve piantarla di fare questo gioco, perchè non serve a nessuno, nemmeno al Sud stesso. Si saccheggia il Nord e si droga il Lazio-Mezzogiorno, senza prospettive.
    La sinistra del Nord deve fare concorrenza alla Lega su questo specifico tema, rivendicando la massima autonomia per le nostre terre. Solo così bilanceremo il fronte lazial-meridionale citato da daniele. E solo così, forse, si troverà una via di mezzo fra disastro unitarista e separatismo nordista.

    Per favore, capitelo. E’ un appello sincero il mio. Non continuate a sprecare le vostre energie e le vostre intelligenze. Per favore. Meno Lega più Nord.

  5. @ Alessandro Storti

    “Meno Lega più Nord” mi sembra un magnifico slogan. complimenti.

    Quanto al tuo p.s. ho due osservazioni, una che configura un’analisi e uno senario meno positivo del tuo, l’altra se vuoi di principio.

    1) Se pure le foprze politiche rappresentative degli interessi dei produttori (e duqnue prevalentemente del Nord-Centro escluso il Lazio) sparassero 100 per avere 50, togliere 50 (ma anche 40, 30, 20 o 10) a territori sussidiati produrrebbe un disastro. Nessuna forza politica che rappresenti i territori sussidiati potrebbe mai accettarlo, pena sparire dalla rappresentanza (cioè perdere i voti). Qui ci sarebbe anche da aggiungere, in modo molto pragmatica, una considerazione sui tempi. In altre condizioni storiche, probabilmente sarebbe stato possibile poensare a soluzioni graduali di innalzamento del livello di produzione di ricchezza primaria al Sud (anzi è stato fatto e il tentativo è miseramente fallito), oggi No. Perché il mondo corre, l’Europa e gli Usa si trovano oggettivamente a dover cedere quote di ricchezza ad altri (Cina in pirmis), l’Italia non ha più alcun margine di espansione del debito e i margini dei produttori di ricchezza al Nord sono sempre più risicati (il Pil cresce, quando va bene, al 2% non al 10% come ai tempi del “Miracolo”). Siccome -ammesso che sia possibile – non trasformi un territorio del tutto privo di capacità produttive in due giorni e neppure in 2 o 10 anni (esattamente come è idiota pensare di “esportare la democrazia”), a me pare che non ci siano vie d’uscita democraticamente “ortodosse”. Tanto più se aggiungi la variabile criminalità organizzata, una roba, cioè, che muove 100-150 miliardi di euro all’anno, in grado di farti saltare autostrade con giudici sopra, con capacità manageriali, logistiche, politiche straordinarie.

    2) io non rivendico l’autonomia delle “nostre terre”. Sarà che ho ancora qualche retaggio socialisticheggiante, ma il richiamo alla “terra” (o al “sangue”), mi produce ancora qualche brivido. Piuttosto rivendico GIUSTIZIA SOCIALE per i produttori, come ho sempre fatto proprio in virtù del socialismo come ideologia (che è una bella parola, ideologia!). Constatato che IN QUESTO PAESE i produttori sono – in maniera sostanziale – territorialmente concentrati (seppur non senza riconoscere qualche produttore anche al Sud) e i profittatori anche (seppur senza misconoscere una parte numericamente irrilevante ma politicamente potentissima di capitalisti parassitari collocati na Nord), allora il conflitto produttori/parassiti (che però NON CANCELLA QUELLO INTERNO AI PRODUTTORI, tra capitale e lavoro) in Italia è sostanzialmente riconducibile a quello tra Nord-Centro e Sud.

    Ancora in virtù di quei retaggi, non so dare risposte politiche adeguate, ma sono convinto che prima o poi la politica (una “sovrastruttura”) per quanto si affanni a negarla sbatterà la faccia contro la realtà (la “struttura”). E per questo credo sia bene attrezzarsi con un po’ di anticipo, anziché continuare lo stucchevole battichecco tra “rozzi padani” e “comunisti mangiabambini”.

    daniele,milano

  6. @ Daniele

    Grazie per i complimenti allo slogan 🙂

    Sulle tue osservazioni:
    1) purtroppo la tua visione “pessimistica” potrebbe essere anche realistica.
    Diciamo che preferisco essere ottimista e credere che anche i cosiddetti “poteri forti” finirebbero per scegliere una grande pax piuttosto che il caos. Però non ho ancora poteri di preveggenza, quindi rispetto il tuo punto di vista meno ottimistico.

    2) comprendo quello che vuoi dire. Penso però che la rilevanza statistica massiva di determinati fenomeni (nel caso di specie, tendenza netta alla produzione e tendenza netta al parassitismo) sia in effetti un portato della cultura di base diffusa fra le persone nelle differenti regioni geografiche, spesso storicamente a sua volta determinata da fattori geografici significativi (nel caso di specie, ovviamente semplificando, la frattura territoriale all’altezza della linea Gotica).
    Quindi nel dire le “nostre terre” non intendo certo riferirmi alla tradizione “blut und boden” (non sia mai!), bensì alla specifica dimensione geografica in cui una determinata visione del mondo si è di fatto imposta fra le altre possibili. Una visione del mondo che, personalmente, ritengo senza dubbio migliore. Cioè più capace di garantire progresso umano in senso lato.

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