L’Europa ostaggio della paura

Che ci facevano dei rappresentati leghisti a Vienna, il 23 ottobre? Si incontravano con i rappresentanti di altri partiti europei di estrema destra: Fpö (Austria), Vlaams Belang (nazionalisti fiamminghi), Partito del popolo danese, Partito nazionale slovacco e Democratici di Svezia. Si tratta di partiti cosiddetti populisti, anti-immigrazione.

L’obiettivo dell’incontro era tentare un primo riavvicinamento, e il primo sforzo comune, attorno al quale creare consenso, vuole essere un referendum europeo – istituto introdotto dal Trattato di Lisbona – per negare l’ingresso della Turchia in Europa.

Secondo il leader del partito della Libertà austriaco, Heinz-Christian Strache, l’ingresso della Turchia sarebbe

La fine dell’Unione europea e l’inizio di una Unione euroasiatica-africana.

Libération prova a fare un’analisi di ciò che sta succedendo, e di ciò che succederà:

Strumentalizzando una collera sociale di dimensioni continentali, questo movimento sta realizzando una sintesi fra la difesa dei privilegi dello stato assistenziale, l’aspirazione al protezionismo e la minaccia culturale della presenza musulmana. Impersonato da nuovi dirigenti, moderni e dinamici, questo movimento comincia a raccogliere simpatia sia negli ambienti operai che fra i giovani urbani. Questa destra sa fare politica e non si limita a usare la violenza, come si è visto in Svezia e in Italia, in Francia e Paesi Bassi, e sfrutta la sua innovativa presenza nello spazio politico europeo, che è la prima a voler utilizzare.

In altre parole, questa nuova destra ha appena cominciato a cambiare il panorama politico dei Ventisette. La sua affermazione complica notevolmente il funzionamento delle istituzioni europee, dal Parlamento – dove il numero dei suoi rappresentanti è in continuo aumento – al Consiglio e alla Commissione – sui quali avrà sempre più influenza grazie ai governi nazionali che devono contare sui suoi voti per mantenersi al potere. Così non solo i compromessi fra destra e sinistra, pratica fondamentale e permanente dell’Unione, saranno resi ancora più difficili, ma tutti i progressi verso l’Europa politica e federalista saranno energicamente combattuti da queste forze che vedono la restaurazione delle frontiere nazionali come la soluzione per tornare al paradiso perduto delle nazioni forti.

Sempre a Libération lasciamo le conclusioni:

La paura ci impedisce di vedere che potremmo utilizzare le istituzioni dell’Unione per creare una democrazia europea con una Commissione frutto di una maggioranza parlamentare; che potremmo così ricreare una potenza pubblica in grado di rovesciare il rapporto di forze tra il capitale e il lavoro, e che potremmo quindi fare della zona euro un insieme politico, un nucleo di base dell’Unione in grado di favorire il suo allargamento senza andare in stallo. La paura ci acceca e paralizza, i partiti della paura si rafforzano e continuano ad alimentare questa paura.

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