“Non curate i clandestini”

A seguito della presentazione del bilancio di fine anno dell’Usl 8, il sindaco di Castelfranco Veneto – e deputato della Lega Nord – Luciano Dussin, ha dichiarato:

Avevamo provato come Lega a cambiare la legge vigente, dando ai medici la possibilità di denunciare alle autorità i pazienti clandestini. Tuttavia la legge non è stata cambiata e per il medico ora vige il divieto di segnalazione.

Ai tempi, si era già detto dell’inopportunità di introdurre la possibilità per i medici di denunciare i clandestini, sia per motivi sanitari che umanitari.

Tuttavia la normativa prevede che si possano dare servizi sanitari a irregolari solamente in un ambito specifico: cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti ed essenziali per malattie o infortuni. Oppure per la tutela delle donne in gravidanza, di tutti i minori e per motivi infettivi. Per i casi che non rientrano in questi ambiti invito i medici a negare le cure. Se c’è effettiva urgenza di cure, se una mamma si presenta con la bambina con la febbre, ha diritto a essere curata. Ma se qualcuno prova a fare il furbo, gli si deve negare la prestazione. In caso di lamentele da parte di queste persone si chiamino i carabinieri.

Vorrei capire per quale motivo un clandestino dovrebbe recarsi in ospedale, se non è malato. Quali incentivi ha? Perché sarebbe “furbo”, recandosi in ospedale essendo clandestino? Perché, magari, a detta di Dussin ha una malattia lieve e non è in fin di vita?

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8 thoughts on ““Non curate i clandestini”

  1. violato l’art. 32 della Costituzione: la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto DELL’INDIVIDUO e interesse della collettività….. Come facciamo a spiegare ai nuovi barbari che l’individuo è un concetto assoluto piu’ ampio di quello di cittadino, e non fa riferimento alla condizione politica e sociale.Non è un caso che nella Costituzione dove si parla sempre di cittadini qui e solo qui si dica INDIVIDUO.
    E’ una barbarie.Comunque dite a lor signori, che io sono un medico, e che a qualunque costo, anche a quello di finire in galera, non applicherò mai una NORMA CHE MI OBBLIGA A DENUNCIARE UNA PERSONA MALATA CHE VIENE A CHIEDERMI AIUTO. Applicherò alle lettera il Codice Deontologico Medico al quale mi appello !

  2. Non possiamo provare ad andare un po’ oltre le superficialità giornalistica?

    Questo tizio non ha detto di non curare i clandestini. Ha invitato i medici a rispettare la normativa -che onestamente non conosco- secondo la quale vanno offerte le cure ambulatoriali a tutti e anche le altre a determinate categorie di immigrati clandestini (donne incinte, minori, ecc.). Sostanzialmente dice che un clandestino non può usufruire di prestazioni e cure specialistiche. Cosa che, peraltro, suppongo valga anche per me se mi reco fuori dalla UE (non credo che in Svizzera o negli Usa mi offrano di più che non le cure ambulatoriali… o No?, tanto meno se mi ci intrifolo clandestinamente). Non ci vedo tutto questo grande scandalo.

    Ora, al di là del fatto che ci sono paesi – anche osannati a “sinistra” come patrie della libertà e della democrazia – dove non ti danno neppure un cerotto se non hai un’assicurazione o una carta di credito (tipo Usa), io vorrei porre una domanda (domanda su cui ragionare laicamente, non provocazione):

    Chiunque di noi si rechi in ospedale è tenuto a dimostrare la propria identità e, salvo esenzioni, a pagare parte dei servizi e le cure di cui usufruisce. L’altra parte dei costi è coperta dalla fiscalità generale, anche questa naturalmente alimentata con risorse sottratte al reddito dei cittadini.

    Ora, non è forse legittimo pretendere da chiunque voglia usufruire di cure che sono pagate da tutti?

    E’ vero che la Costituzione garantisce (meglio, afferma di voler garantire) la salute a ogni individuo, ma la Costituzione non è un dogma. E’ un documento (importantissimoe fondamentale) che registra le condizioni e le aspettative in un determinato momento. Quando fu scritta, per esempio, l’Italia era un Paese di emigranti e non di immigrazioni. Il problema della copertura sanitaria su larga scala a cittadini che non fossero italiani, semplicemente non esisteva e non era immaginabile.

    Se, per assurdo, la quota di clandestini presenti in Italia e bisognosi di cure specialistiche domani diventassero un numero che renderebbe ancor meno sostenibili di oggi io bilanci della Sanità, cosa dovremmof are dei nostri bnei principii costituzionali?

    E in ogni caso, non è normale che, spendendo soldi dei cittadini italiani, lo Stato chieda almeno come ti chiami e cosa fai qui (come chiede a tutti i cittadini italiani e agli stranieri regolari) e se non sei nelle condizioni di rispodere, posto che non ti lascia crepare per la strada (come avviene nella più parte dei paesi del mondo), ti rimetta in piedi e ti spedisca da dove vieni?

    So che il paragone è un po’ forzato, ma se uno mi entra in casa e si catapulta a prendersi (gratis) delle medicine (che ho pagato), posso avere almeno il piacere di sapere chi è, cos’ha e perché cacchio mi ha sfondato la porta o No? Sarei stronzo a chiederglielo, a pretendere che me lo dica e, in caso contrario, a rimetterlo fuori casa?

    daniele,milano

    • La Costituzione è stata scritta da un Paese di migranti, che ora dovrebbe rivederla perché gli immigrati sono diventati gli altri? Non mi piace.
      Vero che riflette condizione e speranze di una comunità, ma è anche vero che certe cose, scritte nero su bianco, segnano dei passi avanti, perché per l’epoca erano conquiste. Speranze messe nero su bianco, appunto. Sulla tutela della salute, fare un passo indietro – a mio modo di vedere – sarebbe una sconfitta.
      Quando si tratta della salute delle persone, per me possono prendersi le medicine che vogliono. Sarò buonista o idealista, o quello che volete, ma se una persona sta male la si aiuta senza nemmeno pensarci, senza che questa possa essere spaventata dalla possibilità di essere rimandata al suo Paese.
      Il paragone è forzato almeno quanto il titolo 🙂

  3. Stefano, non volgio mica mettere in dubbio il diritto alla salute.
    Sto dicendo che le leggi dello Stato (anche la Legge fondamenale) sono appunto dello Stato e non leggi divine, ammesso che qualcuno sia credente (io no).
    In quanto tali registrano quelle che sono le condizioni (culturali, politiche, economiche) di quando sono state scritte. Se i comunisti non fossero stati la forza preponderante della Resistenza e non avessero avuto i consensi che avevano, l’art. 41 che vincola la libertà d’imrpesa all’utilità sociale, non ci sarebbe stato. E’ un bene – per me – che ci sia, ma non si può impedire in un contesto di rapporti di forza diversi che chi voglia emendarlo non lo possa fare, salvo dimostrare una forza maggiore.
    Se non ci fosse stato l’igresso massiccio dei cattolici in politica, l’articolo che definiva il Cattolicesimo come religione di Stato non ci sarebbe stato. per fortuna nel 1983 i rapporti tra cattolici e laici (politici, ma anche culturali dopo gli anni Settanta) hanno protato ad avere pre la prima volta nella storia della Repubblica un Presidente del Consiglio socialista – Craxi – che rivedette gli accordi tra Stato e Chiesa togliendo dalla Costituzione la religione cattolica come religione di Stato.

    Oggi siamo di fronte a un fenomeno che allora non poteva neppure lontanamente essere previsto. Da 2 anni (solo due!) l’Italia registra più stranieri residenti nel Paese di quantio siano gli italiani residenti all’estero. Come sempre ci sono enormi differenze, perché questo non è un paese ma almeno due paesi in uno: mentre a Milano hai il 20% della popolazione costituito da residenti stranieri, in Calabria quella percentuale è meno del 2 (eppure le fucilate ai senegalesi partono in Calabria e non a Milano… curioso!).
    Ecco perché solo in questi anni lo Stato (la politica, il governo, ecc.) si preoccupa di regolamentare la presenza di stranieri.
    Nessuno mi pare che abbia proposto di lasciare chichessia crepare per strada. Si dice solamente che, fatte salve le cure di pronto soccorso e la tutela di particolari categorie quali donne incinte e minori, una persona che abbia violato i confini nazionali senza alcun permesso e in quanto irregolare non sia sottoposto agli obblighi di legge non possa neppure godere dei diritti previsti dalla legge e debba fare riferimento al sistema sanitario del suo paese di appartenenza per ricevere le cure di cui necessita.
    Questo principio, peraltro, vale anche per qualunque cittadino italiano che si rechi in Paesi verso i quali non esistano accordi e convenzioni con lo Stato italiano per garantirne le cure, anche se si trova i quei paesi regolarmente.

    Non sono esperto in materia, ma vorrei che qualcuno mi facesse un solo esempio (e comunque uno sarebbe l’eccezione e non la regola) di paesi in cui io possa recarmi clandestinamente e usufruire (per di più gratis) di cure sanitarie, al di là di quelle ambulatoriali e di pronto soccorso. Non credo ne esista uno solo al mondo in cui avvenga, non vedo perché dovrebbe avvenire qui.

    Lo Stato non è un’associazione caritatevole e chi ritiene è liberissimo di aderire a una o fondarne una nuova, andare in Medici senza frontiere, eccetera. Lo Stato è l’organizzazione che una comunità si è data per delegare fuznioni di carattere collettivo che sono pagate da tutti. Ripeto il paradosso (ma, come in matematica, si ragiona per assurdo per arrivare a soluzioni reali): al mondo siamo quasi 7 miliardi. Di questi forse 1 miliardo dispone di standard di vita “occidentali”, molti meno sono quelli che hanno la possibilità di avere standard di vita come quelli italiani (che ha il secondo milgiore sistema sanitario dopo quello francese) e ancora meno come quelli del Nord e di parte del Centro Italia (dove si concentrano le punte di eccellenza del sistema sanitario italiano). Se domani anche solo un centesimo degli oltre 6 miliardi di persone che popolano il pianeta decidesse di venire qui a curarsi, semplicemente non saremmo più in grado di mantenere questi standard. PRAGMATICAMENTE – e non secondo gli “alti principii” costituzionali, religiosi o politici – sarà o non sarà necessario dotarsi di regole per fare in modo di evitarlo e, casomai, darsi da fare per perseguire l’obiettivo di innalzare gli standard di vita altrove? Il problema, in termini sistemici (sulla sanità come sul lavoro) è tutto qui. Forse meglio ragionare tenendo i piedi ben piantati enlla realtà che non compiere voli pindarici in nome dei principi. La politica non è filosofia, è interessi, conflitti e potere.

    daniele,milano

  4. P.S.:
    tanto per essere ancora più concreti, ho fatto l’esempio che ho fatto perché più o meno questo è quello che sentiresti dire in qualunque bar ti recassi lanciando la discussione sul tema, soprattutto qui al Nord che – ci tengo a sottolinare – è l’area del paese (e d’Europa) con la più alta concentrazione di associazioni di voltariato e di assistenza, perché l’attivismo in questo settore è un’antica tradizione culturale di queste terre. Quando c’è stata la guerra in Bosni – lo so per eseperienza – a costruire i campi profughi c’erano soprattutto i magùtt bergamaschi, mica altri. Non mi pare questo un posto che neghi l’aiuto, anche gratuito e disinteressato, a chi a bisogno. O per lo meno lo nega in misura molto inferiore a quanto accade altrove in Italia e nel mondo.

    daniele,milano

  5. “Da 2 anni (solo due!) l’Italia registra più stranieri residenti nel Paese di quantio siano gli italiani residenti all’estero”.
    Non mi sembra un dato rilevante. Stiamo parlando di clandestini: secondo il rapporto ISMU, questi erano quasi 500mila nel 1990, 650mila nel 2008 e circa 400mila nel 2009. L’esplosione di cittadini stranieri – se così possiamo chiamarla, passando dal 5,8% della popolazione al 7,3 (stima) del 2010 – è dovuta ai regolari. E sui regolari, non ho dubbi: partecipano alle finanze dello Stato e perciò hanno diritto alle nostre stesse cure.
    Secondo il dossier Caritas Migrantes, degli irregolari lavora (in nero) il 65,8%. Per me, mettendo assieme questi dati, si dovrebbe lavorare proprio sul fronte del lavoro in nero.

    Non mi sembra pragmatico ragionare su cifre apocalittiche. 60 milioni di stranieri non arriveranno mai e poi mai, in Italia. (Ora siamo abbondantemente sotto ai 5 milioni, compresi gli irregolari). Su elaborazioni dei dati ISTAT, nel 2020 le previsioni indicano che gli stranieri in Italia saranno 6,3 milioni, mentre nel 2050 saliranno a 10,6. Inoltre, i residenti in Italia – secondo le proiezioni ISTAT – raggiungeranno un picco nel 2015, per poi calare.
    Dovremmo, secondo me, ragionare sugli stranieri clandestini non lavoratori (tutto attaccato): se si riuscisse a eliminare le sacche di stranieri lavoratori in nero, e a metterli in regola, contribuirebbero a tutti gli effetti al bene comune. Certo, avremo sempre e fisiologicamente una quota di irregolari-non lavoratori, ma stando alle proiezioni, non mi sembra allarmante. (Il 35% di 400mila è 140mila: sono 140mila gli stranieri irregolari completamente inattivi).
    E’ sul fronte del lavoro, di cosa fanno e intendono fare gli stranieri, di come e se contribuiscono alla collettività, che mi sembra corretto guardare il problema, non sul fatto che “vengono a casa nostra”.

    Al bar chiederei se un clandestino, magari con un paio di figli, che raccoglie le arance in nero, il quale mostrasse dei sintomi che potrebbero far sospettare abbia un tumore, è da curare, con cure specialistiche, o da far accomodare fuori dalla porta. Subissato dai fischi, forse, mi accomoderei io fuori dalla porta del bar. Ma chi se ne frega, a un certo punto.

    Per chiudere, sulla capacità di solidarietà del nord Italia non ho dubbi.

  6. Il dato è rilevante non in termini quantitativi ma qualitativi, perché segna simbolicamente un un passaggio storico dal punto di vista strutturale (economico e sociale) che non può non avere (e infatti già ha) un suo riflesso anche “sovrastrtturale” (culturale e politico).

    I dati sula presenza di immigrati (regolari e clandestini) in sé non significano molto se non li georeferenzi. una forza politica secessionista dello 0,2% a livello nazionale può essere irrilevante se è distribuita su tutto il territorio, ma se corrisponde al 100% dei voti in Valle d’Aosta (che rappresenta, appunto, lo 0,2% della popolazione italiana) è dirompente perché produrrebbe un fatto politico di rilievo continentale (la spaccatura di un paese UE, seppur limitata a una piccola regione).

    Sui regolari, mi pare che nessuno abbia fiatato. Anche perché persino i più cinici amministratori della Lega quando governano devono pur rispondere agli industriali che vogliono immigrati nelle loro aziende. E infatti rispondono, eccome, visto che proprio le regioni a maggiore concentrazione di piccole e medie imprese (Veneto, Emilia e Lombardia occidentale) sono quelle al contempo a) con le più alte percentuali di immigrati sul totale della popolazione, b) con la più alta concentrazione di amministrazioni leghiste o con la Lega che registra i più alti tassi di crescita a ogni tornata elettorale) e c) con le migliori performance in termini di accoglienza e integrazione.

    Qui in realtà si apre una questione per me grande come una casa, guardandola da sinistra. Infatti non c’è dubbio che gli industriali siano i più forti assertori dell’apertura all’immigrazione, insieme agli “idealisti”. Solo che a differenza degli “idealisti” hanno una ragione molto molto concreta: pagare salari più bassi. Basta leggersi un qualsiasi Marx dell’Ottocento (ma in realtà basta ragionare un pochino) per sapere che quanto più è ampia la schiera dei disperati, tanto più facile è pagare poco chi lavora e dunque spulciare quote maggiuori di valore aggiunto in profitti.

    Allora trovo demenziale – semplicemente perché irrealistico – da sinistra avere contemporaneamente i seguenti obiettivi:
    1) ridurre la disoccupazione;
    2) aumentare la quota di partecipazione al lavoro delle donne
    3) favorire l’occupazione giovanile
    4) aumentare i salari
    5) ridurre la precarietà
    6) aprire le porte a chiunque abbia intenzione di venire a lavorare in Italia

    Sono tutti, intendiamoci, obiettivi legittimi e anche giusti. Ma perseguirli tutti significa non raggiugerne alcuno. E’ come voler comprare contemporaneamente con due stipendi normali la casa, la villa al mare, la macchina, il motorino per i figli, possibilmente senza indebiotarsi e anzi risparmiando qualcosina, ma senza rinunciare alle vacanze e a qualche bella mangiata al ristorante. O ti programmi, scaglioni glin investimenti e le spese nel tempo e magari abbassi un attimo il tiro, o ti pignorano la casa e ti ritrovi a pane e acqua dopo 5 minuti.

    daniele,milano

  7. Ovvio che “georeferenziando” i dati si ottiene che più ricchezza = più immigrati. In termini assoluti il rapporto tra le diverse regioni d’Italia è evidente. In termini relativi, pesando sulla popolazione residente, il divario non mi sembra però eclatante (Lombardia, Emilia Romagna, Umbria intorno al 10%, le regioni del sud tra il 2 e il 3%, con media nazionale intorno al 7%). Ho trovato un dato interessante, anche se poco indicativo perché riferito a un solo anno: “nel 2009 la crescita della popolazione straniera sia stata, in termini relativi, superiore proprio laddove minore è il numero di stranieri residenti e cioè nel Sud (+11,8%) e nelle Isole (+11,4%). Le regioni che hanno fatto registrare il massimo incremento sono la Puglia (+14,2%), la Basilicata e la Sardegna (+12,7%) e la Calabria (+12,1%). Si tratta di incrementi generalmente molto più contenuti di quelli del 2008, ma pur sempre superiori a quelli registrati da regioni storicamente molto attrattive per l’immigrazione dall’estero, come la Lombardia (+8,6%) o l’Emilia-Romagna (+9,5%)”. (ISTAT)

    Per quanto riguarda l’immigrazione, non si tratta di aprire le porte. Nel 2050 ci saranno, in Italia, 10 milioni di stranieri e ci saranno meno residenti di adesso. E ciò nonostante qualsiasi politica al momento immaginabile (che non sia di ispirazione nazista). Magari l’equilibrio è proprio questo.

    Buon anno a tutti i lettori di On the Nord.

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