Federalismo catalano: Nulla di più lontano dalla realtà

Mi pro­­ponevo di scrivere un articolo sulle recentissime elezioni catalane – tenutesi proprio ieri, 28 Novembre,  e dove un gran numero di forze politiche si sono messe in gioco: sei partiti con rappresentanza parlamentare nella passata legislatura e molte altre senza, ma con presenza mediatica importante, come è il caso di Solidaritat Catalana, il progetto politico dell’ex presidente del F.C. Barcellona, Joan Laporta – che potesse essere d’interesse per il lettore italiano.

L’aspetto più interessante, a mio parere, è la specificità dei rapporti tra la Catalogna e la Spagna e la conseguente organizzazione politica ed economica che ne deriva, questione che viene periodicamente (mal)utilizzata da parte da alcuni giornali e partiti politici italiani.

Le revindicazioni nazionaliste catalane hanno avuto importanti sviluppi negli scorsi tre secoli, passando da un catalanismo di carattere piuttosto culturale ed economico a un discorso nazionalista-indipendentista di carattere più politico. Dopo la forta repressione sofferta durante gli anni di ‘franchismo’, la Catalogna ha dovuto ripensare se stessa in relazione alla Spagna e all’Europa. Le proposte avanzate dalle diverse forze politiche che si sono conformate dopo la nascita della democrazia vanno dalla reivindicazione dello Stato-nazione classivo, ovvero l’indipendenza; passando per progetti federali; a un progetto di avvicinamento allo Stato Centrale, diminuendo le competenze proprie della regione in favore del primo.

In un momento in cui l’Italia sta provando a ripensare, in qualche modo, la sua struttura statale; in cui sono molte le voci che parlano di federalismo – pro e contro -; in cui le varie forze politiche si confrontano sulla convenienza di tale riformulazione; e in cui quelli che si autoproclamano promotori e difensori massimi del federalismo fiscale si limitano nei fatti ad introdurre nel dibattito politico discorsi propagandistici ed elettorali, senza però attuare concrete azioni che vadano in questa direzione, nonostante la loro presenza in governo e il loro attuale potere decisionale essendo la seconda forza di maggioranza.

In questo contesto, utile una breve analisi sugli sviluppi della ‘questione catalana’ e i possibili esempi da tener in considerazione dall’Italia.

Per provare a capire la complessità della ‘problematica catalana’ devo subito partire da una smentita. A differenza di quello che molti erroneamente promulgano la Spagna non è affatto un sistema federele, ma un Stato unitario decentralizzato, la cui divisione territoriale in ‘Comunità Autonome’ sorta dalla Costitutuzione redatta nel 1978, stabilisce una distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni.

Questa concessione di competenze a ognuna delle sedici autonomie che compongono lo Stato Spagnolo è diseguale e dipende da fattori sia storici sia economici e di gestione di ogni territorio.

Il parlamento della Catalogna, insieme a quello dei Paesi Baschi e Galizia, gode di maggiore poteri decisionali riguardo un maggior numero di competenze (sicurezza, cultura, turismo, casa, tra altri). Ma a differenza da quello che erroneamente si pensa –e si strumentalizza da parte di forze politiche come la Lega Nord-, la Catalogna non ha un regime fiscale diverso dalle altre Comunità (solo i Paesi Baschi e Navarra godono di sistemi fiscali diversi). La grande maggioranza delle tasse e dei contributi vengono raccolti dallo Stato centrale, e solo in un secondo momento vengono distribuiti in ogni comunità in funzione dagli accordi statutari e dalle competenze proprie di onguna di loro.

Questa grossa differenza rispetto al discorso leghista e alle artificiali somiglianze che Bossi e i suoi s’impegnano a sottolineare nella vicina Catalogna, spiegano anche il motivo per cui il federalismo fiscale non ha mai riscosso successo tra i cittadini catalani – solo ora, le nefaste conseguenze del crisi economica hanno dato un nuovo impulso al progetto federalista, come dimostrerebbero i recenti risultati elettorali- . Gli elementi all’origine delle richieste catalaniste e indipendentiste sono principalmente di carattere culturale, storico e identitario. Per questo motivo una divisione dello Stato in federazioni non riconoscerebbe la specificità catalana, ma si limiterebbe a una unica divisione fiscale – economica, mettendo le varie ‘comunità autonome’ su un stesso piano.

In questo senso le elezioni catalane sono ruotate intorno a due grandi temi. Da una parte, i rapporti Catalogna – Spagna; dall’altra, la crisi economica che ha colpito duramente la Penisola Iberica. Le varie forze in gioco hanno focalizzato le singole campagne elettorali presentando la propria idea di Catalogna -dentro o fuori della Spagna- come soluzione unica davanti ai problemi della crisi. I partiti pro indipendenza sono aumentati, assicurando che solo una separazione politica dalla Spagna può comportare un recupero dell’economia catalana. Ma sono aumentati anche i partiti che difendono un avvicinamento alla Spagna e una maggiore centralità dello Stato nella vita politica, culturale ed economica di Catalogna, con la conseguente diminuzione delle capacità di attuazione dei territori.

Tutte e  due le posizioni si sono viste riflesse nei risultati delle elezioni tenute ieri.  La vittoria per ampia maggioranza – molto vicina alla maggioranza assoluta- di Convergencia i Unio (partito liberal-conservatore e catalanista) e un Partito Socialista come principale forza dell’opposizione -anche se ha sofferto una grande debacle elettorale – (la cui proposta federalista non si è nemmeno sfiorata negli anni di governo), lasciano intravedere una legislatura senza grandi modifiche nell’attuale organizzazione politica e fiscale dello Stato Spagnolo per quanto riguarda la Catalogna. E’ anche vero che il Parlamento uscito dalle urne dovrà tener conto sia dalle due forze politiche pro-indipendenza sia della crescita del Partito Popolare, che insieme al Ciutadans per Catalunya pongono l’accento sul fronte contrario, la maggiore integrazione nel contesto spagnolo.

A tutto questo bisognerà aggiungere tra un anno i risultati delle elezioni statali. Zapatero non ha certamente contribuito, come invece aveva promesso, alla approvazione di un Statuto di Autonomia catalano maggiormente favorevole alla ‘questione catalana’, ma sicuramente una vittoria della destra di Rajoy comporterebbe grandi passi indietro per l’autonomia e lo sviluppo dell’identità catalana e delle sue specificità come paese.

Vedremo che succederà in Italia data l’attuale crisi di governo e il probabile call elettorale dei cittadini.

Natàlia Garcia Carbajo

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One thought on “Federalismo catalano: Nulla di più lontano dalla realtà

  1. in pratica la catalogna ha una specie di statuto speciale come quello delle regioni a statuto speciale. meglio che non venga detto ai leghisti, allora.
    sinceramente però vedo un po’ di confusione riguardo al pregetto di “federalismo fiscale” della Lega Nord. la Lega Nord gioca con le parole (come tutti i partiti italiani) e chiama “federalismo fiscale” il suo progetto anche se non è affatto un progetto di “federlaismo fiscale”, ma al più di devoluzione.
    nel progetto leghista la stragrande maggioranza delle tasse continuerebbe a venir riscossa dallo stato centrale che poi le passa alle regioni in base agli statuti e agli accordi presi nella conferenza stato- regioni (in origine nel “senato federale”).
    infine ricordo che è un refrain noto della lega nord quella del “federalismo a due velocità” (un tempo “devoluzione a due velocità”, ma come ho detto prima il brand “federalismo” tira di è più nel marketing), secondo il quale le regioni del nord italia sono pronte ad assumersi maggiori competenze e conseguenti maggiori trasferimenti di risorse dal governo centrale.
    il “federalismo fiscale” leghista non comprende un regime fiscale diverso tra regione e regione: si ocnsiderino le leggi tremontiane che impongono forti voncoli sia di entrate che di spesa per le regioni a statuto ordinario. nel “federalismo fiscale” leghista tali leggi continueranno a poter essere applicate.
    per cui, a parte il nome (“federalismo fiscale” in italia, e “autonomia differenziata (?)” in spagna) non colgo le profonde differenze sottese al titolo del post.

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