Stranieri in Italia

Noi Italia (Istat) ha pubblicato un insieme di dati per capire meglio l’Italia in cui viviamo. Quelli che vi sottopongo riguardano la presenza di stranieri sul suolo italico.

I cittadini stranieri iscritti nelle anagrafi dei comuni italiani all’inizio del 2010 sono oltre 4,2 milioni, il 7,0 per cento del totale dei residenti. Rispetto al 2001 sono più che triplicati; nel 2009 sono cresciuti dell’8,8 per cento. Non si arresta la crescita della presenza straniera in Italia anche se, rispetto agli ultimi anni, mostra un ritmo meno sostenuto.

E’ utile un confronto con gli altri Paesi europei, tutti caratterizzati da una propria storia migratoria. L’Italia, non è un’anomalia e non è presa d’assalto:

In Italia, al 1° gennaio 2009, data più recente della disponibilità dei dati a livello europeo, l’incidenza degli stranieri è pari a 6,5 per cento: dato in linea con la media europea (6,4 per cento), che colloca il nostro Paese al dodicesimo posto nella graduatoria dei 27 Stati membri.

E’ interessante notare come Germania e Francia, due paesi che hanno sperimentato l’immigrazione ben prima di noi, non si discostino dalla media europea. I processi di acquisizione della cittadinanza sono stati determinanti (è sufficiente pensare alle nazionali di calcio tedesca e francese).

La Spagna, che invece ha sperimentato l’immigrazione insieme a noi, mostra una percentuale ben più elevata della media, 12,3% (in Spagna è data possibilità anche agli irregolari di iscriversi all’anagrafe, ma – verosimilmente – non tutti l’avranno fatto e comunque la popolazione straniera in Italia, nel totale, si aggira intorno al 10%), e della “nostra”.

Un altro dato interessante riguarda la distribuzione regionale, in Italia. Nulla di cui stupirsi. Il dato interessante riguarda la maggiore crescita della presenza di cittadini stranieri al Sud:

Storicamente gli stranieri sul territorio italiano si sono concentrati soprattutto nelle ripartizioni del Centro-Nord. Negli anni più recenti tuttavia essi sono cresciuti più intensamente nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord: in particolare nel 2009, rispettivamente, dell’11,7 per cento e dell’8,4 per cento. L’incremento per il Mezzogiorno è frutto soprattutto del movimento migratorio con l’estero, mentre al Nord e al Centro risente anche della dinamica naturale.Al 1° gennaio 2010, la regione con il maggior numero di stranieri è la Lombardia (oltre 982 mila, pari al 23,2 per cento del totale degli stranieri residenti in Italia). Consistenti gruppi risiedono anche nel Lazio (circa 498 mila), nel Veneto (quasi 481 mila), in Emilia-Romagna (quasi 463 mila). Roma, con 406 mila stranieri residenti e Milano, con 350 mila, sono in termini assoluti le province più interessate dal fenomeno.

Pesando le cifre assolute sul totale della popolazione, le cose cambiano. L’Emilia Romagna mostra la percentuale più alta di stranieri residenti (10,5%), seguita da Umbria (10,4%), Lombardia (10%), Veneto (9,8%) e Toscana (9,1%).

Una particolarità riguarda un vero e proprio nucleo, atipico, per come siamo portati a localizzare gli stranieri:

Nelle province di Brescia, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Mantova e Modena ogni 100 residenti più di 12 sono stranieri. Si tratta delle province più interessate dal fenomeno in termini relativi.

Infine, è reale la concentrazione nei centri metropolitani, ma soprattutto nel Nord e nel Centro i livelli massimi dell’incidenza si registrano in alcuni piccoli comuni.

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4 thoughts on “Stranieri in Italia

  1. Due osservazioni.

    La prima scontata: da qualunque parte la si prenda, parlare di Italia in termini statistici (e, conseguentemente, forse non solo statistici) è un’astrazione. Perché i differenziali sono talmente alti da rendere obbigatorio un riferimento a Trilussa e ai suoi polli se si guarda solo la media nazionale.

    La seconda: sarebbe interessante disporre delle dinamiche (cioè delle serie storiche degli incrementi). Infatti non è la stessa cosa scendere dal 4° piano di una casa in 2 minuti o in un secondo. Nel primo caso hai preso l’ascensore o le scale e ti avvi bello fresco per la strada, nel secondo ti sei sfracellato sul marciapiede.

    Dunque un conto è parlare di un 6.6% in UK, che è un paese con storia plurisecolare di colonie e immigrazione da quelle alla madrepatria, tutt’altro di un 6.5% in un paese come l’Italia (Trilussa permettendo) che fino a ieri (precisamente, se non ricordo male, fino al 2008) era ancora “tecnicamente” un paese di emigrazione (cioè era più alto il numero di cittadini italiani residenti all’estero ripetto a quello di stranieri residenti in Italia), senza alcun passato coloniale degno di nota e, men che meno, di immigrazione.
    Anche la “velocità” di un fenomeno fa la qualità del fenomeno e gli impatti che può produrre.

    daniele,milano

    • Hai ragione, Daniele, infatti in un passaggio ho fatto notare la differenza tra paesi con esperienza immigratoria di lungo corso (Francia e Germania) con paesi nuovi al fenomeno (Spagna). Il dato interessante – a mio parere – è che Francia, Germania e anche UK mostrano tassi simili a quello italiano, in linea con la media europea (6,4%).
      Ho un dubbio su una questione, però: i tassi anche nei paesi di “vecchia immigrazione” riguardano solo i cittadini stranieri. Gli immigrati di seconda o terza generazione (e anche di più) che hanno la cittadinanza non vengono conteggiati. Il dato potrebbe perciò contenere una alta quota di “nuovi arrivati”, che inciderebbe sulla “velocità del fenomeno”: la “pressione migratoria” potrebbe essere simile. (Non so se si è capito che intendo dire, e non sono nemmeno sicuro).

      La Spagna, invece, mostra un tasso ben più elevato (circa il doppio, 12,3%). Ed è interessante che il tasso spagnolo sia comunque inferiore a quello della regione italiana col tasso più alto (Emilia Romagna); è invece molto simile a quello di sole 5 province (quelle che ho colorato). Verosimilmente esistono regioni della Spagna che hanno sperimentato flussi migratori ben più consistenti dei nostri.

      Ho un altro dubbio: un paese passa da “di emigrazione” a “di immigrazione” sulla base del saldo totale o di quello annuale? Secondo me quando gli stranieri che in un anno entrano superano i cittadini che nello stesso anno escono, senza guardare al saldo totale.

      • Sull’utimo punto: ho citato il dato perché era inserito -se ricordo bene- nel rapporto Caritas Migrantes-CNEL (e comunque fonte Istat) e si riferiva al saldo, non al tasso.

        Sul resto. Non saprei dire sulla Spagna, conosco troppo poco. So però che non un’era geologica fa, ma quando io ero già in grado di distinguere un italiano da unos traniero (e non sono un nonno!) le comunità di extra-comunitari più presenti a Milano erano gli svizzeri e i nordamericani, tra gli stranieri comunitari i più noerosi erano i tedeschi e tutti insieme non raggiungevano il 3% dei residenti. Mentre oggi, tra residenti ufficiali e non, circa 1/5 della popolazione milanese è straniera. Un cambiamento epocale accaduto in un tempo assolutamente iscrivibile nella vita di una persona. E’ questo il dato che rileva, secondo me, nella percezione del “problema” immigrazione sugli “autoctoni” (che poi a Milano, per inciso, praticamente non esistono, stante che il 95% dei milanesi non è genealogicamente milanese… tanto epr dire che straordianria macchina di integrazione è questa meravigliosa città).

        A un 25enne che a metà degli anni novanta si trova a “impattare” col fenomeno quando si trova solo italiano sul tram la sera, l’immigrazione può sortire effetto di stupore. A mia nonna 85enne che sa ancora il dialetto e che nello stesso momento ha la stessa esperienza, tendenzialmente ha l’effetto di shock. Mi pare comprensibile e del tutto umano.

        Farei anche attenzione a guardare con troppo ottimismo all’estero. In Germania credo ci sia ancora lo ius sanguinis e in ogni caso se capiti nel quartiere sbagliato e non sei alto, biondo e con gli occhi azzuri, c’è alta probabilità che le pigli. Nei paesi scandinavi (Svezia e Danimarca) non hanno i leghisti in maggioranza o direttamente al governo, ma i nazisti. Anche in Olanda dopo il caso Theo Van Gogh l’onda xenofoba è montata incredibilmente e stanno rivedendo tutta la loro policy di accoglienza e integrazione (e dico in Olanda!!!) e persino in UK alle ultime elezioni i paranazisti del BNP hanno sfondato.

        Qui in Italia, paradossalmente, gli episodi più efferati di violenza sugli immigrati (Castel Volturno, Rosarno, Napoli Ponticelli), con sparatorie, omicidi e campi rom dati alle fiamme, sono accaduti laddove la quota di stranieri sulla popolazione è assolutamente più bassa (Campania, Calabria) e dove la Lega, quando si è presentata, ha registrato percentuali dello zerovirgola. Al contrario, tra i territori universalmente riconosciuti come capaci di mettere in atto le migliori politiche di accoglienza e integrazione ci sono, insieme all’Emilia Romagna, proprio il verdissimo Veneto (dove spicca addirittura la Treviso dello “sceriffo” Gentilini) e la Lomabrdia, patria leghista.

        Sono dati che dovrebbero codurre a porsi qualche domanda e a far fuori un po’ di luoghi comuni. Credo.

        E’ OT. Ma a me, mi spiace, resta questo cruccio, che hjo da sempre: perché diavolo avremmo bisogno di manodopera “importata” quando alcune zone di questo paese si ergono a campioni di fancazzismo, cioè di bassissimi tassi di popolazione attiva, incredibili tassi di disoccupazione, abnorimità assoluta di posti clientelari nella Pubblica Amministrazione e oceani di finte pensioni di invalidità, ecetera? Io questo proprio non riesco a speigarmelo, se non con gli effetti del combianto disposto di un assurdo “buonismo” di (cosiddetta) sinistra per cui (copiando la chiesa “Emigrare è un diritto e accogliere è un dovere”, senza se e senza ma) e i ben più comprensibili e razionali obiettivi di sempre del padronato per i quali tanto più numerosa è la schiera dei diperati tanto più bassi sono i salari spuntabili da pagare a chi si affida un lavoro.

        daniele,milano

    • Secondo me l’unico dato vero ed incontrovertibile è che l’Italia ha subito il fenomeno immigratorio dopo altri Paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna. Ciò ha dato all’Italia un notevole vantaggio, dato che le tre diverse politiche migratorie di questi Paesi ed i risultati conseguenti erano disponibili all’analisi, e quindi utlizzabili per individuare una politica ottimale per l’Italia: evitare gli errori, copiare le positività (senza neanche la fatica di pensarle).
      C’è poco da dire: questo vantaggio è stato ampiamente sprecato da una classe politica ed un popolo irresponsabili ed anche abbastanza stupidi, e per nulla lungimiranti.

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