“Senza l’aiuto degli stranieri un’economia al rallentatore”, anche nel Lodigiano

Un piccolo articolo, quasi un trafiletto, su Il Cittadino di qualche giorno fa, ma un titolo enormemente significativo: “Senza l’aiuto degli stranieri un’economia al rallentatore”.
È un tema caro a questo blog e ogni volta che escono nuovi dati confermano tutti l’importanza degli stranieri per l’economia italiana. Stranieri che, superando anche i luoghi comuni “fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, sono in numero crescente anche imprenditori. Nel lodigiano le imprese gestite da stranieri sono ormai il 10% del totale, con una crescita del 480% in 10 anni. In Lombardia, soprattutto, rappresentano il 60% delle nuove imprese aperte dal 2000.
E adesso mandiamoli a casa (i luoghi comuni)!

Michele Merola – anche – per On the Nord.

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10 thoughts on ““Senza l’aiuto degli stranieri un’economia al rallentatore”, anche nel Lodigiano

  1. Ribadisco una domanda già posta anche su questo blog, cui nessuno mi pare abbia azzardato una risposta (forse perché non c’è).

    Perché mai un paese con una quota molto bassa di popolazione attiva com’è l’Italia – naturalmente con differenziali regionali spaventosi per cui al Nord i livelli sono più o meno in linea con quelli europei, mentre al Sud calano miseramente a livelli incredibili, come in Campania dove il tasso di inattività è del 53% contro il 28% ell’Emilia) avrebbe bisogno di importare forza lavoro?

    Non è che la diceria per cui “ci sono lavori che gli italiano non vogliono più fare” è solamente una retorica a copertura del fatto che – come in ogni altro mercato – domanda e offerta di lavoro non si incontrano su un presso perché il “prezzo” (salario) che l’impresa pretende di spuntare sui lavoratori è troppo basso e, dunque, l’immissione di forza lavoro disposta a compiere le stesse mansioni per meno soldi è solamente una delle vie – vecchie quanto il capitalismo, do you remember “esercito industriale di riserva”? – perseguite dall’impresa per contenere il costo del lavoro, indebolendo il potere negoziale dei lavoratori?

    Detto più cridemente: ma come si fa a tenere insieme da un lato la denucia del “dramma della disoccupazione” o la progressiva “perdita di poteer d’acquisto da parte de lavoratori”, con “l’importanza degli stranieri per la nostra economia”?

    daniele,milano

    • L’aspetto interessante è che le regioni d’Italia con il tasso di inattività più alto sono anche quelle dove ci sono meno stranieri. In Campania, dove il tasso di inattività è più alto, gli stranieri sono il 2,5%. In Emilia, dove il tasso di inattività è più basso, gli stranieri sono il 10,5%.
      Ma allora, se il livello di inattività delle regioni del Nord è basso come dici (“al Nord i livelli sono più o meno in linea con quelli europei”), non è forse vero che i lavoratori stranieri contribuiscono con il loro lavoro senza creare “eserciti di riserva”?
      Tra l’altro, creano imprese. Non è semplice forza lavoro.

  2. No, il differenziale nei tassi di attività e di occupazione è sempre stato lo stesso, stranieri o non stranieri. Altrimenti non si capisce perché milioni di meridionali immigrassero al Nord (anzi, l’immigrazione dal Sud negli ultimi anni è tornata a crescere e stavolta si tratta di manodopera qualificata, non di contandini analfabeti che si “inurbano” per lavore in fabbrica).

    Quanto al fatto che creino impresa, qui è necessaria una specifica.
    In un sistema come il nostro, dove il numero di piccole e micro imprese costitusice il 95% del totale, surclassando in assoluto il numero di imrpese di Germania e Francia messe insieme, più che di imprese si può spesso parlare di forme alternative di autoimpiego (e in genere di auto sfruttamento, oltre che di sfruttamento).
    In ogni caso, dimmi se la proliferazione di bar o di laboratori tessili gestiti dai cinesi che spesso soppiantano quelli italiani comprimendo i costi della manodopera, la qualità dei prodotti, i costi connessi al rispetto di norme di tutela della sicurezza sul lavoro e dell’ambiente, piuttosto che i costi connessi al fisco, lo reputi un fenomeno che tende creare una società migliore o peggiore. Perché il punto è qui, molto: se sei in un quartiere dove trovi solo bar in cui il caffè fa schifo, igiene e pulizia lasciano un po’ a desiderare, ogni tanto trovi cartelli sulle saracinesche con scritto chiuso dai Nas, eccetera, probabilmente ti poni qualche domanda. Se da una parte trovi la grettezza di chi ti dice “cinesi fuori dalle balle”, ma dall’altra ti trovi l’astratezza di chi ti dice che “gli stranieri arricchiscono la nostra società”, probabilmente voterai riluttante i primi. No?

    daniele,milano

    • “No, il differenziale nei tassi di attività e di occupazione è sempre stato lo stesso, stranieri o non stranieri. Altrimenti non si capisce perché milioni di meridionali immigrassero al Nord”.

      Non ho capito. Ho scritto che se il tasso di attività e occupazione, al Nord, è simile a quello dei Paesi europei, allora sembra ragionevole pensare che l’immigrazione (internazionale ora, “interregionale” allora) non abbia creato “eserciti di riserva”, perché la domanda di forza-lavoro c’è, e viene soddisfatta dagli immigrati. Se il tasso di inattività e disoccupazione, al Nord, fosse esploso, allora avremmo potuto collegarlo all’ingresso degli immigrati nel mercato.

  3. Intendevo dire che se ipoteticamente il sistema fosse chiuso, la domanda di lavoro nelle regioni del Nord (o nei paesi europei con più alti tassi di attività e minor tassi di disoccupazione) sarebbe coperta attraverso migrazioni interne tra regioni (o tra Stati dell’Unione) e non ricorrendo a manodopera straniera disposta a offrire lo stesso lavoro a salari molto più bassi.

    danielòe,milano

    • E’ quello che propongono in Germania, se non sbaglio: invitare disoccupati greci e portoghesi nei Land per sopperire alle carenze di manodopera interne, invece che accogliere indiscriminatamente altri cittadini non-UE.

      • Ok, ma nel mondo reale il sistema non si può chiudere. E le migrazioni non si possono forzare, ma solo incentivare.

  4. NBel mondo reale non ci sono due opzioni, ma un ventaglio di ipotesi tra i due estremi. Si tratta di decidere da quale parte pendere.
    Peraltro, nel mondo reale esisto paesi più sviluppati dell’Italia e con 127 milioni di abitanti in cui la comunità straniera più numerosa ne conta 600.000. Non che voglia suggerire il Giappone come esempio, ma è per dire che i flussi, se vuoi, li regoli.

    daniele,milano

  5. E l’Italia, mi pare di aver capito, ha scelto di pendere per la chiusura, o almeno così ci raccontano. Ma il sistema non sembra funzionare perfettamente.
    Sarebbe interessante sapere quali metodi usa, il Giappone.

    • Stanno studiando robot appositi. Non sto scherzando.
      Del resto quando non si erano ancora occidentalizzati (intendo nell’Ottocento) erano soliti decapitare chi fosse arrivato sulle loro spiagge. Magari non tutti, ma non c’era troppo da scherzare. I cinesi e i coreani lo sanno bene.
      Comunque hanno tanti pregi, quindi lungi da me l’idea di criminalizzarli.

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